Cecil B. De Mille e Gary Cooper rappresentavano la Frontiera nella chiave epica dell’iperbole, come quando avevano messo insieme tutti i miti dell’Ovest, Wyatt Earp, Buffalo Bill, Bill Hicock, Custer, Calamity Jane, nella Conquista del West (1936). Un altro western di grande impatto, del tutto “demilliano”, è Gli invincibili (1946). È il titolo della dichiarazione della bellissima Virginia Grey a Gary Cooper: “Se ti guardo negli occhi vedo montagne…”. Siamo nell’Ohio della metà del ’700, agli albori di una nazione. Cooper viene a sapere che la sua amata, Virginia Grey appunto, ha sposato suo fratello, ricco e tranquillo proprietario di piantagioni. Non ci pensa un secondo, fa fermare la barca che li sta trasportando, è notte, prende un fucile e una bisaccia e scende a terra. Si inoltrerà nei boschi e fra i monti, nel buio misterioso e pericoloso come le avventure che lo attendono, andrà dove c’è bisogno di lui, eroe di una Frontiera che deve essere ancora definita. Cooper, uno degli uomini più belli di Hollywood, occhi azzurri, snello, qualche centimetro oltre il metro e novanta, il vero eroe-semidio, era perfetto per il cinema di De Mille, che ricostruiva tutto in studio e tutto era magnificamente finto e troppo bello, patinato. Ma, come ho già avuto modo di dire, era un grande cinema.
Ma Cooper nel ’52 si prestò per un film diverso, un bianco e nero rigoroso, un western “europeo”, e infatti era diretto da un grande viennese, Fred Zinnemann, il titolo era Mezzogiorno di fuoco. Non c’era Frontiera, non c’erano indiani o grandi spazi, ma una città che lascia solo il suo rappresentante della legge ad affrontare quattro assassini. Western adulto e con altre implicazioni. Era la stagione del maccartismo e molti videro Gary Cooper, nella parte dello sceriffo Kane, come il modello dell’uomo giusto abbandonato da tutti, sostenuto solo dalla giovane moglie. Cooper ebbe il suo secondo Oscar. Era un evento per un titolo western. Il sistema hollywoodiano, che pure considerava il western come la più fulgida divisa americana, era sempre stato prudente, quasi impaurito nell’attribuzione del massimo riconoscimento del cinema del mondo a qualcosa di così squisitamente autoctono. E ci vollero 38 edizioni prima che la giuria dell’Academy attribuisse il premio assoluto a un western: Balla coi lupi di Kevin Costner. E era il 1990.