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Prima che il gallo canti, 70 anni fa usciva il capolavoro di Pavese

L'autore piemontese ha segnato il '900 italiano, ma il rapporto col cinema è stato difficile, doloroso.
di Pino Farinotti

Cesare Pavese 9 settembre 1908, Santo Stefano Belbo (Italia) - 27 Agosto 1950, Torino (Italia).
martedì 18 dicembre 2018 - Focus

Nel dicembre del 1948 Einaudi pubblicava "Prima che il gallo canti", che raccoglie due romanzi brevi di Cesare Pavese (1908-1950), "Il carcere" e "La casa in collina". Il libro fu accolto come un capolavoro. E tale rimane, a settant'anni di distanza: un testo fondamentale della letteratura italiana del novecento. Con quel titolo l'autore completava i codici del suo stile e della sua poetica. La narrazione derivava dalle opere precedenti, significava un'evoluzione della fase cosiddetta neoverista, il cui romanzo esemplare era "Paesi tuoi" e di quella neorealista ("Il compagno"). E nei due racconti che compongono il libro Pavese concede molto di se stesso, della sua vicenda personale, del suo disagio esistenziale. In sostanza il testo presenta per molti versi, i tratti dell'autobiografia. "Disagio esistenziale" non è un concetto astratto, è qualcosa di presente e allarmante tanto da essere un preludio al triste destino dello scrittore. Pavese arrivava dunque a quello stadio completo dopo essere stato uno degli intellettuali più intelligenti ed efficaci di quell'epoca.

Al di là della narrativa lo scrittore piemontese aveva esplorato praticamente tutto, l'insegnamento, la poesia, la saggistica, le traduzioni. Pavese traduttore è decisivo. Gli si deve uno snodo epocale: dopo la seconda guerra mondiale, la letteratura americana assumeva un ruolo dominante, ponendo in seconda linea quella russa fino ad allora padrona e guida, quasi assoluta, della critica e del mercato.
Pino Farinotti

La generazione di scrittori americani nati a cavallo del 1800 e 1900 si imposero con una potenza irresistibile. Avevano tanto da raccontare, storie nuove e intense. C'era stata la Grande guerra, tutti quegli autori l'avevano vissuta, molti l'avevano fatta. Invasero il mondo, e invasero l'Italia. Pavese tradusse "Moby Dick" (Melville) L'antologia dello "Spoon River" (Lee Masters), "42° parallelo" (Dos Passos), "Riso nero" (Anderson), "Uomini e topi" (Steinbeck) "Il borgo" (Faulkner). Fra gli altri. Titoli e autori... non banali. Responsabili della formazione di tante generazioni. Pavese non tradusse Scott Fitzgerald "Perché mi piaceva troppo." L'autore dichiara la sua passione americana esplicitamente in un suo saggio: "...quella americana è una civiltà greve di tutto il passato del mondo e insieme giovane e innocente, una sorta di laboratorio dove si cercava un modo di essere alternativo, moderno, che la situazione italiana non permetteva: da qui la nascita del "mito americano". Il carcere è una storia di solitudine, con una forte cifra autobiografica.


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In foto Cesare Pavese.

Nel 1935 Pavese, accusato di antifascismo, venne arrestato e mandato al confino, a Brancaleone Calabro. Nel romanzo, il suo alter ego, Stefano, isolato in quel paese vicino al mare, ha tempo per le riflessioni, per i rapporti con la gente di là, per un paio di amori veloci, così prende coscienza della propria identità e della sua vocazione alla libertà, Il tema "libertà" si esprime e si evolve nella "Casa in collina", dove Corrado, racconta il prima persona il contatto con la guerra e con la violenza, e cerca di superare la propria vocazione solitaria partecipando alla lotta degli altri. Corrado incarnava un modello esemplare, l'intellettuale che cerca l'azione, in quel momento drammatico della nazione. Le idee e le proposte, lo stile scarno e felice -ma sì, anche all'americana- fecero di quel libro il "testo fondamentale" che ho detto all'inizio. E ne fecero anche un segnale molto triste. Il primo gennaio del '50, Pavese scrisse sul suo diario Il vizio assurdo: "...anche il dolore, il suicidio, facevano vita, stupore, tensione. In fondo ai grandi periodi hai sempre sentito tentazioni suicide. Ti eri abbandonato. Ti eri spogliato dell'armatura. Eri ragazzo. L'idea del suicidio era una protesta di vita. Che morte non voler più morire".

