Nel 1935 Pavese, accusato di antifascismo, venne arrestato e mandato al confino, a Brancaleone Calabro. Nel romanzo, il suo alter ego, Stefano, isolato in quel paese vicino al mare, ha tempo per le riflessioni, per i rapporti con la gente di là, per un paio di amori veloci, così prende coscienza della propria identità e della sua vocazione alla libertà, Il tema "libertà" si esprime e si evolve nella "Casa in collina", dove Corrado, racconta il prima persona il contatto con la guerra e con la violenza, e cerca di superare la propria vocazione solitaria partecipando alla lotta degli altri. Corrado incarnava un modello esemplare, l'intellettuale che cerca l'azione, in quel momento drammatico della nazione. Le idee e le proposte, lo stile scarno e felice -ma sì, anche all'americana- fecero di quel libro il "testo fondamentale" che ho detto all'inizio. E ne fecero anche un segnale molto triste. Il primo gennaio del '50, Pavese scrisse sul suo diario Il vizio assurdo: "...anche il dolore, il suicidio, facevano vita, stupore, tensione. In fondo ai grandi periodi hai sempre sentito tentazioni suicide. Ti eri abbandonato. Ti eri spogliato dell'armatura. Eri ragazzo. L'idea del suicidio era una protesta di vita. Che morte non voler più morire".
Gran brutto segnale. Il 27 agosto di quello stesso anno lo scrittore occupò una camera dell'Hotel Roma di Torino e assunse sedici bustine di sonnifero. Sul comodino lasciò un biglietto con scritto: "Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi".
Ma accadde che Constance Dowling, attrice americana, bellissima, fosse chiamata in Italia dal regista Carmine Gallone. Pavese la conobbe a Roma e ne fu subito colpito. I due si rividero a Torino e lo scrittore ne fu totalmente coinvolto. Ma la storia sentimentale non decollò, Cesare non fu corrisposto. La sua personalità complessa, introversa, il suo dolore esistenziale già... pericoloso, lo portarono a una crisi profonda e insopportabile. Constance Dowling ebbe certamente un ruolo nella decisione di Pavese di chiudere la sua vita quel 27 agosto del 1950. La vicenda fa parte del rapporto personale dello scrittore col cinema, poi c'è quello professionale. E anche quello non fu felice.