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Kore-Eda, l'erede contemporaneo di Ozu

In occasione dell'uscita di Little Sister, dal 1° gennaio al cinema, Father and Son stasera in streaming su Nuovo Cinema Repubblica.
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di Emanuele Sacchi

Kore'eda Hirokazu (Kore-eda Hirokazu) (57 anni) 6 giugno 1962, Tokyo (Giappone) - Gemelli. Regista del film Little Sister.

lunedì 28 dicembre 2015 - Celebrities

Benché in pochi possano ambire a un simile paragone, la definizione di "erede contemporaneo di Ozu" sta persino stretta a Kore-Eda Hirokazu.
Autore di quindici film, distribuiti tra documentari e lavori di finzione, il cinquantatreenne regista nipponico pare quasi un indolente nell'ambito della cinematografia giapponese, popolata da workaholic da due titoli all'anno come Sono Sion o Miike Takashi. Ma osservando da vicino il suo cinema, il ritmo di Kore-Eda non stupisce affatto. Tali sono l'amore espresso per l'inquadratura di ogni dettaglio e il lavoro di cesello che rende ogni singolo dialogo fondamentale, che sarebbe impossibile ipotizzare un'accelerazione nel suo processo creativo.

L'accostamento con il maestro del cinema giapponese accompagna sin dagli inizi (tra le prime influenze la New Wave taiwanese di Hou Hsiao-hsien e Edward Yang) Kore-Eda, ma diviene inevitabile a partire dall'autobiografico spaccato di vita familiare di Still Walking (2008), forse a tutt'oggi il capolavoro del regista. Protagonista è Ryo, il secondogenito di una famiglia che ancora piange, dopo dodici anni, il lutto del primogenito e figlio prediletto Junpei. I sensi di colpa si mescolano alla rabbia repressa, in una riunione familiare che si trasforma in una partita a scacchi tra posizioni e percezioni inconciliabili. Mentre scorrono le immagini rasserenanti di una deliziosa giornata, trascorsa cucinando delizie tra gli alberi di ciliegio, le brevi e lancinanti battute dei due anziani genitori mostrano una crudeltà d'animo insospettabile, frutto di ferite profonde e mai rimarginate. Se l'obiettivo dell'ultimo Ozu era la mutazione in seno alla società giapponese, osservata attraverso la disgregazione della tradizione e la nascita di una nuova concezione di famiglia e matrimonio, la realtà osservata da Kore-Eda è l'esito inevitabile di quel processo evolutivo. Il divorzio, e in genere le seconde nozze, caratterizzano apparentemente quasi ogni nucleo familiare, conducendo a nuove e ibridi estensioni dello stesso. È così per Ryo in Still Walking, che tenta disperatamente di far accettare la moglie e il di lei figlio, frutto di un precedente matrimonio. È così anche per la sorellina(stra) accolta dalle sorelle maggiori, accomunate dallo stesso padre, in Little Sister (2015), ultimo lavoro del regista, in cui è forte il richiamo a Still Walking così come il ribaltamento di quel punto di vista.

Esemplare feelgood movie nell'ambito del cinema d'autore contemporaneo, dominato da drammi sociali e storie di violenza fisica o psicologica, Little Sister è un ritratto delizioso della quotidianità di una famiglia, incentrato sul femminino e sulle sue diverse tonalità di grazia, incarnate da altrettanti personaggi. Più ottimista e commovente di Still Walking, Little Sister sottolinea ulteriormente la capacità di Kore-Eda di mettere in scena memorabili tableaux vivants che si nutrono di sensazioni più che di dialoghi e trama. Quel che avviene in Little Sister si può sintetizzare in una sinossi di poche righe, quel che avviene dentro di noi spettatori guardandolo, invece, potrebbe dar vita a un romanzo.

Al centro dell'indagine sulla semplicità della vita di Koreeda spesso ci sono i bambini, di cui il regista sa catturare una gamma disparata di espressioni. L'intesa magnetica che si instaura tra la macchina da presa e i giovani protagonisti conosce pochi precedenti nella storia del cinema (Gli anni in tasca di Truffaut), tanto nella gioia che nel dramma. Gli sfortunati fratelli di Nessuno lo sa (2004), abbandonati dalla madre in un appartamento di Tokyo e costretti a cavarsela da soli per sopravvivere, rappresentano per il cinema di Kore-Eda il compimento di un percorso iniziato nel 1991 con Lessons from a Calf, documentario sugli alunni di una scuola elementare, alle prese con una prova pratica che consiste nell'allevare una mucca. Un cinema che ha la rappresentazione della realtà circostante come scopo principale, in cui privilegiare il punto di vista infantile significa da un lato estremizzare la risposta emotiva dello spettatore e dall'altro obbligarlo ad aprire gli occhi sul disagio, impedendogli di sorvolare e voltare pagina.

La differenza nello sguardo del regista diviene evidente accostando Nessuno lo sa a Father and Son (stasera in streaming su Nuovo Cinema Repubblica), il film che vale a Koreeda il Premio della Giuria al Festival di Cannes 2013: se nel primo caso prevale il crudo verismo di un tragico fatto di cronaca, nel secondo i bambini sono il motore di una vicenda guidata dal destino ma ricomposta dal (loro) buonsenso. A causa di una malevola vendetta, i figli di due famiglie vengono scambiati ancora in culla: chi era destinato a crescere nell'agiatezza conosce la miseria, e viceversa. Uno scherzo del fato a cui uno dei due padri tenta di opporsi, incurante delle conseguenze su un bambino che si sente suo figlio a tutti gli effetti, e che non desidera che di essere amato dal proprio padre. Un'opera che riprende un topos consolidato (già presente in La vita è un lungo fiume tranquillo) ma che si concentra sull'espressività dei giovani protagonisti, la cui naïveté resta l'unica speranza di umanità in una società, che ha smarrito il contatto con il reale, dominata e sconvolta dall'iper-razionalità.

Accanto alla produzione "maggiore", per così dire, di Kore_Eda, vi sono alcuni esperimenti bizzarri con altre forme e generi, non meno interessanti. Come il jidaigeki in costume Hana (2006), in cui il regista cala la sua prospettiva umanista nello spietato mondo dei samurai, o il surreale Air Doll (2009), tratto da un manga, in cui una bambola gonfiabile prende vita e cerca di sfuggire alla sua natura di oggetto sessuale.

Tanto nei drammi familiari recenti che nei primi vagiti autoriali - il suggestivo After Life (1998), in cui Kore-Eda immagina un limbo in cui le anime possano scegliere un solo ricordo da conservare per l'eternità -, nei suoi documentari come nelle sue deviazioni stravaganti dalla via maestra, lo sguardo di Kore-Eda Hirokazu conserva gelosamente la propria unicità.

Nessuno come lui sa mettere in scena la semplicità di un sorriso o di un pianto e suggerire l'universo che questo nasconde, servendosi di poche parole e di gesti minimi; nonché della ieratica essenzialità del Giappone privato, quello che il grande cinema, da Ozu Yasujiro a oggi, non si stanca mai di indagare.

In attesa di Little Sister, dal 1° gennaio al cinema, Repubblica.it e MYmovies.it presentano Father and Son stasera in streaming su Nuovo Cinema Repubblica.

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