Quando Marie Kreutzer decide di raccontare il mondo, lo fa sempre partendo da una crepa, un dettaglio che incrina l'immagine, un gesto che smentisce la superficie, un personaggio che si ribella al ruolo che gli è stato cucito addosso. È da quella crepa che nascono progetti che poi diventano successi internazionali.
Interrogando il rapporto tra identità, desiderio e costrizione, con la stessa lucidità che ha reso il suo cinema riconoscibile e necessario, questa regista austriaca raccoglie le lezioni di cinema di Maren Ade, Jessica Hausner e Michael Haneke e impasta amore e sospetto, fragilità e violenza in una materia narrativa che affonda le mani in temi antichi quanto il cinema stesso.
Con uno stile di regia essenziale, che gioca con il passato e il presente, crea alienazioni di notevole spiazzamento e usa personaggi (anche storici) per discutere di dipendenza emotiva, degli inganni delle persone delle quali ci fidiamo e di quella profonda e umana tentazione di ignorare il lato oscuro che è dentro di noi ma che, in fin dei conti, potremmo anche amare.
Lontanissima dal glamour rétro di certi film in costume hollywoodiani, è celebre per aver preferito inserire in questo genere un realismo tagliente che si è trasformato nello strumento più adatto per un'osservazione psicologica e per una restituzione delle vere emozioni dei personaggi, facilitando il transfert con lo spettatore. Ne è un esempio Il corsetto dell'impetratrice, presentato a Cannes in Un Certain Regard, accolto come un ritratto modernissimo dell'imperatrice Elisabetta, premiato per la performance magnetica di Vicky Krieps e candidato agli European Film Awards, dove la Kreutzer ha consolidato una poetica che unisce rigore formale e inquietudine emotiva. Nel suo film più celebrato, infatti, Sissi non è più la bambola di porcellana delle icone popolari, ma una donna che stringe il corsetto fino a soffocare pur di restare all'altezza dell'immagine che il mondo pretende da lei. Una figura che viaggia, fugge, si ribella, architetta piani per proteggere il proprio lascito culturale. Una donna che non vuole più essere un simbolo, ma un corpo vivo.
È la stessa tensione che ritroviamo in tutta la sua filmografia: la lotta tra ciò che siamo e ciò che gli altri vogliono che siamo. Quindi, ecco una nuova variazione sul tema della maschera, sull'identità che si incrina, sull'amore come territorio minato, dove l'adrenalina convive con i petali di rosa, dove la dolcezza sfiora l'abisso marino, dove la verità è sempre un passo più in là. Concetti che profumano d'antico, ma che nelle mani della Kreutzer ritrovano una modernità feroce, come se la regista sapesse che oggi, più che mai, il mistero più grande resta quello che abita le nostre relazioni.
Studi
Nata a Graz nel 1977, Marie Kreutzer frequenta la AHS Modellschule, una scuola alternativa con un focus artistico, uscendone laureata nel 1995. Appassionata di studi sul romanticismo tedesco, dal 1997 al 2005 arricchisce la sua istruzione frequentando i corsi di sceneggiatura e drammaturgia di Walter Wippersberg alla Filmakademie Wien, che completa nel 2006 con una tesi di diploma sulla drammaturgia del cortometraggio.
I cortometraggi
Ed è appunto dai cortometraggi che inizia la sua carriera. Parte dal premiato Cappy Leit, considerato uno dei suoi lavori più liberi, sperimentali e formalmente consapevoli. Si tratta di un corto capace di combinare osservazione documentaria, costruzione narrativa minimale e un uso del montaggio che trasforma un frammento di quotidianità in un piccolo dispositivo poetico. La critica austriaca, da sempre sensibile alle opere che esplorano il linguaggio cinematografico più che la trama, valorizza la sua capacità di lavorare sul gesto, sul ritmo, sul dettaglio e plaude alla costruzione di un racconto che procede per sottrazione e che lascia emergere significati emotivi e sociali senza mai esplicitarli.
Già dimostrandosi padrona di una regia asciutta e precisa, che evita ogni compiacimento estetico e punta invece sul realismo vibrante, quasi tattile, restituisce la presenza dei corpi e degli spazi con una naturalezza sorprendente, combinandosi con una grande libertà formale, tanta sensibilità osservativa e un minimo di rigore compositivo.
Dopo un peu beaucoup (2002) e White Box (2006), scrive la sceneggiatura di La signorina di Andrea Staka, all'interno della quale comincia a occuparsi delle innumerevoli contraddizioni dell'identità femminile contemporanea. Uno script calibratissimo, dalle sfumature emotive sottili e verissime, che la porterà a firmare altri due cortometraggi: Punsch Noël (2007) e Ingrid (2009).
