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Oscar 2021, una regista indie trasformata in autrice di serie A

Una cerimonia che non scontenta nessuno, protagonista una Chloé Zhao che entra nella storia.
 

di Roberto Manassero

lunedì 26 aprile 2021 - Oscar

Tutto come previsto nella 93.ma cerimonia di premiazione degli Academy Awards. Nell’anno della pandemia e dei cambiamenti dei criteri di ammissibilità (a cominciare dalla possibilità di candidare film distribuiti in streaming), la cosa più anomala della serata è rimasta l’inusuale collocazione a fine aprile, insieme con l’assenza di grandi film prodotti da case di produzione per il momento prive di piattaforma digitale (diversamente da Netflix, per intenderci). 
 

In una cerimonia dalle presenze inevitabilmente contingentate, in diretta dal Dolby Theater e dalla Union Station di Los Angeles con la sola presenza di presentatori e nominati, Nomadland della regista cinese-americana Chloé Zhao, come tutti si aspettavano, dopo il Leone d’oro a Venezia ha vinto la doppia statuetta per il miglior film e la miglior regia: prima volta nella storia per un film diretto da una donna. Un evento epocale, dunque, che risponde però alla solita logica dell’Academy per cui un film vincitore è sempre il risultato di strategie di interesse o pigri allineamenti: nel caso di Zhao, bravissima regista indie che con Nomadland ha però annacquato le esperienze di condivisione e vicinanza ai personaggi dei precedenti Songs My Brother Taught Me e The Rider - Il sogno di un cowboy (guarda la video recensione), si tratta soprattutto di un riconoscimento artistico in vista dell’imminente Eternals, ennesimo franchise della Marvel in uscita a novembre e diretto dalla stessa Zhao contro ogni vecchia logica autoriale.

Alla protagonista di Nomadland Frances McDormand è andato invece l’Oscar per la miglior attrice (il terzo dopo quelli per Fargo e Tre manifesti a Ebbing, Missouri (guarda la video recensione)), mentre la statuetta per il miglior attore è andata a un altro gigante come Anthony Hopkins, che si ripete trent’anni dopo Il silenzio degli innocenti grazie alla prova davvero impressionante di un anziano padre affetto da Alzheimer nel bellissimo The Father

Se gli Oscar fossero quelli di un tempo – e per fortuna non sempre lo sono – a trionfare sarebbero stati proprio film come Mank, il grande lavoro di David Fincher su Herman Mankiewicz, vincitore comunque di alcuni premi tecnici (fotografia e scenografia), o per l’appunto The Father, che recuperando posizioni negli ultimi giorni ha raccolto anche l’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale, scritta dallo stesso regista Florian Zeller, già autore della pièce originale, e dall’esperto e non proprio ultimo arrivato Christopher Hampton.

Le sorprese – per quanto pure queste annunciate – sono arrivate dal premio per la miglior attrice non protagonista, l’anziana attrice coreana Youn Yuh-jung del bel film Minari di Lee Isaac Chung (l’intruso numero uno, insieme con Sound of Metal di Darius Marder), e da quello per la miglior sceneggiatura originale a Una donna promettente (il film più discutibile, ma anche quello più orgogliosamente militante di tutti gli otto candidati), scritto dalla regista Emerald Fennell.

Scontati, invece, l’Oscar al miglior attore non protagonista a Daniel Kaluuya per Judas and the Black Messiah e quello al miglior film d’animazione a Soul di Pete Docter e Kemp Powers, vincitore anche della miglior canzone e delle migliori musiche, entrambi da considerare nell’ormai consolidata quota black (perdonate gli schematismi, ma è davvero difficile non cogliere logiche di equilibrismo nei premi di questa edizione 2021, comunque meno smaccata di quella dei Golden Globes e più attenta a non scontentare nessuno…).


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