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Grazie a Dio e il caso Preynat, ferita aperta nella società francese

Il film arriva in sala aggiornato agli eventi della primavera, con la notizia delle dimissioni dallo stato clericale del sacerdote e della condanna del suo supervisore. Premiato alla Berlinale e dal 17 ottobre al cinema.
di Tommaso Tocci

Grazie a Dio

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martedì 15 ottobre 2019 - Focus

Definito da Le Monde "un grande processo" per le potenti testimonianze che ha visto esprimere e per l'alto profilo degli argomenti trattati, l'evento che ha ispirato il nuovo film di Francois Ozon è uno snodo vivo e cruciale nella società tanto francese quanto europea.

"Grazie a Dio" è l'espressione sciagurata che dà il titolo al film, usata dal Cardinale Barbarin per riferirsi al troppo tempo trascorso tra le molestie di alcuni giovani scout negli anni Ottanta da parte di Padre Preynat e la dolorosa rivelazione pubblica della storia, grazie alla tenacia di quegli stessi ragazzi ora divenuti adulti.
Tommaso Tocci

Ozon, da regista liquido e cangiante qual è, si è adattato con grazia allo sgomitare di arte e vita, cogliendo nel suo fluido divenire una vicenda che a causa di lungaggini giudiziarie ha portato il film e il processo a rincorrersi l'un l'altro: alla presentazione al Festival di Berlino, a febbraio, il film si chiudeva con un cartello che raccontava di un verdetto ancora da annunciare. Oggi, il film esce in sala aggiornato agli eventi della primavera, riportando notizia delle dimissioni dallo stato clericale di Preynat e della condanna a sei mesi per Barbarin.

Eppure rimane una tessitura incompleta, non potendo estendere lo sguardo ai successivi sviluppi (sul ricorso di Barbarin, e sulla sua rinuncia alla guida della Chiesa di Lione) e finendo per risultare ancor più intimamente un film sull'assenza di chiusura. Ozon ne asseconda la natura in modo delicato, costruendo la sua storia con in mente non il climax ma il sinuoso percorso, raccontato con maestria attraverso i tre protagonisti che si passano il testimone, e attraverso archi narrativi disegnati alla perfezione. "Voglio che le persone della Chiesa mi vedano, e vedano la mia sofferenza" aveva dichiarato uno dei protagonisti durante il processo, esplicitando quello che è anche il tema del film di Ozon: il silenzioso riconoscimento di una dignità, che esige non tanto il desiderio di conseguenza, ma la legittimità dell'essere visti.

Essere visti è un atto che unisce le vittime al film stesso, minacciato di oscuramento da alcuni dei personaggi coinvolti nel processo sulla base della presunzione di innocenza e sul diritto di rappresentare personaggi reali (Ozon cambia i nomi dei protagonisti ma non dei colpevoli). Subito dopo la conquista del Gran Premio della Giuria alla Berlinale, Grazie a Dio si è trovato in un limbo che ne ha messo a repentaglio l'uscita nelle sale francesi. La difesa di Ozon si è basata su una sorta di auto-evidenza, rimandando al fatto che nulla nel suo film poteva essere meno noto della vicenda già pubblica, e che dunque ciò che è già noto non può essere dis-visto.

L'idea della visione come chiave della vicenda è centrale anche per l'imputato, quel Cardinale accusato indirettamente in quanto supervisore di Preynat. "Mai ho cercato di nascondere, e ancor meno di coprire, questi fatti orribili" aveva proclamato Barbarin, alla sbarra come colpevole surrogato, e dunque portatore di un valore simbolico di secondo livello. In questo processo, come nel film di Ozon, la catarsi viene non dalla condanna diretta ma dal confronto pubblico; la responsabilità non dall'atto, ma dal suo riconoscimento.


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In foto una scena del film Grazie a Dio.
In foto una scena del film Grazie a Dio.
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