Gran brutto segnale. Il 27 agosto di quello stesso anno lo scrittore occupò una camera dell'Hotel Roma di Torino e assunse sedici bustine di sonnifero. Sul comodino lasciò un biglietto con scritto: "Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi".

Pubblicando "Prima che il gallo canti", romanzo fondamentale del novecento italiano, Cesare Pavese era dunque al suo apice, a soli quarant'anni. Era il 1948 e lo scrittore aveva tutte le ragioni per ritenersi riconosciuto e soddisfatto, soprattutto sereno.
Pino Farinotti

Ma accadde che Constance Dowling, attrice americana, bellissima, fosse chiamata in Italia dal regista Carmine Gallone. Pavese la conobbe a Roma e ne fu subito colpito. I due si rividero a Torino e lo scrittore ne fu totalmente coinvolto. Ma la storia sentimentale non decollò, Cesare non fu corrisposto. La sua personalità complessa, introversa, il suo dolore esistenziale già... pericoloso, lo portarono a una crisi profonda e insopportabile. Constance Dowling ebbe certamente un ruolo nella decisione di Pavese di chiudere la sua vita quel 27 agosto del 1950. La vicenda fa parte del rapporto personale dello scrittore col cinema, poi c'è quello professionale. E anche quello non fu felice.


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In foto Cesare Pavese.

Recentemente Einaudi ha pubblicato il volume "Il serpente e la colomba", curato da Mariarosa Masoero, dove vengono raccolti i soggetti cinematografici di Cesare Pavese. In uno dei soggetti riportati nel libro, "Suicidarsi è un vizio", l'autore racconta, con lucidità allarmante, di Natalia, trovata in fin di vita in un albergo di quart'ordine. Ha tentato il suicidio, è stata salvata. Forse voleva solo essere salvata. Ma Pavese no, faceva sul serio. Appunto. Lo scrittore era un innamorato della cultura americana, lo attestano le sue traduzioni: da Melville a Dos Passos, Steinbeck, Lee Masters, Faulkner, fra gli altri. Essere innamorati della cultura americana significa, quasi in automatico, esserlo di Hollywood. E Pavese lo era. Cercò di essere accettato come autore da cinema, ma non fu fortunato, o, probabilmente, non aveva quell'attitudine.

Che lo scrittore considerasse il cinema qualcosa di molto serio, emerge da una risposta che diede a un cronista che lo intervistava. Gli venne chiesto: "quali sono i suoi narratori preferiti?" rispose "Thomas Mann e Vittorio De Sica".
Pino Farinotti

Pavese avrebbe fatto carte false per vedere i suoi libri diventare film, ma al suo stile non apparteneva la cifra del cinema per molte ragioni, a cominciare dalla qualità della scrittura, che era letteratura vera, non solo racconto. Era introspezione più che azione? Certo, segnali di cinema nella sua opera ci sono. "La luna e i falò", altro grande testo, non è mai diventato film, vero almeno. Fa parte di un filmato dal titolo Dalla nube alla resistenza, che vive sulla lettura di testi misti e comprende anche brani dei "Dialoghi con Leucò", raccolta di racconti brevi.

Nel 1955 Antonioni dirigeva Le amiche: un gruppo di amiche gravita intorno a una sartoria di moda. Una... si suicida. E' il miglior tributo del cinema a Cesare Pavese. Nel 1985 Vittorio Cottafavi diresse, per la televisione, Il diavolo sulle colline, uno dei tre racconti del volume "La bella estate". Storia di tre amici diversi per cultura e censo, che si confrontano mentre incombe la guerra. Nel 1935 Pavese venne arrestato per antifascismo e inviato al confino a Brancaleone in Calabria. Nel '92 la regione finanziò il film televisivo Prima che il gallo canti, romanzo quasi autobiografico dello scrittore che raccontava, appunto, il periodo del confino. Il regista era Mario Foglietti, l'interprete Giuseppe Pambieri. Un'opera dignitosa, niente di più, certo non all'altezza del romanzo.

Credo che dalla mia scrittura traspaia la mia passione per Pavese. Certo è stato per me un modello nella mia azione di romanziere, ma c'è di più, qualcosa di personale. Nel 2007 ero a Torino per la produzione del film 7 km da Gerusalemme tratto dal mio bestseller. La Film Commission mi ospitava all'hotel Roma. Distrazione strana, non ricordai la vicenda di Pavese. Quella notte non chiusi occhio, provavo un disagio pesante. Seppi che mi avevano assegnato la stanza vicina a quella di Pavese in quell'agosto. Stanza che la direzione del Roma ha sempre tenuta chiusa. Ma per una notte solo una parete sottile mi ha separato da Pavese.


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