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Ultimo aggiornamento venerdì 25 ottobre 2019
Un uomo scopre che il prete che ha abusato di lui quando era giovane lavora ancora a contatto con i bambini. Decide che è il momento di agire. Il film è stato premiato al Festival di Berlino, ha ottenuto 7 candidature e vinto un premio ai Cesar, ha ottenuto 5 candidature a Lumiere Awards, In Italia al Box Office Grazie a Dio ha incassato 157 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Alexandre vive a Lione con la sua famiglia. Un giorno viene a sapere che il prete che abusava di lui quando faceva parte del gruppo degli scout officia sempre a contatto con i bambini. Inizia allora la sua personale battaglia con l'aiuto di François ed Emmanuel, anch'essi vittima del sacerdote, per raccontare le responsabilità del prete. Col passare del tempo e con l'aumento del numero delle vittime del sacerdote che decidono di venire allo scoperto si forma un associazione che decide di costituirsi in giudizio legale.
François Ozon appartiene da tempo di diritto a quel ristretto numero di registi (vedi ad esempio Steven Soderbergh) le cui opere, se presentate a uno spettatore ignaro della loro filmografia, potrebbero venire tranquillamente attribuite a realizzatori diversi l'uno dall'altro.
Ozon resta un autore ma ha deciso di non chiudersi in una 'certa maniera di fare cinema'. In questa occasione è stato a lungo incerto se realizzare un documentario o una fiction, una volta venuto a conoscenza del caso Preynat grazie al sito La Parole Libérée. Online erano state raccolte le testimonianze e l'azione di quelli che un tempo erano stati bambini abusati da un sacerdote e che, grazie a uno di loro rimasto fedele alla Chiesa ma sconvolto dalla scoperta dell'impunità del sacerdote, aveva avviato la procedura di messa in stato di accusa del prelato. Quest'ultimo peraltro non ha mai negato gli addebiti considerandosi 'malato'.
Grazie agli incontri con i veri soggetti della vicenda, Ozon ha compreso che, dopo essere stati al centro di numerose inchieste televisive, avrebbero preferito una trattazione della loro storia così come avvenuto, negli Stati Uniti, con Il caso Spotlight. Questo ha dato al regista al contempo una libertà di trattamento ma anche la responsabilità di un rispetto fondamentale di fatti e persone. Ruotando fondamentalmente su tre personaggi molto diversi tra loro, la sceneggiatura (che ha come unico difetto quello della eccessiva lunghezza) riesce a dare una lettura delle vicende che non si lascia mai attrarre dal facile 'j'accuse' che confonda inevitabilmente alcuni uomini della Chiesa con la fede di chi ha subito i loro abusi.
Un sacerdote italiano sospeso a divinis qualche anno fa per reati analoghi in una sua lettera resa pubblica scriveva di "avere praticato e diffuso il male facendo vacillare la fede di molti".
Ozon coglie anche nella vicenda francese questa problematica così come non si ritrae dal mostrare come quei bambini non avessero spesso trovato, anche se in situazioni socioculturali molto diverse tra loro, un ambito familiare tale da permettere loro di confidarsi senza sentirsi aprioristicamente 'colpevoli' anziché vittime. Non c'è ombra di costruzione melodrammatica o di retorica pamphlettistica in questo film sorretto da una lucida esigenza di dare ulteriore e più ampia voce a uomini che da bambini hanno subito ciò che un bambino non dovrebbe mai subire.
Il regista francese François Ozon scrive una sceneggiatura tratta da una storia vera: un caso di pedofilia nella chiesa francese tra gli anni ’80 e ’90, un religioso accusato di aver molestato 70 bambini. Confeziona questo bel film in modo misurato ed emozionante senza scadere nel melodramma. Alexandre Guérin è un giovane padre di famiglia cattolico, che vive a Lione [...] Vai alla recensione »
Definito da Le Monde "un grande processo" per le potenti testimonianze che ha visto esprimere e per l'alto profilo degli argomenti trattati, l'evento che ha ispirato il nuovo film di Francois Ozon è uno snodo vivo e cruciale nella società tanto francese quanto europea.
