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radames50
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giovedì 23 gennaio 2014
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l'elettronica al servizio del "vuoto".
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Probabilmente vincerà qualche statuetta (quanti capolavori non l'hanno vinta!), ma è un prodotto che riesce soltanto a mortificare lo splendido contributo del computer. Dopo lo stupore iniziale per le immagini, merito dell'elettronica e non certo del regista, la noia subentra implacabile e si spera, scena dopo scena, che tutto il lavoro non si risolva in un sofisticato screen saver. Attesa delusa. La pellicola procede senza mai offrire isolati lampi o impennate che la sollevino dalla mediocrità. Dialoghi e profili piatti ed inconsistenti, che avrebbero la pretesa di esprimere o di generare nello spettatore interrogativi e profonde riflessioni sulla vita, sull'universo esterno ed interiore e sulla morte.
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Probabilmente vincerà qualche statuetta (quanti capolavori non l'hanno vinta!), ma è un prodotto che riesce soltanto a mortificare lo splendido contributo del computer. Dopo lo stupore iniziale per le immagini, merito dell'elettronica e non certo del regista, la noia subentra implacabile e si spera, scena dopo scena, che tutto il lavoro non si risolva in un sofisticato screen saver. Attesa delusa. La pellicola procede senza mai offrire isolati lampi o impennate che la sollevino dalla mediocrità. Dialoghi e profili piatti ed inconsistenti, che avrebbero la pretesa di esprimere o di generare nello spettatore interrogativi e profonde riflessioni sulla vita, sull'universo esterno ed interiore e sulla morte. Il soliloquio al saccarosio mielato della dottoressa, che parla alla figlia morta, è di una banalità irritante e da solo sarebbe sufficiente per il rimborso del biglietto. La partecipazione di due ottimi professionisti come Bullock e Clooney si rileva soltanto dalla locandina, giacché la sceneggiatura e l'architettura del film sottraggono all'attore lo scopo fondamentale della propria presenza: la recitazione. Se nelle tute spaziali ci fossero stati due sosia, nessuno se ne sarebbe accorto. Scomodare Kubrick o Tarkovskij per un pur impietoso accostamento sarebbe già stato un premio.
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cris87
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mercoledì 22 gennaio 2014
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vuoto spettacolare
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Il film è visivamente entusiasmante, questo non si può negare: sembra quasi di riuscire a capire quali sensazioni si provino in assenza di gravità. Il ritmo ha la giusta tensione, c'è la veniciata di umanità d'ordinanza, ma... la sceneggiatura non esiste! Succede esattamente ciò che ti aspetti dal primo all'ultimo fotogramma, niente di più e niente di meno, con la postilla che un buon 50% di ciò che accade è a dir poco inverosimile.
Veramente toccanti e preziose solo alcune scene della protagonista di fronte alla morte che lei crede imminente. Bravissima la Bullock, ma il "capolavoro" in questione secondo me è dimenticabile.
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Il film è visivamente entusiasmante, questo non si può negare: sembra quasi di riuscire a capire quali sensazioni si provino in assenza di gravità. Il ritmo ha la giusta tensione, c'è la veniciata di umanità d'ordinanza, ma... la sceneggiatura non esiste! Succede esattamente ciò che ti aspetti dal primo all'ultimo fotogramma, niente di più e niente di meno, con la postilla che un buon 50% di ciò che accade è a dir poco inverosimile.
Veramente toccanti e preziose solo alcune scene della protagonista di fronte alla morte che lei crede imminente. Bravissima la Bullock, ma il "capolavoro" in questione secondo me è dimenticabile.
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veronica c
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mercoledì 22 gennaio 2014
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binomio scienza/umanesimo: la forza nell'immagine.
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Scienza e umanesimo i protagonisti assoluti del nuovo film del messicano Alfonso Cuaròn; l’una al servizio dell’altro in un binomio inscindibile quanto vincente.
E’ la storia di un viaggio accidentale tra basi spaziali in totale assenza di gravità; la vulnerabilità dell’uomo è più evidente che mai, in una sfida continua tra vita e morte, tra istinto di sopravvivenza e desiderio di abbandono di fronte all’immensa grandezza e potenza dell’universo.
