| Anno | 2020 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 108 minuti |
| Regia di | Nicolangelo Gelormini |
| Attori | Valeria Golino, Pina Turco, Cristina Magnotti, Anna Patierno, Libero de Rienzo Giovanni Ludeno, Marcello Romolo. |
| Uscita | giovedì 27 maggio 2021 |
| Distribuzione | I Wonder Pictures |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,06 su 20 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 8 giugno 2021
Da tempo la piccola Nancy vive chiusa in un silenzio che chi le sta intorno non sa spiegarsi. La verità è che custodisce un segreto doloroso, che un giorno rivelerà ad Anna e Nicola, i suoi amici del cuore. Il film ha ottenuto 2 candidature ai Nastri d'Argento, In Italia al Box Office Fortuna ha incassato nelle prime 12 settimane di programmazione 14,4 mila euro e 7,4 mila euro nel primo weekend.
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CONSIGLIATO SÌ
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La bambina ha smesso di parlare. Si chiama Nancy, o forse Fortuna. Vive con la madre in un casermone della periferia del napoletano che è un non-luogo metafisico alienato e alienante, pieno di corridoi lungo i quali ci si perde, e dei quali non si vede la fine. La bambina frequenta una psicologa che cerca di capire perché non parli più. Sopra il casermone c'è un terrazzo dove si fanno feste rionali e dove i piccoli condomini giocano: fra questi Anna e Nicola, una bimba fantasiosa e un bambino bullizzato dai ragazzini più grandi. Tutti hanno segreti troppo giganti per essere raccontati. E tutti hanno paura del lupo.
Al suo esordio nella regia di un lungometraggio di finzione Nicolangelo Gelormini, già assistente di Paolo Sorrentino e regista di corti e video musicali, crea una fiaba nera non troppo lontana da quella immaginata dai fratelli D'Innocenzo in Favolacce (ma Fortuna è stato girato prima) e trasfigura eventi reali che verranno svelati solo alla fine.
La piccola protagonista vive due realtà parallele e sdoppiate: una ha i colori pastello e il formato 4:3, la madre è una bella signora educata e la psicologa una donna brusca e disinteressata a ciò che Nancy non può verbalizzare; l'altra occupa tutto lo schermo e ha tinte fosche, la madre è una sbandata concentrata su se stessa e sulle sue miserie, fra cui l'assenza coatta del marito, e la psicologa cerca di districare la matassa che tormenta Fortuna.
La trama si fa via via più complicata, ed è questo il principale problema di un film ben intenzionato e ricco di spunti interessanti, ma in cui la storia è subordinata all'immagine, e la comprensibilità è sacrificata al desiderio di mettere in campo tutto ciò che il regista sa fare con la cinepresa: un'overdose di suoni, colori, forme, simboli, angolazioni, dettagli.
Se l'atmosfera allucinata e la dimensione da incubo sono funzionali al racconto, l'insistenza sulle inquadrature artistiche, le composizioni millimetriche e le recitazioni stranianti distoglie dall'efficacia narrativa e mantiene in primo piano l'ambizione estetica del regista, che non ci permette mai di dimenticare la sua presenza in favore di ciò che viene narrato.
C'è un indubbio talento nella mano di regia di Gelormino e un genuino tentativo di trasfigurare l'orrore, ma la grammatica filmica è ridondante, spesso forzata e pretenziosa. Un intervento produttivo più importante avrebbe forse contenuto i virtuosismi registici e le contorsioni della trama per rendere il risultato più accessibile e meno barocco.
Lavorare sulla cronaca nera rielaborandola attraverso la finzione cinematografica (come hanno fatto ad esempio Fabio Grassadonia e Antonio Piazza in Sicilian Ghost Story) è sempre un gesto di coraggio, e il coraggio nel cinema italiano è necessario. Ma Fortuna è eccessivamente intorcinato e innamorato della propria estetica a metà fra horror e fantascienza, dimenticando che spesso meno è meglio, soprattutto se si tratta di affrontare temi di primaria importanza.
