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Appennini dark, anche l'Italia gira in nero

L'intervista al cast del noir L'erede di Michael Zampino.
di Ilaria Ravarino

In foto l'attore protagonista Alessandro Roja in una scena del film.

martedì 5 luglio 2011 - Incontri

Un thriller all’italiana, girato sugli Appennini da un regista italo francese e interpretato da una squadra di attori che più varia non si può: una brava signora del teatro che al cinema aveva quasi rinunciato, una giovane acrobata da circo, il volto simbolo della Roma criminale (per fiction) e un coniglio meticcio, Vasco, con tanto di addestratore al seguito. Opera prima di Michael Zampino, scritto a quattro mani con il blasonato Ugo Chiti, L’erede sarà dall’8 luglio in venti sale per dimostrare che il cinema di genere, anche quello più oscuro, nel nostro paese non è morto. Distribuito a quasi tre anni dalle riprese, costato 700.000 euro e realizzato con la collaborazione del Ministero dei Beni Culturali, della Regione Marche e della Provincia di Macerata, ne L’erede recitano l’allieva di Strehler Guia Jelo, la trapezista Tresy Taddei Takimiri e il Dandi Alessandro Roja, per la prima volta alle prese con il vero cinema indipendente. E cioè: per un mese chiusi in un albergo nascosto tra i monti, «con il primo giornalaio a 40 minuti di passeggiata nel bosco», esposti alle intemperie senza l’agio dei ricchi camerini alla Romanzo Criminale, alle prese con una storia in bilico tra thriller e horror noir ma soprattutto senza avere la certezza, fino all’ultimo ciak, di vedere il film, un giorno, in sala.

Il regista Michael Zampino

Cosa significa realizzare un film indipendente?
Troupe e attori hanno messo il loro compenso a disposizione della produzione, come in una specie di cooperativa. Non avevamo i soldi per la post produzione e solo a pochi giorni dal primo ciak abbiamo saputo di aver ottenuto l’interesse culturale dal Ministero. Non voglio dire che il film non sia stato aiutato: abbiamo avuto sostegni, è stato bravo il nostro produttore a convincere Regione, Provincia ed enti locali. Ma L’erede è e resta un film indipendente, un progetto chiuso rapidamente, in 24 giorni di riprese con meno di 700.000 euro. A nostro favore avevamo una bella location, il panorama e la possibilità di provare le scene a lungo, prima di cominciare. Siamo arrivati a inizio riprese con gli attori pronti e alcune scene completamente riscritte.

Quali sono i punti di forza di un progetto indipendente?
Il tempo. Quello è il primo alleato: tempo per curare il dettaglio, la storia, l’atmosfera. Se dedichi del tempo al tuo progetto, anche se produttivamente modesto, puoi lasciar galoppare l’ambizione. Abbiamo scritto più volte lo script e concentrato l’azione in un’unica location sugli Appennini. Abbiamo riservato grande attenzione al suono e alla rumoristica. Quando c’è la volontà e la disponibilità di una buona troupe si può tentare anche un film di genere, si può osare. Credo che ci sia spazio per film così, perché anche in Italia c’è un pubblico per questo tipo di pellicole.

Come è nata l’idea del film?
Da un aneddoto personale, che una volta ho raccontato a un’amica americana. Stavo spiegando a questa mia amica che dopo la morte di mio padre avevo ereditato un casale in Abruzzo, e lei, che di mestiere fa la critica cinematografica, ha scambiato il mio racconto per l’inizio di un film. Allora ne ho parlato con Chiti, e anche secondo lui quell’aneddoto si prestava a diventare film, era un progetto con un bel potenziale soprattutto nell’ottica di un opera prima.

A chi si è ispirato?
Quando si fa un thriller d’atmosfera non si può non citare Cane di paglia di Peckinpah, o Kubrick e il suo Shining, con quella casa da brivido. Ma anche i fratelli Coen, capaci di mettere pepe nelle loro storie affiancando momenti atroci a scene esilaranti. O l’irrinunciabile Hitchcock, per tutto quello che riguarda la relazione con lo spettatore, cosa mostrargli e cosa nascondergli. Ho considerato questi autori come solidi alleati per raccontare la mia storia.

Il protagonista, Alessandro Roja

Dopo Romanzo Criminale arriva il cinema indipendente: un passaggio difficile?
L’erede è stato un film importante, in cui sono stato trascinato dalla passione furibonda di Zampino. Ora che ho fatto un pochino di esperienza in più nel cinema, mi rendo conto che abbiamo lavorato in condizioni dure e difficili. Ma c’era un entusiasmo contagioso sul set, che ha coinvolto tutti i reparti.

Come definirebbe il suo personaggio?
Un uomo che vive con la marcia indietro tirata, e poi all’improvviso scoppia. Una specie di nevrotico.

L’esperienza di Romanzo Criminale quanto pesa nella scelta dei suoi ruoli?
Ho capito che pensare di far qualcosa per far dimenticare Romanzo è un trabocchetto. Cerco di fare quel che mi piace, di mettermi alla prova se possibile: subito dopo la serie mi hanno immediatamente proposto un personaggio da cattivo, e io ho reagito scegliendo una commedia. Ma ho ancora tutto da dimostrare, tanto da imparare. Questo personaggio per me è stato difficile perché non riuscivo a capire se stavo facendo bene o male, era tutto nuovo per me. E non potevo sbagliare: ringrazio Romanzo Criminale perché quel set mi ha insegnato a comprimere i temi della recitazione.

Le piacciono i thriller?
Non ho un genere preferito. Al cinema cerco di guardare tutto, ma proprio tutto. E se mi perdo qualcosa lo recupero.

I suoi prossimi progetti?
Ho appena finito il nuovo film di Carlo Virzì, in cui sono un padre alle prese con un figlio molto più intelligente di lui. Recito in coppia con Claudia Pandolfi nel ruolo di un ex musicista un po’ soggettone costretto a tornare sul palco a esibirsi. E poi c’è il progetto Diaz, con Vicari. Per il bene del film, non posso dire ancora niente. Solo che sarò un poliziotto. E che ho la sensazione di far parte di un film che sarà storico.

Il cast: Guia Jelo, Tresy Taddei Takimiri

Come siete entrate a far parte del film?
Guia Jelo: Questo film è la mia vita. Nel 2012 farò 60 anni, e pur non avendo mai gettato la spugna avevo quasi perso le speranze di fare cinema. Grazie a questo film ho ripercorso psicologicamente la mia carriera, portata avanti senza ricchezza, senza nepotismo o appoggi politici, senza mai fare la velina. Faccio fiction e teatro, ma il cinema mi ha lasciata sempre in corridoio. Zampino invece mi ha scelta, mi ha fatto credere nel mio talento: avevo il terrore di deluderlo. Mi ha curata scrupolosamente e io come una militare gli ho ubbidito. È stato stupendo. La produzione mi ha persino pagata, e dire che avrei pagato io per fare questo film.
Tresy Taddei Takimiri: Da marchigiana ho adorato l’idea di girare vicino a casa mia. Amo i noir e i thriller e credo che questo film si sarebbe meritato molti più aiuti economici. Purtroppo, però, l’Italia non è l’America.

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