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Come raccontare la crisi economica

"La grande scommessa" è trovare mezzi cinematografici per rappresentare la crisi. Sostenuto da un cast di star, il film di McKay è al cinema dal 7 gennaio. Vai all'articolo
di Roy Menarini

In foto Steve Carell e Byron Mann in una scena di La grande scommessa.
Steve Carell (Steven John Carell) (57 anni) 16 agosto 1962, Concord (Massachusetts - USA) - Leone. Interpreta Steve Eisman nel film di Adam McKay La grande scommessa.

domenica 10 gennaio 2016 - Focus

Non è semplice sfuggire alla sensazione che The Wolf of Wall Street - pur ambientato negli anni Ottanta - abbia magnificamente espresso tutto quello che c'era da dire sul rapporto tra cinema e capitalismo in America. Tuttavia, La grande scommessa - pur gravato da vezzi di regia e di direzione degli attori assai discutibili - merita di essere preso sul serio.
In effetti il rapporto tra cinema e crisi finanziaria, dal 2008 in poi (ma in fondo anche il Wall Street di Oliver Stone affrontava i medesimi problemi), corrisponde a una sola domanda: come si può mostrare l'economia? La crisi, paradossalmente, aiuta il cinema, poiché si può sempre lavorare sugli effetti del collasso economico di un Paese, come hanno fatto in modo solido e classico, per esempio, 99 Homes o The Company Men. Altro è entrare nei gangli del produrre, vendere e costruire ricchezza, e dunque accedere alla dimensione più smaterializzata della finanza, quella che ha poi decretato la crisi per la moltiplicazione di prodotti spazzatura e derivati senza sostegno concreto. La forma più duttile parrebbe quella del documentario, come chiaramente mostrato da Inside Job, dove controinformazione e pedagogia mediale vanno a braccetto per farci comprendere i complessi meccanismi che hanno scatenato la crisi. Il documentario, a sua volta, può diventare cinema militante internazionale, il cui esponente più noto - Michael Moore - non si è tirato indietro con Capitalism - A Love Story dove l'accenno alla storia d'amore ha il sapore beffardo dell'ossessione tutta americana per il liberismo sfrenato. In questi anni, Hollywood ha poi iniziato a far entrare la crisi economica all'interno di diversi generi, o di film che non sono nati con lo scopo di analizzare il crollo del 2008. Parliamo di esiti talvolta maiuscoli, come l'amarissima commedia Tra le nuvole di Jason Reitman o The Informant! di Steven Soderbergh (film quant'altri mai dimenticato e invece centrale per come spiega beffardamente le dinamiche kafkiane delle politiche aziendali), o ancora il seguito del già citato precedente di Oliver Stone, ovvero Wall Street: il denaro non dorme mai, dove viene rispolverato il demone Gordon Gekko. Ma la crisi economica, secondo vari analisti, si nasconde nella più vasta produzione contemporanea, anche laddove meno ce la si aspetta - molti considerano per esempio il fantascientifico In Time una perfetta allegoria del presente.
Il vero problema, comunque, resta il solito. Come "dare immagine" all'economia? Alcuni film hanno deciso di "dare parola", ovvero di usare la verbalità e il dialogo come grimaldelli per capire che cosa è successo, e non a caso sia Margin Call sia Too Big To Fail possiedono impianti teatrali e corrispondenza di luogo e azione. Essere là dove si gioca il grande bluff del capitalismo estremo significa già essere dove si produce - forse - l'immagine dell'economia. Ma La grande scommessa va ancora più in là. In un film annegato di parole, che usa la suspense all'interno di un meccanismo da thriller della finanza, gli sceneggiatori si pongono il problema di come dare corpo alla crisi. Gli effetti non bastano più. Bisogna spiegare le cause. E per spiegare le cause, è necessario interrogare le tecniche. Come ha fatto, tecnicamente, a esplodere la bolla immobiliare statunitense? È per questo che la narrazione viene interrotta da alcuni siparietti documentari, un po' brechtiani, nei quali personaggi famosi spiegano per analogia come sono stati costruiti i mutui subprime (in alcuni casi, per esempio con l'intervento del cuoco Bourdain, le cose per lo spettatore si fanno improvvisamente più chiare).
Non è più questione di mostrare denaro (L'Argent di Bresson ne era straordinaria intuizione), ma di comprendere l'immaterialità del capitalismo estremo. Il titolo italiano del film fa comprendere che "la grande scommessa" è trovare mezzi cinematografici per rappresentare la crisi.

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