Presentata alla Mostra del Cinema di Venezia Fuori Concorso, è poi uscita la cinema in Israele e ora si prepara al debutto in sala in Francia. In Italia due proiezioni speciali al Nuovo Sacher di Roma il 6 e il 7 maggio.
di Carolina Mancini
Etty Hillesum che corre in bicicletta per le strade di Amsterdam è una delle immagini simbolo della potente serie tv con cui Hagai Levi (In Treatment, Scene da un matrimonio) riscrive i diari della giovane ebrea olandese vittima dell’Olocausto, tradotti in oltre 20 lingue e venduti in milioni di copie in tutto il mondo.
Presentata alla Mostra del Cinema di Venezia Fuori Concorso, Etty è uscita al cinema in Israele (era accaduto solo nel 2003 per una serie TV), e, dopo il clamoroso successo, anche a Berlino e ad Amsterdam. In Francia, dopo l’anteprima a Series Mania (era nelle Proiezioni Speciali), arriverà in sala il 6 di maggio in due parti. In Italia, il regista e l’attrice protagonista Julia Windischbauer saranno ospiti del Cinema Nuovo Sacher di Nanni Moretti per due giorni di proiezioni. Il 6 maggio alle 16.30 e alle 19.30 per i primi tre episodi della serie e giovedì 7 maggio la seconda parte alle 15.15 e alle 18.30, al termine il Q&A con il pubblico presente in sala.
Etty ha 27 anni, ma già da quando ne aveva 19 aspira a diventare una grande scrittrice, è molto ambiziosa e ego-centrata, come le ricorda il fratello musicista e schizofrenico Jaap (“sei una Hillsum, non puoi fuggire dai nostri geni malati!”). Una diversa, che cerca di porre rimedio alla sua depressione ricorrendo a una peculiare terapia, quella del dottor Julius Spier, uno psico-chirologo che, partendo dall’impronta della sua mano, la ‘allontana dal divano’ e da una psicoanalisi junghiana che non permette di guardarsi in faccia, e la trascina episodio dopo episodio in un viaggio interiore dapprima doloroso e poi sempre più liberatorio, sostenuto da un’energia erotica che non si esaurisce in se stessa ma diventa strumento di una missione più grande, radicale e rivoluzionaria.
È un percorso, quello di Etty, che passa attraverso tappe obbligate e molto fisiche: la scrittura del diario (che è sì, un esercizio fisico quando lo si prende come compito quotidiano), e l’apparentemente semplice atto di inginocchiarsi, che il suo corpo all’inizio sembra rifiutare (“avevo pensato anche a scrivere un romanzo, La ragazza che non riusciva a inginocchiarsi” dirà a Spier in uno dei loro squisiti dialoghi). Un a-rendersi che è letteralmente restituire il proprio corpo alla terra, sottolineato con poetiche carrellate che trasformano i tappeti in campi di grano, prati, distese innevate… Lasciare andare per ricondursi all’essenza di sé (“ogni cosa che perdo, è una cosa in meno ho da perdere”).
Intorno a lei ci sono l’occupazione, la guerra, le interdizioni, i soprusi, la gestapo, le deportazioni, le stelle gialle. In una scena la madre di Etty, ebrea russa, le ritaglia, e racconta alla figlia di come piangesse quando era incinta di lei. Perché la consapevolezza di quella gravidanza le impediva di uccidersi: “È qualcosa di noi russi, che accettiamo il nostro destino.” Dice. Ma il destino che ha in mente Etty va ben oltre il suo ventre, e si allarga piano piano dal folle amore per un uomo, Julius Spier, a quello, molto più concreto, per tutti gli esseri umani.
“Non c’è nessuno al mondo che ti può fermare”. Le dirà, infine il dottor Spier.
Ecco perché il suo attraversare Amsterdam in bicicletta resta così impresso. Anche quando è costretta ad abbandonarla, la bici, perché tutte quelle degli ebrei vengono requisite, e le vediamo ammassate in campo lungo, con una ciminiera fumante sullo sfondo, inquietante presagio dell’avvenire. Lei non si ferma. E la macchina da presa asseconda il suo movimento nella Amsterdam (e nell’Olanda) che è, e quasi non ci facciamo caso, l’Olanda di oggi, con i treni, i segnali stradali, gli edifici moderni.