"Grazie a Dio" è l'espressione sciagurata che dà il titolo al film, usata dal Cardinale Barbarin per riferirsi al troppo tempo trascorso tra le molestie di alcuni giovani scout negli anni Ottanta da parte di Padre Preynat e la dolorosa rivelazione pubblica della storia, grazie alla tenacia di quegli stessi ragazzi ora divenuti adulti.
Ozon, da regista liquido e cangiante qual è, si è adattato con grazia allo sgomitare di arte e vita, cogliendo nel suo fluido divenire una vicenda che a causa di lungaggini giudiziarie ha portato il film e il processo a rincorrersi l'un l'altro: alla presentazione al Festival di Berlino, a febbraio, il film si chiudeva con un cartello che raccontava di un verdetto ancora da annunciare. Oggi, il film esce in sala aggiornato agli eventi della primavera, riportando notizia delle dimissioni dallo stato clericale di Preynat e della condanna a sei mesi per Barbarin.
Eppure rimane una tessitura incompleta, non potendo estendere lo sguardo ai successivi sviluppi (sul ricorso di Barbarin, e sulla sua rinuncia alla guida della Chiesa di Lione) e finendo per risultare ancor più intimamente un film sull'assenza di chiusura. Ozon ne asseconda la natura in modo delicato, costruendo la sua storia con in mente non il climax ma il sinuoso percorso, raccontato con maestria attraverso i tre protagonisti che si passano il testimone, e attraverso archi narrativi disegnati alla perfezione. "Voglio che le persone della Chiesa mi vedano, e vedano la mia sofferenza" aveva dichiarato uno dei protagonisti durante il processo, esplicitando quello che è anche il tema del film di Ozon: il silenzioso riconoscimento di una dignità, che esige non tanto il desiderio di conseguenza, ma la legittimità dell'essere visti.
Essere visti è un atto che unisce le vittime al film stesso, minacciato di oscuramento da alcuni dei personaggi coinvolti nel processo sulla base della presunzione di innocenza e sul diritto di rappresentare personaggi reali (Ozon cambia i nomi dei protagonisti ma non dei colpevoli). Subito dopo la conquista del Gran Premio della Giuria alla Berlinale, Grazie a Dio si è trovato in un limbo che ne ha messo a repentaglio l'uscita nelle sale francesi. La difesa di Ozon si è basata su una sorta di auto-evidenza, rimandando al fatto che nulla nel suo film poteva essere meno noto della vicenda già pubblica, e che dunque ciò che è già noto non può essere dis-visto.
L'idea della visione come chiave della vicenda è centrale anche per l'imputato, quel Cardinale accusato indirettamente in quanto supervisore di Preynat. "Mai ho cercato di nascondere, e ancor meno di coprire, questi fatti orribili" aveva proclamato Barbarin, alla sbarra come colpevole surrogato, e dunque portatore di un valore simbolico di secondo livello. In questo processo, come nel film di Ozon, la catarsi viene non dalla condanna diretta ma dal confronto pubblico; la responsabilità non dall'atto, ma dal suo riconoscimento.
Questa volta François Ozon si cimenta con un tema trattato di recente da due grandi film internazionali, Il caso Spotlight e La mala educacion: la pedofilia all'interno della Chiesa cattolica. Ozon ha dedicato molto tempo a quella che definisce una vera e propria inchiesta investigativa sul caso di alcuni abitanti di Lione che hanno denunciato le molestie subite da un prete quando erano bambini. Dopodiché ha scritto e diretto Grazie a Dio (guarda la video recensione), Orso d'argento Gran premio della giuria all'ultimo Festival di Berlino: un film denuncia dalla trama avvincente del tutto privo di facili sensazionalismi ed eccessi emotivi. La parola è l'eroe del suo film? La parola è stata protagonista di questa vicenda in tutte le sue forme, ed è una parola che libera - non a caso l'organizzazione lionese che è riuscita a fare breccia nel muro di omertà della Chiesa cattolica si chiama "La parola liberata". È una parola che toglie un peso dalle spalle di genitori, figli, compagni di vita, che lascia la sua traccia nelle innumerevoli mail fra le vittime e l'istituzione ecclesiastica, che nutre i discorsi delle vittime fino alla svolta finale. Quando ho iniziato a girare questo film non me ne rendevo conto, ma la parola è davvero la star di Grazie a Dio. Spesso però, come si dice anche nel