La dottoressa Ryan Stone, magistralmente interpretata da una radiosa Sandra Bullock da Oscar, affiancata in itinere dal comandante della missione Matt Kowalski del bravo Clooney, in seguito ad una pioggia di detriti che distrugge lo shuttle dove stava lavorando, si ritrova ad essere l’unica superstite della catastrofe e a dover combattere contro una serie di pericolose circostanze che ostacolano il suo ritorno sulla Terra.
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Scienza e umanesimo i protagonisti assoluti del nuovo film del messicano Alfonso Cuaròn; l’una al servizio dell’altro in un binomio inscindibile quanto vincente.
E’ la storia di un viaggio accidentale tra basi spaziali in totale assenza di gravità; la vulnerabilità dell’uomo è più evidente che mai, in una sfida continua tra vita e morte, tra istinto di sopravvivenza e desiderio di abbandono di fronte all’immensa grandezza e potenza dell’universo.
La dottoressa Ryan Stone, magistralmente interpretata da una radiosa Sandra Bullock da Oscar, affiancata in itinere dal comandante della missione Matt Kowalski del bravo Clooney, in seguito ad una pioggia di detriti che distrugge lo shuttle dove stava lavorando, si ritrova ad essere l’unica superstite della catastrofe e a dover combattere contro una serie di pericolose circostanze che ostacolano il suo ritorno sulla Terra. Dal punto di vista dell’intreccio ci troviamo di fronte al tipico viaggio di formazione in cui il susseguirsi degli eventi segna una progressiva crescita del protagonista; tuttavia la forza dell’immagine è il differenziale. Essa ottenebra il prevedibile, conferisce credibilità e suggestiona irrevocabilmente lo spettatore, trascinandolo in una dimensione onirica, in un continuo avvicendarsi di scientifico e metafisico. Grazie anche al supporto del tridimensionale, tecnologia ormai non più così nuova, eppure raramente usata in maniera tanto artistica quanto in “Gravity”, si è partecipi con Ryan di una sublime visione dell’universo, nonché della nostra più profonda umana interiorità.
Risuonano costanti gli echi di matrice romantica; quale miglior rappresentazione del sentimento del sublime, che provoca in noi sgomento, ma allo stesso tempo anche attrazione? Parafrasando liberamente il Qoelet, “Dio mise il desiderio dell’eterno nel cuore dell’uomo”; tale anelito nei confronti dell’infinito, proprio in quanto insito nella nostra stessa natura, è sempre così forte in noi uomini di ogni tempo, condannati quindi ad aspirare all’irraggiungibile, vivendo entro i limiti di un mondo finito. Ebbene, nel film di Cuaròn si ha l’impressione di avvertire almeno per un attimo quella dimensione ulteriore, quell’altrove che ci sfugge, sospesi in uno spazio che è davvero al confine tra ciò che scientificamente conosciamo e ciò che ci trascende.
“Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me”, parola di Kant. Le stelle in “Gravity” sono tutte intorno, eppure il concetto non cambia. E’ costante la consapevolezza del rigido meccanicismo che regola le leggi della fisica e quella dell’immensità del tutto rispetto all’umana piccolezza; a questo però si affianca la percezione di essere, pur nella nostra insignificanza, portatori di una libertà che regola la nostra morale e ci fa sentire grandi in una realtà altra rispetto a quella conoscibile teoreticamente.
Ecco allora che una passeggiata spaziale che ha del surreale, seppur effettivamente verosimile, intingendosi di spiritualità, ci offre l’occasione di compiere un iter nei meandri più profondi del nostro animo, rimanendo seduti in poltrona. Si può chiedere forse di più all’immaginifica settima arte?
