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Tatti Sanguineti su Departures

Conversazione con un cinéphile d'eccezione per l'uscita del film di Takita Yojiro.
di Emanuele Sacchi

La morte nel film

martedì 6 aprile 2010 - News

La morte nel film
In vista dell'imminente uscita nelle sale italiane di Departures di Takita Yojiro - vincitore dell'Oscar per il Miglior Film in Lingua Straniera del 2009 e dell'Audience Award al Far East Film Festival di Udine dello stesso anno – abbiamo colloquiato con Tatti Sanguineti, da sempre aficionado della kermesse udinese, dove lui (e noi con lui) ha visto per la prima volta il film di Takita.
In Departures la morte è costantemente presente in campo; tema poco trattato e assai complesso con cui misurarsi, specie per la sensibilità dello spettatore…
Tatti Sanguineti: Esattamente, infatti a quattro momenti importanti, il violino, l'incontro col padre, la stilizzazione e la messa in scena, si aggiunge un quinto elemento fondamentale: si parla di un film sulla morte. Ci sono due tipi di reazioni del pubblico a un film sulla morte: qualcuno che non lo vuol vedere proprio e qualcuno che vuole “cascarci”. Eravamo nel pieno del caso Marrazzo quando per Chiambretti proposi di trasmettere la sequenza di Departures in cui il morto di cui si prende cura il protagonista si rivela essere un transessuale. Prima ancora che potessi chiedergli cosa ne pensasse lui dopo 40 secondi mi rispose "ma tu sei matto. Pensi di mettere una sequenza di questo tipo in un programma come il nostro?". Il no a priori rimane una sorta di opzione preliminare e diffusa di fronte alla morte, ma il film è congegnato in maniera tale che se lo spettatore supera questo tabù visivo e lo vede comunque, viene messo a suo agio nonostante il tema trattato. Ecco perché Departures potrebbe essere – e mi piacerebbe che fosse – un film di grande successo".
Cosa mi dici del sottotesto sul lavoro, ovvero del rapporto conflittuale del protagonista con la sua professione di nokanshi, da principio rifiutata e infine accettata, anche in virtù di un indubbio talento (in ultimo ricollegabile al suo vissuto)?
Tatti Sanguineti: Che è un tema sicuramente presente, ma quel che mi ha più colpito è il tema, molto nipponico, della fuga dalla città. I film giapponesi o sono ipermetropolitani e soffocanti per la quantità di gente presente o virano verso una scelta lirico-paesaggistica con la componente di esodo dalla città, che è un po' il tema del film a partire dalla quarta bobina e dalla fatidica scena del violoncello. Parlando di morte al cinema, mi sono ricordato della mia prima intervista per Rai Due, quando intervistai Fernando Rey. Ignoravo che lui prima di lavorare per Buñuel fosse un attore conosciutissimo in Spagna, figlio di un generale che aveva combattuto per la Repubblica nella Guerra Civile, che fosse il frate di Marcellino pane e vino e un attore di genere così presente da essere quasi inflazionato e Rey mi disse: “Lo vuol sapere perché Buñuel mi scelse per quei film? Perché mi vide mentre recitavo la parte di un morto in un film e mi disse che era il primo attore che vedeva interpretare un morto e che sembrava davvero morto, permettendo di dimenticare per un attimo la finzione”.
Per molti versi Departures rappresenta un film ideale per il circuito d'essai, per un pubblico in cerca di qualcosa di più e di differente rispetto alla consueta programmazione, ma che non vuole essere eccessivamente destabilizzato…
Tatti Sanguineti: Un film perfetto per il passaparola, in cui ogni dubbio sul film (sulla morte, sui personaggi, sulla storia d'amore, ecc.) potrebbe essere spazzato via dal passaparola di chi l'ha visto. Un certo tipo di pubblico da cinema d'essai potrebbe delirare per Departures, trovarlo commovente, sentimentale, originale; ci sono tutti gli ingredienti giusti. Per Departures occorre utilizzare una parola semplicissima che io reputo in un'accezione molto positiva quando si parla di cinema. È un film “furbo”. Il cinema quando è furbo non è mai stupido. C'è un disperato bisogno di film furbi: puoi anche trovarli non corrispondenti ai tuoi gusti o alla tua poetica, ma quando tutto è costruito in modo così sagace, i soldi del biglietto restano ben spesi e puoi anche far sì che qualcun altro lo veda. Ultimamente ad esempio Il profeta mi ha commosso, ho un'ammirazione enorme per questo film, ma anche lui ha il suo indubbio grado di furbizia”.

La produzione di Departures
La carriera precedente di Takita Yojiro è costellata di film su commissione e di produzioni discutibili, mentre Departures è una produzione assai curata. A tratti pare quasi studiata, fin nei minimi particolari, per accontentare tanto lo spettatore più smaliziato che quello meno avvezzo al cinema orientale, non trovi?
Tatti Sanguineti: Sì, concordo, mi sembra un'operazione molto mirata di marketing cinematografico. E non a caso è arrivato l'Oscar come Miglior Film in Lingua Straniera (posto che mi pare che sprechiamo sempre troppe parole – da veri colonizzati cinematografici quali siamo – sugli Oscar e sugli Oscar come Miglior Film in Lingua Straniera), da sempre assegnato a prodotti con una campagna di lancio e di marketing economicamente cospicua.
Non trovi che scene come quella emblematica del violoncello sembrino inserite a bella posta per conquistare emotivamente il pubblico occidentale con qualcosa di familiare?
Tatti Sanguineti: La controscena col violoncello mi sembra, per dirla tutta, un po' una paraculata, un escamotage, una sorta di sottofinale per un film che ha avuto per metà del suo tempo un cadavere in campo. La cosa molto interessante è l'estremo irrealismo nella trattazione di questi cadaveri. La cura e la delicatezza con cui sono trattati questi paramenti e addobbi funebri, la stilizzazione dei colpi di mano con cui vengono raddrizzate le pieghe degli indumenti, quasi si trattasse di un film di arti marziali con un codice gestuale totalmente stilizzato ed arbitrario, mai realistico. A me è accaduto di pensarci perché... Ti spiego il perché. I film che hanno una quota così alta di cadrage, di inquadratura, di fotogramma infatti finiscono fatalmente per portare lo spettatore a smarrirsi in percorsi mentali e percettivi personali. Con Departures pensi inevitabilmente a chi ti è morto tra familiari o amici. A me è accaduto di pensarlo, anche perché sono reduce dalla morte di un fratello pochi mesi fa. Ho assistito al trattamento del suo cadavere, eseguito da un altro mio fratello che ha rifiutato un trattamento da parte di terze persone. Quando sono gli uomini delle pompe funebri ad occuparsi di un cadavere, lo prendono letteralmente a botte e i familiari sono lasciati fuori dalla stanza affinché non assistano al trattamento riservato al corpo. L'“addobbo” del defunto è un'operazione violenta, quanto di più lontano da quel che vediamo in Departures. Questa astrazione e questo trattamento stilizzato donano al film una chiave fondamentalmente orientale, figlia dei film di samurai o di quelli di kung fu di Hong Kong, che paradossalmente convive con un'altra anima, quella della commedia. Il protagonista, infatti, sembra una sorta di scemo o di fallito, degno di una commedia demenziale americana. Infine subentra il momento sentimentale, l'incontro-recupero con il padre, che avviene – trovata meravigliosa - "a babbo morto"".

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