Dal 1999 a oggi la Fondazione Chaplin ha affidato a Timothy Brock l’incarico di restaurare le colonne sonore di Charles Chaplin e sonorizzarle dal vivo, con accompagnamento orchestrale. Una collaborazione iniziata con il lavoro titanico compiuto da Brock su Tempi moderni: un anno e mezzo di attività per ricostruire la partitura definitiva di un film della durata di 87 minuti. A Tempi moderni sono seguiti molti altri restauri delle musiche originali di Chaplin, condotti con la Cineteca Nazionale di Bologna, e di esecuzioni live delle sonorizzazioni da parte di Brock sui palcoscenici di tutto il mondo. Il 2 e 3 febbraio toccherà all’Auditorium di Milano ospitare la proiezione de Il grande dittatore, accompagnata dall'Orchestra Sinfonica di Milano diretta dal direttore d’orchestra americano. È quindi l’occasione propizia per avvicinare Brock e approfondire insieme a lui il lavoro compiuto sul corpus chapliniano.
Il grande dittatore è il primo vero film sonoro di Chaplin, in cui la narrazione si svolge principalmente attraverso i dialoghi, e ha certamente richiesto un lavoro sulla colonna sonora molto differente rispetto ai suoi film muti.
Certamente sì – conferma Timothy Brock – si può considerare il suo primo film sonoro, perché di fatto Tempi moderni avrà sì e no 10 righe di dialogo. Quindi la colonna sonora qui svolge tutt’altro ruolo ed è quantitativamente più contenuta. D’altro canto, la principale differenza consiste nell’assicurarsi che la musica non copra i dialoghi. Ci sono momenti in cui la musica si comporta come se fossimo in un film muto, come nelle scene della lotta con le SS a colpi di pentole. Altrove la musica sostiene il dialogo e sta sullo sfondo, come l’arrivo di Napaloni alla stazione o i momenti in cui gli altoparlanti diffondono la voce di Hynkel. Quindi bisogna fare attenzione, specie nell’esecuzione live, a differenziare queste parti e la prominenza della musica sul dialogo. Probabilmente la criticità sta più nell’esecuzione che nel restauro rispetto ad altre opere di Chaplin. Uno dei rischi principali sta proprio nell’esagerare in fase di esecuzione, allontanandosi dall’originale e finendo per oscurare i dialoghi.
Ne Il grande dittatore Chaplin ha la tendenza a mettere la musica sullo sfondo anche più del necessario, probabilmente perché affascinato dalla novità di poter giocare con diversi elementi del cinema con cui non aveva mai lavorato prima. Talvolta il volume della banda sonora è così basso da divenire quasi inintelligibile e io ho cercato di modificare le cose un minimo per evidenziare la musica senza però sacrificare il film. Le parti in cui la musica è in primo piano riguarda partiture che non sono scritte da Chaplin, bensì da Wagner – la scena di Hynkel che gioca con il mondo – o da Brahms – la scena del taglio di barba e capelli, tipica del muto. Ma permettere al pubblico di ascoltare i brani eccellenti scritti da Chaplin altrimenti inudibili è un grande onore e una grande opportunità.
Rispetto al lavoro titanico da lei svolto su Tempi moderni, che richiese un anno e mezzo per il restauro della colonna sonora, il livello di difficoltà si è abbassato?
Il processo è stato meno faticoso e forse più breve perché la colonna sonora è cambiata molto meno rispetto alla partitura originale. In Tempi moderni Chaplin ha sostanzialmente riscritto la colonna sonora nelle parti dei singoli musicisti, seguendo il suo tipico metodo “trial and error”: se non era soddisfatto di qualcosa, Chaplin lo cambiava in corso d’opera. Quindi il lavoro più grosso a ritroso è consistito nell’assemblare le riscritture dei singoli musicisti, talora basate su appunti presi al volo, sul retro dei biglietti di un parcheggio o di un menu del ristorante. A questo si aggiunge il fatto che mancava l’acetato della registrazione originale e dalla traccia ottica è complicato recuperare l’esecuzione per intero. Con Il grande dittatore tutte le parti dei musicisti erano recuperabili e assemblarle è stato un processo molto più rapido.