Il tutto si compie, dopo novanta minuti, con una scena mozzafiato, apice della climax ascendente che ci tiene incollati allo schermo per tutto lo svolgersi del film. La bellezza della Bullock è commovente, in questa indimenticabile sequenza che sembra vedere nell’acqua l’arché di tutte le cose.Scienza e umanesimo i protagonisti assoluti del nuovo film del messicano Alfonso Cuaròn; l’una al servizio dell’altro in un binomio inscindibile quanto vincente.
E’ la storia di un viaggio accidentale tra basi spaziali in totale assenza di gravità; la vulnerabilità dell’uomo è più evidente che mai, in una sfida continua tra vita e morte, tra istinto di sopravvivenza e desiderio di abbandono di fronte all’immensa grandezza e potenza dell’universo.
La dottoressa Ryan Stone, magistralmente interpretata da una radiosa Sandra Bullock da Oscar, affiancata in itinere dal comandante della missione Matt Kowalski del bravo Clooney, in seguito ad una pioggia di detriti che distrugge lo shuttle dove stava lavorando, si ritrova ad essere l’unica superstite della catastrofe e a dover combattere contro una serie di pericolose circostanze che ostacolano il suo ritorno sulla Terra. Dal punto di vista dell’intreccio ci troviamo di fronte al tipico viaggio di formazione in cui il susseguirsi degli eventi segna una progressiva crescita del protagonista; tuttavia la forza dell’immagine è il differenziale. Essa ottenebra il prevedibile, conferisce credibilità e suggestiona irrevocabilmente lo spettatore, trascinandolo in una dimensione onirica, in un continuo avvicendarsi di scientifico e metafisico. Grazie anche al supporto del tridimensionale, tecnologia ormai non più così nuova, eppure raramente usata in maniera tanto artistica quanto in “Gravity”, si è partecipi con Ryan di una sublime visione dell’universo, nonché della nostra più profonda umana interiorità.
Risuonano costanti gli echi di matrice romantica; quale miglior rappresentazione del sentimento del sublime, che provoca in noi sgomento, ma allo stesso tempo anche attrazione? Parafrasando liberamente il Qoelet, “Dio mise il desiderio dell’eterno nel cuore dell’uomo”; tale anelito nei confronti dell’infinito, proprio in quanto insito nella nostra stessa natura, è sempre così forte in noi uomini di ogni tempo, condannati quindi ad aspirare all’irraggiungibile, vivendo entro i limiti di un mondo finito. Ebbene, nel film di Cuaròn si ha l’impressione di avvertire almeno per un attimo quella dimensione ulteriore, quell’altrove che ci sfugge, sospesi in uno spazio che è davvero al confine tra ciò che scientificamente conosciamo e ciò che ci trascende.
“Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me”, parola di Kant. Le stelle in “Gravity” sono tutte intorno, eppure il concetto non cambia. E’ costante la consapevolezza del rigido meccanicismo che regola le leggi della fisica e quella dell’immensità del tutto rispetto all’umana piccolezza; a questo però si affianca la percezione di essere, pur nella nostra insignificanza, portatori di una libertà che regola la nostra morale e ci fa sentire grandi in una realtà altra rispetto a quella conoscibile teoreticamente.
Ecco allora che una passeggiata spaziale che ha del surreale, seppur effettivamente verosimile, intingendosi di spiritualità, ci offre l’occasione di compiere un iter nei meandri più profondi del nostro animo, rimanendo seduti in poltrona. Si può chiedere forse di più all’immaginifica settima arte?
Il tutto si compie, dopo novanta minuti, con una scena mozzafiato, apice della climax ascendente che ci tiene incollati allo schermo per tutto lo svolgersi del film. La bellezza della Bullock è commovente, in questa indimenticabile sequenza che sembra vedere nell’acqua l’arché di tutte le cose.
Recensione "Menzione d' onore" al concorso di critica cinematografica "Genere Femminile: quando le donne criticano il cinema".
Autrice: Veronica Canalini
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alexander 1986
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mercoledì 22 gennaio 2014
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sotto il 3d niente
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Orbita terrestre, anno non precisato. Una piccola equipe di astronauti/scienziati sta lavorando alla manutenzione del telescopio Hubble, quando improvvisamente vengono travolti da un'ondata di detriti - la stessa, inaspettata, che si conosce già dal trailer. Sopravvivono solo i due attori in locandina, Bullock e Clooney, i quali dovranno ingegnarsi a fondo per trovare una via di salvezza nella situazione disperata in cui si trovano, sospesi nel vuoto e senza apprezzabili punti di riferimento.
