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Paolo Virzì, una bella eccezione del cinema italiano

Tanti apprezzamenti meritati per La pazza gioia, brillante storia tutta al femminile.
di Pino Farinotti

Micaela Ramazzotti Altri nomi: (Michaela Ramazzotti ) (40 anni) 17 gennaio 1979, Roma (Italia) - Capricorno. Interpreta Donatella nel film di Paolo Virzì La pazza gioia.
domenica 22 maggio 2016 - Focus

La pazza gioia, l'ultimo film di Paolo Virzì, sta raccogliendo molti apprezzamenti. Meritati. Su alcune testate ho riscontrato le "cinquestelle", che è il numero del capolavoro. È la storia di due donne, Beatrice e Donatella, ricoverate in una casa di cura. La prima (Bruni Tedeschi) è un'ex ricca mitomane che vuole comandare tutto e tutti, l'altra (Micaela Ramazzotti), una tossicodipendente, e molto altro, alla quale hanno tolto il bambino per darlo in affidamento. Fuggono dalla comunità e ne combinano di tutti i colori. Ma alla fine, confrontando i reciproci drammi e patologie, riescono a reperire una sorta di deterrente del dolore. Staranno meglio. Si sorride, ci si commuove, si ragiona. Sono i codici di Paolo Virzì, un regista che nel tempo ha saputo cambiare registri, evolversi, porre l'asticella, come si dice, sempre più in alto, e superarla. Nel quadro del cinema italiano lo ritengo una bella eccezione, una delle poche. Davvero bravo.

In questa Pazza gioia, storia al femminile, il regista ha anche mostrato duttilità e ancora intelligenza: si è valso, per la sceneggiatura, di una donna, una collega, e che collega, Francesca Archibugi, che ha sostituito i collaboratori storici.
Pino Farinotti

Fin dai tempi di Ovosodo ho mostrato apprezzamento, soprattutto per una ragione, per una qualità artistica molto rara fra i nostri registi: sa scrivere. Nei dialoghi, soprattutto nel racconto fuori campo, spesso presenta momenti da vero narratore, da romanziere. E, ribadisco, non è poco. Paolo Virzì è arrivato a questo film, quasi perfetto, attraverso un percorso di maturazione "aritmetico". Esplorando, stagione dopo stagione, contenuti primari. E mai casualmente, con un impegno sempre in evoluzione. Con Ovosodo trasferiva vicende strettamene toscane in un quadro più vasto. Con Baci e abbracci toccava la grande letteratura europea: l'ispirazione era "L'ispettore generale" di Gogol. Ricordabile è anche N- Io e Napoleone, da un romanzo di Ernesto Ferrero, dove Virzì, in chiave grottesca, rappresentava la vicenda dell'imperatore esule all'Elba, omologandola alla storia contemporanea. E poi altri titoli, molti, e contenuti mai convenzionali, spesso magnificamente allarmanti. Ma non si può non citare Il capitale umano, il penultimo titolo, che nel quadro dell'evoluzione rappresenta un decisivo salto di qualità. Riprendendo un romanzo dell'americano "west coast" Stephen Amidon, trasferiva la vicenda in uno scenario dell'Italia del nord. Il tema erano la finanza con tutti gli imbrogli relativi, e i rapporti fra fasce diverse. Un film che si emancipava dai modelli medi italiani, provinciali, minimali, ripetitivi.


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