Rispetto al film di Stone, che pure aveva il merito di sottolineare le inquietudini politiche ad ampio raggio di ogni singolo click che facciamo con disinvoltura, The Circle mette a fuoco ancora meglio l'ingenuità con cui approcciamo ai social, l'idea naif secondo la quale possano davvero migliorarci la vita. Intendiamoci: lo fanno, quando ci consentono di chiacchierare in tempo reale con chiunque, in qualunque momento e parte (dotata di connessione) della terra. L'illusione è credere che siamo noi a migliorare insieme alla tecnologia. Che diventiamo ogni giorno più smart, più eruditi, più veloci. Che gli altri si interessino davvero delle vite patinate che ci affatichiamo a costruire e condividere online, che dietro quei "mi piace" ci sia altro che un click di fame onnivora da schermo. E tutto questo The Circle ha il merito di raccontarlo, e bene, seguendo le pagine omonime dello scrittore Dave Eggers (il vero difetto del film, va detto, è il finale, troppo sbrigativo e hollywoodiano).
Oggi si ragiona principalmente sullo "webetismo", ovvero su come la mancanza (deficit?) di attenzione e di scrupolo da parte degli users nel dare il consenso al trattamento dei propri dati stia facendo di fatto la fortuna di tutti quegli imprenditori - così detti geniali - che ammantano di 'evoluzione tecnologica' lo sfruttamento economico bieco di quegli stessi dati. Una riflessione che vale la pena fare e portare avanti, se è vero - come ha appena ribadito Giuliano Montaldo al BiFest 2017 - che "il cinema, quando fa pensare e discutere, diventa importante".