| Titolo originale | Ashes |
| Anno | 2026 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | Spagna |
| Regia di | Diego Luna |
| Attori | Adriana Paz . |
| MYmonetro | Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 15 maggio 2026
Il film è tratto dal romanzo di Brenda Navarro "Cenere in bocca".
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CONSIGLIATO SÌ
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Quando era ancora una ragazzina e suo fratello Diego solo un bambino, Lucila è stata lasciata in Messico dalla madre, partita verso la Spagna per dare ai figli un futuro migliore. Anni dopo, Lucila vive a Madrid con la madre, fa la babysitter e con lei c'è anche Diego, adolescente svogliato e senza interessi. Esasperata dalla sua vita, Lucila fugge a Barcellona con un'amica, ma qui non cambia condizione sociale e sbarcare il lunario tra consegne e l'accudimento di persone malate. Una tragica notizia che riguarda Diego costringerà Lucila a tornare alle sue origini, laddove il suo destino di migrante è cominciato.
Al quarto lungo di finzione, l'attore Diego Luna costruisce attorno alla sua ottima interprete Anna Diaz un dramma sullo sradicamento e il vuoto interiore di chi, per definizione, non ha luoghi a cui tornare o dove tornare.
La traiettoria compiuta da Lucila porta dal Messico alla Spagna, e qui da Madrid a
Barcellona e poi ritorno, secondo una traiettoria circolare che non prevede un vero e
proprio ricongiungimento con le origini, ma una continua condizione di estraneità. Nella
prima sequenza del film, la protagonista assiste alla partenza della madre e verso la fine lo
spettatore viene a sapere che da bambina è cresciuta coi nonni materni in una scuola
militare dall'aspetto anonimo e vuoto, un vero e proprio non-luogo.
Lucila vive dunque sul proprio corpo l'idea stessa di migrazione, di non appartenenza, e a
vent'anni, non più ragazza e non ancora donna, ne ripropone lo schema in tutto ciò che fa;
quando ad esempio da babysitter chiama "amore" un bambino che non è suoi, da badante
tratta amorevolmente un'anziana che non è sua nonna o da fidanzata di un ragazzo
straniero si spaccia per chi non è...
Protagonista di una vicenda profondamente drammatica, immersa in luci plumbee,
concentrata sulla sua figura mai persa di vista dalla camera, Lucila è madre di suo fratello,
estranea alla madre e ai nonni, senza un ruolo o in un'identità nel mondo in cui si muove,
e dunque letteralmente senza casa, sempre scacciata, sempre ospite no del tutto tollerata.
Presentando il film a Cannes, Diego Luna ha dichiarato che il cinema è l'unica forma
d'espressione che dà voce ai migranti, ai quali altrimenti sarebbe privata ogni possibilità di
parlare o addirittura farsi vedere. Nel suo film, scritto con Abia Castillo e Diego Rabasa da
un romanzo di Brenda Navarro, la protagonista combatte prima di tutto contro sé stessa
per evitare l'inevitabile sparizione a cui va incontro: lavora, corre, balla, fa sesso, rischia
addirittura la morte vivendo da vicino la minaccia dei narcotrafficanti nel Messico
contemporaneo.
L'unico modo per lei per mettere fine al suo eterno movimento, alla riconcorsa di una
posizione sociale, è entrare in contatto col fratello Diego nel modo più estremo e simbolico
possibile, attraverso un gesto che spiega - ma non riveleremo come - il titolo del film.
Lucila vive così l'affetto, il ricordo e l'amore in un modo estraneo alla logica della società
che la rifiuta, elevandosi a figura pienamente cinematografica. Peccato che con la sua
regia matura e sicura (o forse proprio per via di questa) Diego Luca non segua fino in
fondo le proprie intuizioni e preferisca dare al suo film un passo realista, tra il ritratto
psicologico a tutto tondo e la denuncia di un problema sociale che inevitabilmente invade
la sfera del privato.