'Gravity' merita due tipi di discorso regolati sull'approccio con cui lo si valuta. Come film in sè e per sè, bisogna ammettere che si tratta di un'esperienza cinematografica affascinante, una vera e propria esposizione dello stato dell'arte delle tecniche visive e grafiche al servizio del cinema.
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Orbita terrestre, anno non precisato. Una piccola equipe di astronauti/scienziati sta lavorando alla manutenzione del telescopio Hubble, quando improvvisamente vengono travolti da un'ondata di detriti - la stessa, inaspettata, che si conosce già dal trailer. Sopravvivono solo i due attori in locandina, Bullock e Clooney, i quali dovranno ingegnarsi a fondo per trovare una via di salvezza nella situazione disperata in cui si trovano, sospesi nel vuoto e senza apprezzabili punti di riferimento.
'Gravity' merita due tipi di discorso regolati sull'approccio con cui lo si valuta. Come film in sè e per sè, bisogna ammettere che si tratta di un'esperienza cinematografica affascinante, una vera e propria esposizione dello stato dell'arte delle tecniche visive e grafiche al servizio del cinema. Gli effetti speciali, esaltati dal 3D, compiono il loro dovere in maniera encomiabile, donandoci il senso della vertigine e della distanza come mai si era visto prima. Alcune riprese in prima persona, facendo combaciare ai nostri gli occhi dei protagonisti, causano un senso di claustrofobia assolutamente realistico. Tutto bello, finché l'occhio non si abitua a queste fantasmagorie; quando ciò avviene, emerge l'assoluta pochezza di tutto il resto. E questo comincia a pesare nella valutazione di una pellicola candidata a 10 Academy Awards.
I sapienti del cinema si ostinano a invocare il nome di '2001. Odissea nello spazio' ogni qualvolta vedono uno scafandro da astronauta e qualsiasi cosa abbia la parvenza di uno Shuttle. Più che al capolavoro kubrickiano, che a questo punto mi chiedo in quanti abbiano effettivamente visto, 'Gravity' andrebbe inserito nella recente nidiata di quelle pellicole che si basano sulla solitudine e sulla disperazione dell'individuo nelle situazioni impossibili: vedi Open Water (2003), 127 Ore (2010), Buried (2010). Niente vertigini metafisiche quindi, ma un più 'terreno' ritratto della fragilità individuale, a cui fa seguito la tanto americana forza d'animo che emerge sempre nella tempesta. Americana è anche la (scontatissima) conclusione. La trama è talmente inconsistente che il buon Cuaron, dovendo confezionare un film di un'ora e mezza, è costretto ad allungare il brodo con soluzioni piuttosto goffe - i soliti 'imprevisti' annunciati. Passando agli attori da copertina: Bullock stranamente ben calata nella parte, anche esteticamente; Clooney comicamente fuori ruolo: il suo giocare all'astroboy di inizio film avrà fatto sbellicare dalle risate chiunque abbia una vaga idea di cosa sia una passeggiata spaziale.
In conclusione: film che oggi merita di essere visto, ma che fra qualche anno (quando la grande sbornia di 3D sarà passata) sarà messo da parte senza rimpianti.
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istian gonny
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giovedì 16 gennaio 2014
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terra!!!
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Regia, effetti speciali e fotografia magistrali. fin dal primo minuti guardando questo film possiamo sentirci uno dei protagonisti grazie ailunghissimi piano sequanza di cuaron che ti immergono completamente nel film. La storia parte subito in media res, senza spiegare personaggi o il perchè stiano facendo quelle cose o perchè sia li. Non riesco a trovare delle tematiche o degli insegnamenti da questo film, quindi lo ritengo un buon blockbuster, ma non mi entusiasma pur essendo la tensione sempre alle stelle.
