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La dinastia Fonda e l'ultimo Capitano America

Un saluto a Peter Fonda un uomo che ha sempre lavorato, interpretato e agito, nella carriera come nella vita.
di Pino Farinotti

Peter Fonda (Peter Seymour Fonda) 23 febbraio 1940, New York City (New York - USA) - 16 Agosto 2019, Los Angeles (California - USA).
domenica 18 agosto 2019 - News

Per cominciare, le dinastie. Alcune, nel cinema, sono importanti. Tralasciando padre&figlio, alla Douglas o alla Sutherland, ci sono famiglie che hanno dato vari membri, come i Bridges, i Baldwin, ma per rinvenire una famiglia all'altezza dei Fonda occorre tornare alla prima epoca del cinema, ai leggendari Barrymore, gente dello spettacolo, mentre i Fonda, i più giovani almeno, è gente del sociale. Jane è stata una vera guerriera dei movimenti, dei diritti civili, ultra-riconosciuta (2 Oscar).

Bridget Fonda, figlia di Peter, terza generazione, presenta una storia minore, rispetto al nonno e alla zia, ma è stata chiamata da gente come Coppola, Bertolucci, Tarantino. E' sempre un nome che pesa. Henry, è notorio, era un eroe dell'età dell'oro del cinema, i suoi coetanei si chiamavano Gable, Cooper, Bogart, Grant, Wayne, Stewart. Fra gli altri. Peter è riuscito a trovare il suo spazio, sociale, appunto.

Importanti sono due date: il 1940, anno della sua nascita e di quella di John Lennon. Bob Dylan è del '41. Nomi che qualcosa significano, per applicazione, indicazioni e mito. Coetanei che Peter conosceva bene. E poi il 1969. L'anno di Woodstock, della grande mobilitazione contro la guerra del Vietnam, delle battaglie per l'integrazione razziale.
Pino Farinotti

Negli Usa la spinta della nuova frontiera dei fratelli Kennedy viveva ancora. Martin Luther King era appena morto. La sfida sociale dei movimenti studenteschi era nel suo momento più intenso. L'America voleva cambiare e come sempre accade si opponevano le forze del non cambiamento. I segnali dei Kennedy si infrangevano contro le forze della restaurazione che il presidente Nixon rappresentava alla perfezione. A combattere, a crederci, erano i giovani, forse non tutti, ma molti.

Peter Fonda tutto questo lo assunse e decise di comprimerlo in un film che produsse e scrisse insieme a Dennis Hopper e Terry Southern. Ma il titolare dell'opera resta lui, Peter, che in vita e in carriera ha molto lavorato, agito e interpretato, ma Easy Rider (guarda la video recensione), ha finito per vampirizzarlo. Fonda viene ricordato, all'istante, per quel titolo. Ma certo non è poco. Gli può bastare.

Wyatt-Capitano America (Fonda) e Billy (Hopper), in sella a quelle moto dai manubri larghi, partono dalla California per raggiungere New Orleans per vedere il carnevale. Non sono... eleganti, o curati e non sono estranei alla cocaina. Sono i modelli, sfacciati e certo poco educati, della cultura hippy e del mito del viaggio. La fascia benpensante non prova alcun trasporto per loro, che vengono visti come nemici sgraditi e sporchi, anche se non fanno male e nessuno. Il film è un'apologia dell'irregolarità senza la pretesa di estenderla se non ai "simili". Ma Easy Rider presentava tale potenza e inventiva che i contenuti vennero estesi e come, e si poneva come istantanea di una cultura e di un'epoca accolta in tutto il mondo e insediatasi nella memoria popolare.

Fonda dovette lottare, per molto tempo, col sistema che temeva quel film. Ma vinse la sua battaglia. Comunque il "sistema" ebbe la sua gratificazione, assistendo al finale della storia, dove i due giovani irregolari e sgraditi vengono uccisi da un individuo, presumibilmente appartenente alla middle class americana. Easy Rider è un unicum nel grande panorama dello spettacolo. Fa parte della storia del cinema e dell'America.


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