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Ultimo aggiornamento lunedì 26 aprile 2021
Dopo aver perso ogni cosa, una donna decide di vivere da nomade. Il film ha ottenuto 6 candidature e vinto 3 Premi Oscar, Il film è stato premiato a Venezia, 4 candidature e vinto 2 Golden Globes, 7 candidature e vinto 4 BAFTA, 8 candidature e vinto 3 Satellite Awards, ha vinto un premio ai British Independent, a National Board, 6 candidature e vinto 4 Critics Choice Award, 5 candidature e vinto 4 Spirit Awards, ha vinto un premio ai Directors Guild, ha vinto un premio ai Producers Guild, a AFI Awards, ha vinto 4 NSFC Awards, In Italia al Box Office Nomadland ha incassato 1,7 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Empire, stato del Nevada. Nel 1988 la fabbrica presso cui Fern e suo marito Bo hanno lavorato tutta la vita ha chiuso i battenti, lasciando i dipendenti letteralmente per strada. Anche Bo se ne è andato, dopo una lunga malattia, e ora il mondo di Fern si divide fra un garage in cui sono rinchiuse tutte le cose del marito e un van che la donna ha riempito di tutto ciò che ha ancora per lei un significato materico. Vive di lavoretti saltuari poiché non ha diritto ai sussidi statali e non ha l'età per riciclarsi in un Paese in crisi, e si sposta di posteggio in posteggio, cercando di tenere insieme il puzzle scomposto della propria vita.
Chloé Zhao, cinese di nascita, racconta ancora una volta l'America che ama: quella dei grandi spazi, di cui filma i limiti tanto quanto l'assenza di confini, e della solidarietà fra coloro che si ritrovano ai margini, in questo caso a causa di un welfare e di un sistema sanitario inesistenti.
Fern non è nomade per scelta, ma entra a far parte di quella Nomadland del titolo che sono diventati gli Stati Uniti a cominciare dalla fine degli anni Ottanta, generando un vagabondaggio speculare e contrario allo spirito di frontiera degli inizi, ma che in qualche modo ne contiene ancora il respiro.
Nomadland, basato sull'omonimo racconto di inchiesta di Jessica Bruder, è il ritratto circolare e olistico di una nazione ma anche di un'identità femminile che si è definitivamente sganciata da tutto ciò che fa parte del vivere comune (occidentale): come un domicilio fisso, o una famiglia pronta a sedersi intorno al tavolo nel Giorno del Ringraziamento. Fern lavora sempre, si prende cura delle cose e delle persone che incontra, ma non può più trattenersi in un luogo o in una situazione affettiva. Conosce bene la differenza fra una dimora e una casa del cuore, e non si presta al ricatto della stanzialità, allontanando da sé ogni coinvolgimento permanente.
Zhao entra nel suo sguardo e allarga il mondo intorno a lei, un mondo che è pieno di buchi: nella roccia, nel corpo, nello stesso passato della sua protagonista, nella dignità degli esseri umani, nella coerenza di una società che va incontro al declino perché perde i suoi pezzi lungo una di quelle strade che sembrano non finire mai. E si riconferma regista, sceneggiatrice e montatrice di film che sono suoi visceralmente, e che come il van di Fern (ri)compongono tutti i pezzi della sua anima straniera.
Zhao non ha paura di affrontare di petto il tema centrale del lavoro, o meglio, la sua assenza come vortice che ingoia le esistenze di tanti, e permette a pochi di prosperare sulle sfortune altrui. Non abbassa lo sguardo, non teme la tenerezza, lo strazio, lo smarrimento esistenziale, e li restituisce intatti nella loro forza emozionale primaria. E ciò che può sembrare retorica è in realtà reiterazione poetica, ritracciamento, ripetuta conferma.
Il suo cinema è fatto per gonfiarsi dentro a chi sceglie di aprirle l'anima e lo sguardo, i suoi personaggi sopravvivono alle loro ferite senza negarne lo strazio. Zhao ne condivide i percorsi di guarigione, che non comportano necessariamente una cura, ma forniscono un balsamo da portare con noi a schermo spento, sostenuta dalla fotografia alternativamente intima e dilatata di Joshua James Richards e dall'afflato lirico di Ludovico Einaudi. E racconta quando restare e quando mettersi in cammino, quando trattenere i ricordi e quando finalmente lasciarli andare.