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pascale marie
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martedì 14 gennaio 2014
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persi nell'immensità
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Il Cineforum della mia città ha proiettato Gravity in 2D, e finalmente oggi ho potuto vederlo ( il 3D mi da fastidio alla vista ). Tutti mi dicevano: non mi è piaciuto, che noia, il tempo non passava mai...Ma al mio solito, passione a parte, più le critiche sono pessime, più vado al cinema perchè voglio rendermi conto io se il film vale o no, perciò pronta alla noia e prevenuta più che altro per la parte tecnica, ho spaziato con Gravity. Non mi sono annoiata un attimo, anzi è arrivata la fine senza accorgermi. Per me è un film bellissimo ed elegantemente svolto. E' la storia di una dottoressa Ryan e di un astronauta Kovalsky che in una missione spaziale si ritrovano con lo Shuttle distrutto, la disperazione di non sapere se torneranno più sulla terra e la sola certezza di essere soli nell'immensità.
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Il Cineforum della mia città ha proiettato Gravity in 2D, e finalmente oggi ho potuto vederlo ( il 3D mi da fastidio alla vista ). Tutti mi dicevano: non mi è piaciuto, che noia, il tempo non passava mai...Ma al mio solito, passione a parte, più le critiche sono pessime, più vado al cinema perchè voglio rendermi conto io se il film vale o no, perciò pronta alla noia e prevenuta più che altro per la parte tecnica, ho spaziato con Gravity. Non mi sono annoiata un attimo, anzi è arrivata la fine senza accorgermi. Per me è un film bellissimo ed elegantemente svolto. E' la storia di una dottoressa Ryan e di un astronauta Kovalsky che in una missione spaziale si ritrovano con lo Shuttle distrutto, la disperazione di non sapere se torneranno più sulla terra e la sola certezza di essere soli nell'immensità. Mi sono anche emozionata: quando Ryan ( mi chiedevo anch'io perchè un nome da uomo ) ormai sola, chiusa in cabina tenta di collegarsi con la base più vicina e la voce di un uomo che canta la ninna nanna? e la vocina di un bimbo che piange, spezza un pò la tensione, l'ansia e la paura, e quando immagina che l'astronauta le è seduto accanto, riuscendo così a raggiungerla, dandole i consigli giusti per sganciarsi e mettere in moto lo shuttle. George Clooney e Sandra Bullock sono giusti per le parti e Alfonso Cuaron è stato molto bravo a dirigere con solo 2 interpreti un film non facile anche per questo, e a farci entrare in questa storia di spazi e silenzi infiniti, senza cadere nella retorica, anzi inserendo una colonna sonora stupenda che ha dato al film quel pizzico in più di emozionante adrenalina. Film da non perdere.
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_matty_
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lunedì 13 gennaio 2014
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bello
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Buon film e ottima regia. Incentrato tutto su un'unica vicenda, cioé il rientro sulla Terra da parte della dottoressa ryan. Con molta suspence cuaron riesce e esprimere al meglio la drammaticità di questo evento. Buone le inquadrature anche se alcune sono finalizzate per lo piú per il 3d. Mi piace molto l'inizio perché con un solo movimento macchina senza cambiare inquadratura cuaron riesce a prendere il tutto della situazione.
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the lady on the hot tin roof
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lunedì 13 gennaio 2014
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sottopelle
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Molto difficile rendere ad altri l'idea di un film come questo. Io l'ho visto con altre due persone e la reazione di tutti è stata molto forte: c'è chi durante i titoli di coda è stato immobile ed in silenzio, c'è chi è riuscito a proferire qualche esclamazione sbalordita e poi ci sono io, che mi sentivo fisicamente male, come avessi passato un'ora e mezzo - questa la durata, sia effettiva che nell'ambito della narrazione - insieme a Sandra Bullock, avendo sopportato prove fisiche al di là dell'umano. Forse è perché lo stile registico di Cuarón quasi supera l'estremo realismo proprio di un documentario, facendo sì che lo spettatore si senta in tutto e per tutto impotente e al contempo addentro alle vicende dei personaggi.
