Al cinema bisogna sempre essere almeno in due. Non solo perché gli inventori del cinematografo, i fratelli Lumière, avevano fatto della loro dualità una premessa ma perché due rappresenta il numero minimo perché il cinema, arte assoluta per eccellenza, si esprima pienamente. In questa logica i film contemplano un altro duo, quello della coppia, quell'alchimia perfetta che si produce tra regista e attore, tra autore e attrice. Coppie che consumano la loro unione sullo schermo, che si formano e disfano nel tempo delle riprese, che esistono soltanto davanti alla macchina da presa. Con John Ford e John Wayne, Jack Lemmon e Billy Wilder, Werner Herzog e Klaus Kinski, Quentin Tarantino e Uma Thurman costituiscono quel raddoppiato miracolo.
Miscela esplosiva di ascendenze svedesi e alemanne, Uma è figlia della East Coast. Nata a Boston e cresciuta (professionalmente) a New York, ama l'autunno e la primavera. Ama (riamata) New York. Non Los Angeles, non Hollywood. Perché è nel Village che ha coltivato la vergine sfrontata de Le relazioni pericolose, la bisessuale femme fatale di Henry & June, la twisteuse bruna di Pulp Fiction, la scienziata imperfetta di Gattaca, la sposa in giallo di Kill Bill. Sullo schermo dispiega una bellezza naturale che richiama quella classica del cinema passato. Garbo e Dietrich insieme senza la ieraticità della prima e l'ambiguità ruvida della seconda, Uma ha un'allure venuto da un altro mondo, da un altro tempo. Figlia di una madre indossatrice, riconvertita alla psicoterapia, e di un padre 'buddista', Uma Thurman ha il carattere biondo ed energico della contro-cultura, di chi ha fatto parte delle cose senza rinnegarle. Battezzata col nome della dea della bellezza e della luce, Uma non sperimenta l'infanzia tipica USA ma quello che perde in donuts e Cola lo guadagna in karma.