film, la Chiesa non ha voluto passare dalle parole ai fatti. È vero, nonostante i cardinali e lo stesso Papa avessero usato termini duri e inequivocabili. Anche questo però ha un valore cinematografico, perché la parola è un soggetto interessante proprio nelle sue contraddizioni: pensiamo ai film di Rohmer dove tutti parlano moltissimo, fanno grandi discorsi sull'amore e poi si comportano in modo diametralmente opposto alle loro elucubrazioni verbali. Pur raccontando una storia dai contenuti emotivi fortissimi, ha scelto di raffreddare la messinscena. Cioè non ho fatto il grande melodramma hollywoodiano, vuol dire? (Ride) È vero, sono stato molto attento a rispettare la delicatezza delle situazioni reali e la complessità degli eventi, piuttosto che lanciarmi in scene madri di sicura presa sul pubblico. Non tutto è bianco e nero, ci sono sfumature nei sentimenti, alcune famiglie ad esempio hanno reagito male durante la battaglia che le vittime hanno intrapreso contro il loro molestatore, ed è stato giusto rispettare anche la loro parola. Come dice Renoir ne La regola del gioco, "Tutti hanno le loro ragioni". Il suo umanesimo ci ha insegnato che cambiando la prospettiva cambiano anche gli altri elementi del racconto.
In Grazie a Dio la Chiesa come istituzione sembra separare il concetto di peccato da quello di crimine. Il problema della Chiesa è proprio quello di considerare la pedofilia un peccato per il quale c'è un'assoluzione, dimenticando la sofferenza che provoca nelle vittime. Ma la pedofilia va contro il messaggio di Cristo che invita i fedeli a proteggere i più deboli: e certamente i bambini sono una parte debole. Per questo molti cattolici sono furiosi contro l'istituzione ecclesiastica che tollera la pedofilia fra le sue fila. Infatti in Grazie a Dio uno dei protagonisti specifica che la sua battaglia non è contro la Chiesa, ma per la Chiesa. Molti membri dell'associazione "La parola liberata" non hanno perso la loro fede cattolica, ma la fede nell'istituzione ecclesiastica, che con la sua tolleranza nei confronti della pedofilia tradisce il messaggio di Cristo. Il suo film mostra anche come le persone vicine alle vittime della pedofilia vengano a loro volta travolte dalla spirale di dolore. Attraverso le mie ricerche ho scoperto che un bambino abusato diventa una bomba ad orologeria e spesso finisce per dar luogo a una distruzione famigliare dall'interno, che coinvolge tutti quelli che gli stanno attorno. Quando un ex bambino abusato decide di parlare gli equilibri saltano, e spesso assistiamo a divorzi, schieramenti, divisioni interne al nucleo domestico. Ma il silenzio fa danni anche peggiori, mi creda. I protagonisti di Grazie a Dio sono quasi tutti uomini, ma ci sono anche numerose figure femminili di rilievo. Ho sempre messo le donne al centro dei miei film, e anche qui ho voluto delineare molti ruoli femminili di spessore, anche se di contorno, perché le mogli e madri delle vittime sono state fondamentali nella battaglia combattuta a Lione. Del resto il suo cinema spesso racconta uomini e donne oltrepassando gli stereotipi di genere. Io non faccio differenze fra uomini e donne, specialmente quando scrivo e dirigo un film. Mi interessa raccontare personaggi intelligenti che fanno scelte ad alto rischio. E trovo che gli attori migliori siano quelli che riescono ad accogliere il proprio lato femminile, come hanno fatto in questo film Melvil Poupaud, Denis Ménochet e Swann Arlaud.
Non è la prima volta che François Ozon affronta temi di risonanza sociale, la prostituzione con Giovane e bella, l'identità sessuale con Una nuova amica, ma è la prima volta che si appassiona a un grand sujet della società: il silenzio della Chiesa davanti ai preti pedofili. La materia è così forte che la messa in scena sembra invisibile ma non per questo meno virtuosa.
Potrebbe trattarsi di un film processo, un processo rimandato troppo a lungo, potrebbe trattarsi di un film inchiesta, adattato da una storia vera, potrebbe trattarsi ancora di un film sociale, un film importante su un soggetto tabù. Grazie a Dio è tutti questi film insieme ma è anche e soprattutto una storia di uomini che hanno in comune lo stesso trauma infantile e che dopo anni di rimozione si ritrovano risorgendo.
