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Mistero a Saint-Tropez sulle orme di de Funès. Un concentrato di comicità dal sapore vintage

Christian Clavier, che conosciamo in Italia per Asterix e per I visitatori raccoglie attorno a sé un cast sontuoso di fuoriclasse della commedia: dal belga Benoit Poelvoorde alla certezza Gérard Depardieu. Al cinema.
di Giovanni Bogani

giovedì 30 giugno 2022 - Focus

Se avete visto e amato gli agenti 0S117 interpretati da Jean Dujardin, se vi piace il sapore vintage dei film con Louis de Funès della fine degli anni ’60, inizio anni ’70, allora questo film è per voi. Un concentrato di attori di area franco-belga, costumi anni ’70 e auto d’epoca come se piovesse, colori sfacciati, come se il film fosse stato dipinto da un bambino, e accadimenti sfacciati, come se il film fosse stato pensato da un bambino.

Invece deve averlo pensato soprattutto Christian Clavier, che noi conosciamo per Asterix e per I visitatori. Che qui produce e scrive il film, e raccoglie attorno a sé un cast sontuoso di fuoriclasse della commedia: dal belga Benoit Poelvoorde, che nel 2015 era un Dio sadico e disperato, in Dio esiste e vive a Bruxelles, a Gérard Depardieu, ovvero il Dio extralarge del cinema francese.

Clavier si ritaglia il ruolo di un poliziotto con baffi, cappello e pipa, palesemente un Maigret al contrario: pasticcione, ciarliero, invadente, tutto quello che il personaggio dei romanzi di Simenon non era, non è stato mai. Il peggiore degli ispettori possibili. Poelvoorde è un miliardario tradito dalla moglie, Depardieu il capo della polizia, e Rossy De Palma, l’attrice dal volto picassiano, feticcio di Almodovar fin da Donne sull’orlo di una crisi di nervi, è nel film un’attrice famosa, “come Jeanne Moreau, ma meglio” ospite della villa a Saint Tropez. A proposito, poteva mancare la canzone di Peppino Di Capri? No. La troviamo subito, prima ancora dei titoli di testa.

E poi c’è un’auto, naturalmente un’auto sportiva, che viene sabotata, e rischia di mandare all’altro mondo chi la sta guidando. Un’uscita di strada spettacolare, l’auto che finisce in un campo da golf, l’inchiesta che inizia.

Ecco gli ingredienti del film. Sono sufficienti a costruire una storia avvincente? Diciamo che, se ci aspettiamo un giallo dagli snodi narrativi perfetti, abbiamo sbagliato film. L’indagine dell’ispettore interpretato da Clavier è senza una direzione, senza un filo logico, ispirata al nonsense più puro. Se ricorda qualcosa, vengono in mente i film densi di assurdo di Jacques Tati. E forse Clavier ci ha pensato, costruendo il suo ispettore Boulin, cataclisma ambulante.

È bella la ricostruzione di quelli che potremmo chiamare “gli anni Bardot”: l’attrice francese amava rifugiarsi a Saint Tropez, e magari in tanti ci siamo chiesti: ma come saranno stati quegli anni, quei kimono, quelle piscine, quelle cene? Come sarà stato vivere quegli anni e quel lusso? Beh, un po’ di tutto questo ce lo portiamo a casa.

Ciò in cui piace affondare è poi la ricostruzione fumettistica di un mondo: le divise dei poliziotti, una vecchia Simca – ci eravamo dimenticati quanto anche le automobili degli anni ’70 potessero essere brutte – o i vestiti di seta stampati, con fantasie geometriche inconfondibili. Il resto è comicità slapstick, quella del cinema muto degli anni ’10 e ’20. L’olio del motore di un’auto che si rovescia sull’ispettore e sui suoi vestiti, lui che vomita su quelli di Poelvoorde, un vassoio di cocktail che gli cade dalle mani; e ancora, l’ispettore che cade in un tombino, un rastrello che gli si conficca nel fondoschiena, un sontuoso pesce arrosto che scivola, affogato nell’olio d’oliva, sul vestito immacolato di uno degli ospiti.

Uno slalom fra le gag, legate insieme dai pantaloni a zampa, dalle acconciature afro, dai telefoni rosso fiammante, da tutto quello che fa anni ’70. Clavier recita sempre un po’ sopra le righe: più misurati di lui Benoit Poelvoorde e Gérard Depardieu, che si presta al gioco, sapendo che non si tratta della Corazzata Potemkin o di un film di Dreyer.

Insieme a Clavier e Jean-Marie Poiré, l’autore di Les visiteurs, c’è fra gli sceneggiatori Jean-François Halin, al quale si devono i due OSS117 di Hazanavicius. Insieme gli autori hanno scelto, consapevolmente, l’ingenuità degli anni in cui il cinema viveva la sua adolescenza.

E a proposito di Louis de Funès, che ci era venuto in mente all’inizio: beh, scopriamo con un certo stupore che il suo primo successo lo vedeva proprio nel ruolo di un poliziotto, e che il film si chiamava Le gendarme de Saint-Tropez, in italiano Una ragazza a Saint-Tropez. Il film lanciò il personaggio del poliziotto pasticcione, conservatore e ingenuo che de Funès interpretò in altre cinque occasioni.


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