Il film di debutto
Il suo lungometraggio di debutto è invece Die Vaterlosen (2011), storia di tre fratelli che, riuniti dopo la morte del padre, vedono riapparire una sorella scomparsa improvvisamente vent'anni prima, quando ci fu lo scioglimento della comunità hippie in cui tutti loro erano nati.
Già al suo esordio la Kreutzer mostra una maturità registica sorprendente e un'interessante variazione sul tema della famiglia disgregata, senza psicologismi facili e costruendo invece una messa in scena fondata su un uso dello spazio che riflette le fratture emotive dei personaggi. La regista orchestra il ritorno dei quattro fratelli nella casa del padre morto come un kammerspiel, dove tutti gli elementi sono rivelatori di ferite antiche e, ancora una volta, sfrutta una regia sobria e precisa, che evita il melodramma e punta sulla complessità morale e sulla memoria come terreno instabile, nonché sulla difficoltà di ricostruire un'identità comune dopo anni di distanza.
Segue nel 2015 Gruber geht, una commedia drammatica di rara intelligenza emotiva, capace di trasformare un personaggio inizialmente sgradevole, narcisista e impermeabile al mondo in un ritratto umano complesso, attraversato da una vulnerabilità che emerge solo grazie alla sua regia calibratissima.
Giocando con un equilibrio finissimo tra ironia tagliente, osservazione sociale e un realismo affettivo, la Kreutzer rende credibile ogni micro trasformazione del protagonista, mentre la messa in scena (mobile, luminosa, attenta ai dettagli comportamentali) restituisce la sua solitudine urbana, il ritmo frenetico della vita contemporanea e la difficoltà di lasciarsi toccare dagli altri. Una combinazione di leggerezza apparente e profondità sotterranea che, unita a una direzione attoriale impeccabile e a un tono che evita sia la commedia facile sia il dramma compiaciuto, ha reso Gruber geht perfettamente in linea con la sensibilità e la misura dell'autrice.
Così, dopo Was hat uns bloß so ruiniert?, che è una delle rappresentazioni più lucide, ironiche e spietate della borghesia urbana contemporanea (che predica libertà, autenticità e apertura mentre vive intrappolata in ansie performative, modelli educativi contraddittori e un bisogno costante di auto legittimazione), passa a Der Boden unter den Füßen (2019), che ha come protagonista una ventenne che controlla la sua vita con la stessa efficienza spietata che usa per ottimizzare i profitti nel suo lavoro di consulente aziendale, ma che deve affrontare l'arrivo della fragile sorella maggiore.
Accolto con grande favore dalla critica nazionale, anche grazie a una regia claustrofobica (spazi asettici e geometrie fredde), a un ritmo controllato e a un uso del silenzio che amplifica le debolezze della protagonista, il film evita ogni retorica sulla "donna forte" e preferisce un approccio analitico, quasi clinico, che mette in scena il capitalismo emotivo, l'individualismo delle élite lavorative e la violenza invisibile delle aspettative sociali.
Similmente accadrà per lo script di La vita che volevamo (2020), uno dei ritratti più onesti, maturi e sottili della crisi di coppia contemporanea, dove si parla di fertilità e del desiderio di genitorialità.
Il successo internazionale con Il corsetto dell'imperatrice
Nel 2022 arriva il suo film più noto, che la imporrà definitivamente fuori dai confini nazionali: Il corsetto dell'imperatrice. Un controbiopic dell'imperatrice Elisabetta "Sissi" d'Austria (interpretata da Vicky Krieps), che ribalta l'immagine agiografica dell'icona reale, con anacronismi e senza retorica, qui colta nel suo quarantesimo compleanno, mentre combatte per preservare la sua immagine pubblica.
Il film è lodato dalla critica per l'entusiasmo e le potenzialità con le quali rende una figura così alta tanto irrequieta. Un gesto di rottura che usa l'apparato formale del biopic in costume per smontarlo dall'interno, deformando l'estetica apparentemente classica (fatta di luce naturale, ambienti imperiali e costumi filologici) che fa di Vienna, delle stanze dei castelli e di Sissi stessa un corpo politico unico, sospeso tra la prigionia psicologica e una figura di resistenza.
La Kreutzer evita pertanto ogni deriva calligrafica, scegliendo una messa in scena controllata che lascia spazio alla soggettività disturbata della protagonista, amplificata da un uso modernissimo del sonoro, da anacronismi musicali che spezzano la reverenza storica e da un lavoro sul ritmo che trasforma il film in un ritratto femminile di alienazione più vicino al cinema d'autore europeo che al biopic tradizionale.
A questo titolo seguirà nel 2026 Gentle Monster, uno dei suoi film più audaci e maturi, in cui la regista porta alle estreme conseguenze il suo interesse per identità, percezione e costruzione del sé, con la storia di una pianista famosa che si trasferisce in campagna con la famiglia per curare l'esaurimento nervoso del marito.