François Ozon disegna con un pudore estremo il ritratto di individui, dagli orizzonti sociali e culturali differenti, che finalmente trovano la parola: marito modello e padre di famiglia esemplare, Alexandre Guérin (Melvil Poupaud) è all'origine della rivelazione dell'affaire; battagliero irriducibile e fiero del suo ateismo, François Debord (Denis Ménochet) forma con Gilles Perret (Éric Caravaca) il tandem offensivo e costruttivo che non è mai riuscito a costituire con suo fratello; proletario instabile e irritabile, Emmanuel Thomassin (Swann Arlaud) è provato dal suo passato nella carne (è epilettico) e nella virilità. Turbati dall'iniziativa legale di Alexandre, non vogliono saperne niente di quella "vecchia storia" che gli ha spezzato l'infanzia e di cui diventeranno presto i paladini ostinati. Paladini di una lotta contro il crimine pedofilo in seno alla Chiesa. Perché oltre agli uomini al cuore del film c'è la Chiesa, struttura ieratica piena di faglie che permettono a individui pericolosi come padre Preynat di insinuarsi e prosperare.
Eppure Grazie a Dio, il cui titolo è improntato a un'inaudita gaffe sfuggita pubblicamente al Cardinale Barbarin ("Grazie a Dio questi crimini sono stati prescritti"), non è affatto un film antireligioso. Numerosi dei suoi protagonisti sono credenti e Ozon è sempre rispettoso con quelli che credono, concertando dibattiti senza fine sulla fede. Il carico contro la gerarchia episcopale si rivela tanto più aspro quanto più evita la caricatura. Attori sottili e messa in scena misurata sono sufficienti a François Ozon 'a far male'. Il regista si affida di fatto a dichiarazioni officiali e documenti autentici. Quello che interessa davvero al regista è il sistema Chiesa che fa passare il Male senza essere malvagio in sé.
Philippe Barbarin è mostrato come un uomo di potere che sembra onestamente non comprendere la sua responsabilità e nemmeno temere la gravità della situazione. Una gravità che neanche padre Preynat sa misurare. La singolarità del suo caso è che il prete non ha mai negato le aggressioni e le violenze che gli vengono attribuite. Il carnefice rivede le sue vittime e parla loro con la gentilezza di un curato che si avvicina a un bambino, come se il tempo non fosse passato, come se niente fosse accaduto, niente di grave in tutti i casi. Pertanto mai padre Preynat contesta le accuse che confessa sistematicamente spiegando di essere malato, come se in qualche modo fosse anche lui una vittima. Preynat non è né furbo né calcolatore e si congeda dagli uomini che gli rimandano il suo crimine con la speranza sincera di poter continuare a mantenere una relazione cordiale e amicale. Condotta che lo rende ancora più spaventoso.
Il caso Preynat provocò un'ondata di choc nella diocesi lionese, affidata al Cardinal Barbarin nel 2002. L'altro prelato, pur conoscendo le 'voci', confermate da Preynat nel 2007, informò la Santa Sede soltanto nel 2015, dopo aver ricevuto la lettera accorata e risoluta di una delle vittime. Il cardinale si difese invocando la prescrizione dei fatti ma nel marzo 2019 è stato riconosciuto colpevole di omissione e condannato a sei mesi di prigione con la condizionale. Padre Preynat è stato condannato invece il 4 luglio 2019, cinque mesi dopo uscita del film di Ozon in Francia, alla dimissione dello stato clericale. Si tratta della più alta pena prevista dalla giustizia della Chiesa. Per la prima volta, l'autore francese sceglie di raccontare dei personaggi veri, di evocare una storia vera e dei fatti gravissimi.
Grazie a Dio è uscito in Francia il 20 febbraio scorso. La data era importante perché precedeva di un mese la sentenza del caso Preynat, che il film ricostruisce in maniera assai fedele. I fatti risalgono ad un periodo che va dalla fine degli anni ottanta all'inizio degli anni novanta. E riguardano un prete della diocesi di Lione, accusato di aver molestato sessualmente tre scout, i quali diventati [...] Vai alla recensione »