Fortuna non è un film che digerisci. Dopo averlo visto continui a domandarti, a pensarci, a ispezionarlo con la mente. La storia, l'orrore, la violenza quasi non esistono, non continui a ripensare a quello. Riguardi nella tua mente le impeccabili riprese di una stuprata periferia, ripensi alle fughe immaginifiche dell'infanzia inconsapevole, ricordi i volti indifferenti e quelli [...] Vai alla recensione »
C’è un cinema italiano figlio, nipote e bisnipote del neorealismo, sciacquato e diluito dal detergente della commedia, un cinema che riprende ma non inquadra, e poi c’è un altro cinema.
Per esempio, ecco il film d’esordio di Nicolangelo Gelormini, napoletano, architetto di formazione, già aiuto regista di Paolo Sorrentino. È un cinema che sfodera tutte le armi del linguaggio visuale, che sembra mettere in una provetta Wes Anderson e David Lynch, Sofia Coppola e Spike Jonze. È un cinema disegnato, fatto di inquadrature millimetriche, di spinte violente sull’acceleratore e brusche frenate con il montaggio e con il suono. E nasce Fortuna. Film d’esordio non banale, e non fine a se stesso.
Ricorda Favolacce dei fratelli D’Innocenzo, il film più discusso e più esaltato dell’anno scorso: ma Fortuna è stato diretto prima, non c’è un’influenza reciproca. C’è, forse, un clima comune, un’aria che si respira. Parte del cinema italiano fugge dal realismo. Una lunga scia che passa, in forme e modi differenti, da Sorrentino fino a Gabriele Mainetti, passando persino da Salvatores, da Cosimo Gomez, dai Manetti Bros. Ma non andiamo tanto lontano, torniamo a Fortuna.
È un film che cerca il disorientamento dello spettatore, con effetti forti. Dalla prima immagine: la ruota di un Luna Park che gira, gira all’infinito, mentre scorrono i titoli, e poi sembra catapultare sulla terra la protagonista. Ed è lei il primo effetto speciale. La piccola attrice, Cristina Magnotti, era la protagonista dei primi episodi de L’amica geniale, era la bambina bionda, Marisa Sarratore. Qui ha lo stesso sguardo quasi alieno, che assorbe, che sembra sapere già tutto. Ha capelli monumentali, e un’anima fragile. È disorientata, non parla, è sottoposta continuamente a incontri con una psicologa che digita compulsivamente sullo smartphone invece di ascoltarla.
Ci metti un po’ per entrare dentro il linguaggio visivo di Gelormini, che ritaglia davanti ai nostri occhi un mondo mostruoso: spazi desolati, casermoni pieni di corridoi, geometrie di spazi vuoti, come se invece che vicino a Napoli fossimo sulla Luna. La realtà la scopri con fatica: la realtà, forse, la vedi davvero solo nei titoli di coda.
Uno dei fatti di cronaca più orribili della storia recente, la morte di una bambina di sei anni, caduta dall’ottavo piano di un palazzo al Parco verde di Caivano, vicino Napoli, nel 2014, è l’evento tragico e reale sotteso a tutto il film. Una tragedia non casuale: l’epilogo di una storia di abusi, violenze sessuali, connivenze, silenzi durati anni.
E tu spettatore, dopo lo shock iniziale, diciamo dei primi quindici minuti, ti rendi conto che magari è proprio questo un modo meno abusato, meno usurato e dunque più efficace per raccontare una storia del genere. Uno stile realistico avrebbe attivato in noi gli anticorpi del già visto, del retorico. Questo fantarealismo spezzato, in cui tutto si frantuma, in cui addirittura le sequenze si bloccano di botto, precipitando in un silenzio e in un nero – non una dissolvenza: proprio un abisso improvviso di nero – o in cui, al contrario, la voce della bambina che canta Babbino caro viene travolta da un’ondata di rock, beh, taglia la palpebra chiusa delle nostre abitudini, forse riesce persino a farci vedere.
La tragica storia di Fortuna Loffredo la si può facilmente reperire online, anche perché all'epoca dei fatti e per la durata dell'iter giudiziario se ne discusse ampiamente, anche sulla cronaca nera nazionale. Non è dunque il caso di soffermarsi oltre su questo punto, anche perché l'esordio alla regia di Nicolangelo Gelormini (che nel 2010 insieme a ventisei colleghi aveva firmato il collettivo Napoli [...] Vai alla recensione »