Nel suo esordio alla regia, Eva Victor mette in gioco in chiave inedita se stessa e le fragilità del suo personaggio. Vincitore del Waldo Salt Screenwritin Award al Sundance Film Festival. Ora al cinema.
di Simone Emiliani
Esterno giorno. Un’inquadratura di una casa. Esterno notte. La stessa inquadratura sulla casa. Agnes bussa alla porta dell’abitazione del professore con cui dove sostenere la tesi di dottorato. Passano alcune ore. Si fa sera e Agnes esce da lì. Cosa è successo?
C’è un prima e un dopo in Sorry, Baby, esordio alla regia della di Eva Victor, cineasta nata a Parigi e ora residente negli Stati Uniti che ha scritto anche la sceneggiatura del film. Da quel momento c’è un cambiamento nel volto della protagonista Agnes, soprattutto nei suoi occhi; il suo sguardo infatti sembra improvvisamente spegnersi.
Nel corso del tempo è diventata una brillante docente universitaria dello stesso college del New England dove ha studiato. È una ragazza ironica e anche brillante. Ma i segni di quell’abuso se le porta addosso. Grazie al supporto di Lydie, la sua amica di sempre, la ragazza troverà il modo per reagire e ritrovare quell’entusiasmo che l’aveva sempre caratterizzata.
Se After the Hunt - Dopo la caccia è una chirurgica operazione di scrittura sospesa tra il trauma della molestia e il dubbio, Sorry, Baby si concentra essenzialmente sulle reazioni della protagonista, interpretata dalla stessa regista.
Come il film di Guadagnino, mette in evidenza tutte le conseguenze di quello che è successo. In entrambi i casi, la violenza non è mostrata ma avviene nel fuori-campo. Però qui s’impone il volto della protagonista. Si avverte l’eco dei suoi pensieri, delle sue paure evidenti soprattutto in due momenti: la scelta di entrare parte di una giuria per un processo per poi ripensarci; l’attacco di panico mentre sta guidando e il proprietario di una paninoteca che l’aiuta in un momento carico di un’umanità coinvolgente.
Il tono di Sorry, Baby – presentato lo scorso anno alla Quinzaine des cinéastes al Festival di Cannes e vincitore del Waldo Salt Screenwritin Award al Sundance Film Festival - non è quello del dramma ma di una commedia nera.
Tra i possibili modelli di riferimento potrebbe esserci il cinema di Woody Allen, soprattutto Crimini e misfatti, per il modo in cui cerca il perfetto punto di equilibrio tra commedia e tragedia. Del resto, proprio nel campo della commedia Eva Victor si è fatta conoscere per una serie di video virali che sono stati elogiati dal “New York Times” che l’ha definita “un’artista magnetica i cui personaggi loquaci evocano l’ansia comica dei fumetti di Roz Chast” e soprattutto i quattro episodi della serie "Eva vs. Anxiety", realizzata tra il 2019 e il 2020 in cui ha messo in gioco le sue fragilità annullando la separazione tra se stessa e il suo personaggio.
Con la figura di Agnes ha alzato ancora di più l’asticella. “Mi sono ritrovata a scrivere il film di cui sentivo il bisogno quando mi sono trovata in una crisi simile a quella di Agnes – ha sottolineato Eva Victor - Non volevo scrivere specificamente di violenza o aggressione, quanto piuttosto esplorare il modo in cui una persona guarisce. Ciò che mi interessava di più era approfondire quella sensazione di essere bloccata, vedere le persone che ami andare avanti, mentre tu sei ancora intrappolata nella brutta esperienza che ti è capitata. Ho iniziato a scriverlo per la persona che ero un tempo”.
Nella scrittura c’è infatti qualcosa di autenticamente vissuto. Poi ci sono anche riferimenti letterati che sono visti come una specie di guide ispiratrici – “Gita al faro” di Virginia Woolf più di “Lolita” di Vladimir Nabokov – mentre nell’uso dei primi piani per far emergere tensioni prima nascoste e poi evidenti viene direttamente citato La parola ai giurati di Sidney Lumet che è il film che Agnes e Lydie (interpretata da Naomi Ackie che si è imposta per il personaggio di Anna in Lady Macbeth di William Oldroyd e poi conosciuta per Star Wars. L’ascesa di Skywalker, Mickey 17 e soprattutto per la sua performance in Whitney - Una voce diventata leggenda nei panni di Whitney Houston) guardano in tv.
Ma poi entrano inevitabilmente in gioco anche alcuni dei suoi film preferiti, dalla trilogia dei colori (Blu, Bianco e Rosso) di Krzysztof Kie?lowski a In the Mood for Love di Wong Kar-wai. Dal cineasta polacco riprende la riflessione sul caso nel mettere a nudo le cicatrici del dolore, dal secondo il senso di provvisorio isolamento. Però ha pensato a Sorry, Baby come a un film d’amore come dimostra tutta la parte finale da dove Agnes riesce finalmente – e spontaneamente – a guardare verso il futuro.