"Nomadland" è una proposta che coniuga un approccio sobrio, quasi da documentario, con un afflato poetico che illumina i paesaggi e i gesti quotidiani. Giocato sul contrasto tra radici, identità stanziale e ricerca di nuovi orizzonti, tra meccanismi espulsivi e strategie di sopravvivenza, appare come un'opera bella e coinvolgente, premiata per i suoi [...] Vai alla recensione »
Miglior film, Miglior regista, Migliore attrice: tre Oscar su sei candidature, ed è già storia del cinema - la seconda volta di un premio ad una regista donna, la prima ad un regista cinese. E prima degli Oscar, il Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia, più una valanga di altri premi assortiti.
Nomadland - da oggi disponibile in streaming su CHILI - è un fenomeno, e c’entra poco la nuova apertura, soprattutto negli Stati Uniti, nei confronti delle donne e delle minoranze etniche. Chloé Zhao, che di Nomadland è regista, sceneggiatrice e montatrice, nonché produttrice insieme alla protagonista Frances McDormand, ha stravinto in forza del suo innegabile talento, già evidente nei precedenti Songs My Brother Taught Me e The Rider (guarda la video recensione): punto.
Ma il suo essere donna traspare attraverso la regia in alcune qualità che, pur non essendo esclusivamente femminili, sono spesso associate al genere muliebre, e fanno certamente parte della personalità di questa ragazza cinese di nemmeno 40 anni, minuta e delicata: ad esempio l’empatia, la gentilezza, l’eleganza. Il che non toglie che Zhao abbia un coraggio da leone nel guardare in faccia la realtà e raccontarla senza filtri edulcoranti, affrontando di petto il tema della crisi economica americana e della conseguente disoccupazione endemica in quel Paese che la regista, nata in Cina ma naturalizzata yankee, ben conosce.
Zhao racconta gli Stati Uniti come solo un immigrato sa fare: subendo la seduzione del sogno americano e allo stesso tempo raccontandone la disgregazione. Nomadland narra il presente come Woody Guthrie la Grande Depressione, e come John Steinbeck e poi John Ford il continuo spostarsi dei lavoratori a giornata in Furore: ovvero con un grande afflato poetico nati proprio dalla crudeltà delle circostanze, e con il senso di uno spazio enorme da attraversare in carovana, sui treni merci, a cavallo, a piedi, o in un van.
“Questa terra è la mia terra”, cantava Guthrie, e lo stesso fa Zhao, incarnandosi (insieme a McDormand) in Fern, la protagonista di Nomadland, che si muove continuamente sulla sua “casa mobile” svolgendo lavoretti occasionali e fermandosi in campi improvvisati popolati da gente come lei, sradicata e itinerante.
La struttura di Nomadland, che molti hanno superficialmente definito ripetitiva, è quella della ballata o del poema, torna su se stessa per ripetere, come un sonetto o un ritornello, lo stesso concetto: che non c’è fuga da se stessi ma un continuo ripercorrere le proprie tracce, in cerca di un allontanamento progressivo dalle miserie della vita e dall’attaccamento a quelle cose concrete – una casa, una famiglia – che in certe situazioni, e ad una certa età, non interessano più, diventano un bagaglio ingombrante e una zavorra.
E tuttavia il viaggio di Nomadland non perde il suo fascino, conserva una dimensione pionieristica che è parte integrante del carattere americano, e quel perdersi negli immensi spazi e lungo quelle strade che sembrano non finire mai ha qualcosa del ritorno alla natura selvaggia di “Walden, ovvero vita nei boschi” di Henry David Thoreau o della ricerca dell’annullamento di “Nelle terre estreme” di Jon Krakauer (e Sean Penn). Nomadland sa essere allo stesso tempo intimo e maestoso, meditativo e irrequieto, elegiaco e terragno. Ed è soprattutto libero, nell’immaginazione aperta di una giovane donna straniera.
Ci vogliono quasi due ore per vederla piangere. Prima, persa nel vuoto cosmico del paesaggio americano, nomade per scelta e non per necessità, Fern nasconde tormenti e sentimenti dietro l'apparente impassibilità del volto dell'attrice che le dà vita, la grandissima Frances McDormand. Volto enigmatico, volto laconico, volto sfingeo. Segnato da increspature, da piccole rughe, da deboli e quasi impercettibili [...] Vai alla recensione »