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Molto difficile rendere ad altri l'idea di un film come questo. Io l'ho visto con altre due persone e la reazione di tutti è stata molto forte: c'è chi durante i titoli di coda è stato immobile ed in silenzio, c'è chi è riuscito a proferire qualche esclamazione sbalordita e poi ci sono io, che mi sentivo fisicamente male, come avessi passato un'ora e mezzo - questa la durata, sia effettiva che nell'ambito della narrazione - insieme a Sandra Bullock, avendo sopportato prove fisiche al di là dell'umano. Forse è perché lo stile registico di Cuarón quasi supera l'estremo realismo proprio di un documentario, facendo sì che lo spettatore si senta in tutto e per tutto impotente e al contempo addentro alle vicende dei personaggi. Ciò non significa tuttavia che questo film sia privo dei linguaggi propri del cinema, anzi! Che si tratti della fotografia o delle interpretazioni, degli effetti visivi o della sceneggiatura, questo film è un gioiello, non raffinato bensì straziante nella sua immediatezza. Uno degli aspetti più interessanti - sicuramente essenziale per la riuscita del film - è costituito dalla spiritualità sui generis che pervade tutta la trama: non voglio rivelare alcunché perché ve ne accorgerete man mano, dico solo che è questa peculiare dimensione che dona profondità alla storia e fa entrare il film sottopelle.
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boston sire
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martedì 7 gennaio 2014
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"george non deve morire"
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Il pedigrì degli attori troppo spesso incide sulla suspance di una trama rischiando di rendere prevedibile lo svolgersi di alcune scene e, in taluni casi, dello stesso finale. Nessun produttore assumerebbe mai un Jack Nicholson per farlo morire alla prima scena così, se all'inizio di un thriller ci si trova difronte a una sparatoia che coinvolge il divo a sette zeri, anche lp spettatore meno brillante riesce a prefigurare un facile epilogo. Gravity non si può definire in nessun modo una novità e la sua valutazione non è sicuramente all'altezza delle attese generate dal trailer ma ha il merito di andare contro questa golden rule tipica delle pellicole holliwoodiane.
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Il pedigrì degli attori troppo spesso incide sulla suspance di una trama rischiando di rendere prevedibile lo svolgersi di alcune scene e, in taluni casi, dello stesso finale. Nessun produttore assumerebbe mai un Jack Nicholson per farlo morire alla prima scena così, se all'inizio di un thriller ci si trova difronte a una sparatoia che coinvolge il divo a sette zeri, anche lp spettatore meno brillante riesce a prefigurare un facile epilogo. Gravity non si può definire in nessun modo una novità e la sua valutazione non è sicuramente all'altezza delle attese generate dal trailer ma ha il merito di andare contro questa golden rule tipica delle pellicole holliwoodiane. La spiazzante gestione di George Clooney è infatti la chiave del film che rende la pellicola meritevole di quella decisiva stellina in più.
E' talmente difficile credere a un utilizzo limitato del bel George che, quando il capitano Kowalsky risorge da una improbabile sopravvivenza nello spazio, lo spettatore crede al miracolo e riaccende con una fiammata un'attenzione che stava lentamente affievolendosi. La regia riesce così a depistare più volte chi osserva, rendendo imprevedibile una trama che altrimenti non avrebbe molto da dire. Con questo escamotage Gravity tiene l'attenzione e l'interesse costantemente a livelli elevati e questo, insieme ad una coinvolgente regia e a piacevoli effetti speciali, vale assolutamente il prezzo del biglietto.
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projack
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venerdì 3 gennaio 2014
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emozionante , sorprendente
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Film da vedere assolutamente per gli amanti di questo genere, Il regista Cuaron ci da un modo diverso di vedere l'ignoto,rendendolo una cosa unica con il 3D , si riesce a percepire l'atmosfera dei protagonisti , trascinandoci e catapultandoci in un mondo tutto nuovo, privo di suoni ma rendendolo una cosa incredibile con la bravura degli attori
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