"Signori, avevate la mia curiosità... Ma ora avete la mia attenzione". E’ una delle frasi più celebri del film "Django Unchained" , il nuovo lavoro di Quentin Tarantino. E quanto a curiosità e attenzione sembrerebbe proprio che questo capolavoro ne abbia fatto il pieno sia da parte del pubblico sia della critica. Eh già ,un capolavoro: su questo è difficile discutere. Ma ,come spesso accade per tutti i “masterpieces “, spesso si tratta di una “targhetta” impegnativa e difficile da portare attaccata.
Tuttavia, andiamo con ordine. Dal punto di vista prettamente tecnico la pellicola è impeccabile ,sfiora la perfezione: la fotografia è ottimale ;i paesaggi e l’ambientazione sono superlativi e oltremodo appropriati per un western che si propone anche di richiamare la tradizione del genere; ma alla vera punta di diamante si collocano il montaggio e le colonne sonore. Fred Raskin ,al montaggio, e Wylie Stateman ,al montaggio sonoro, danno il meglio di loro mettendo in scena espedienti ,tecniche e risultati creativi strepitosi mentre le scelte musicali non potevano essere più azzeccate. Con la selezione di un compositore tanto legato al mondo dello “spaghetti western” come Ennio Morricone e con un’alternanza di stili che non dimentica comunque il fatto che il film è del 2012/2013 l’esito è scontato. Non stupisce ,pertanto ,che proprio il signor Stateman abbia ricevuto una nomination all’Oscar. Ma tra tutti i nomi legati a questo lungometraggio non è ovviamente il solo ad attendere la statuetta dall’Accademy :come non considerare ,infatti, Christoph Waltz! Già vincitore del Golden Globe, con il suo ruolo in questo film sicuramente è nel cast quello che merita di più grazie alla sua mimica spontanea e alla sua recitazione unica e straordinaria. Tra gli attori ,però, anche Leonardo Di Caprio si distingue ,a differenza di Jamie Foxx e Samuel Jackson ,i quali hanno espresso tutte le loro magnifiche capacità più in altre pellicole.
E arriviamo dopo tutto ciò al grande Quentin ,che con qualche scena ci regala pure un singolare cameo dedicato alla sua originale figura ,la quale svanisce dai nostri occhi per mezzo di un’esplosione quasi magica : un’uscita in grande stile! Tarantino è un regista di primo livello, dietro la macchina da presa è in grado di competere con i big della storia del cinema mondiale e con “Django” lo dimostra eccome. Sa omaggiare il western con degli zoom che non si vedavano da un pezzo, sa mantenere una certa continuità con le peculiarità dei suoi precedenti lavori ,sa gestire al meglio il cast e la troupe. Cionostante, si può dire che in questo film qualcosa cambi. Qualcuno potrebbe asserire che sia il più “normale” delle opere tarantiniane ,sempre un po’ definite “strane”. E in effetti diverse sperimentazioni che hanno segnato i suoi esordi cedono il passo a talune forme anche troppo classiche per uno come lui. Tali riscontri sono rilevanti soprattutto quando si parla in termini di sceneggiatura. Tra Tarantino regista e Tarantino sceneggiatore ,difatti, vi è una linea ;sottile ma c’è. I dialoghi di “Django Unchained” sono sì accattivanti ,geniali e divertenti ma in alcuni tratti manca loro quel poco in surplus di folle, delirante, controverso e provocatorio che connotava per esempio “Bastardi” ma anche “Pulp Fiction” o ”Le iene”. Non è ,comunque, una macchia nera ,solo una macchietta per quanto riguarda il bianco copione di Quentin. Allo stesso modo, di macchietta si può parlare in merito a certe aspettative che guardando il lungometraggio non sono state soddisfatte. E’ il caso dell’irriverente personaggio protagonista ,dal quale forse ci si sarebbe attesi un maggiore approfondimento della sua psicologia ,della sua storia e del suo comportamento. Restano scarsamente motivate alcune sue trasformazioni troppo repentine ,come quella da schiavo liberato a spaccone ammazza-tutti, e restano vagamente mostrati tratti di umanità ,che magari si potevano accentuare. Copensano il tutto ,ad ogni modo, il personaggio dell’affabile e caricaturale dottor King Shultz e quello dell’enigmatico e prevaricatore Calvin Candie.
Restando sempre sulla sceneggiatura (premiata anch'essa con il Golden Globe), si può concludere ,quindi, affrontando l’aspetto tematico del film. Qual è il tema? Qual è la morale? Qual è il messaggio? Rispondere a queste domande è sempre qualcosa di ostico quando si parla della farina del sacco di Tarantino ,un cineasta che in realtà si confronta di continuo con un solo e medesimo motivo di base nei suoi film: il bene e il male ,il gioco delle parti. Il regista di “Django” ha costantemente ben presente chi sono i buoni e chi i cattivi ,nelle sue storie i due si scontrano ;è vero ,talvolta si confondono anche , ma alla fine sono i buoni che hanno la meglio ,ottengono il loro riscatto e la loro vendetta. Entrambi gli schieramenti sono ,comunque, presentati e costruiti con la stessa cura e meticolosità. In quest’ultima pellicola si aggiunge ,inoltre, la tematica della schiavitù ,delle impensabili e crudeli condizioni cui i neri erano costretti nel passato ma la sensazione che qualcosa manchi è presente. Forse una maggiore attenzione per l’intero aspetto del “sottotesto” ,potremmo dire, e del significato profondo dell’opera. E questo è un peccato perché molto probabilmente è proprio quell’elemento ,quel piccolo punto che non ha giocato e non gioca a favore della filmografia di Tarantino per l’elezione a miglior film agli Oscar. Un peccato ancora più grande se si considera quanto effettivamente migliore possa essere considerata la prima parte del lungometraggio rispetto alla seconda e quanto ,forse anche a causa dell’eccessiva lunghezza di 165 minuti, il finale si perda in sottili ridondanze ,incongruenze nell’intreccio e sproporzione di unilaterale e poco funzionale violenza.
Le interpretazioni su “Django” ,tuttavia, possono e devono essere moltissime ;e questo è un altro pregio del film ,quello di incoraggiare dibattiti in materia cinematografica tra la gente. Ad esempio, l’esasperazione della sfrenata brutalità e spietatezza che si impadrona di Django nelle scene conclusive potrebbe essere letta solo e soprattutto come la conseguenza di un’altrettanto esasperata crudeltà subita "obtorto collo". E non risulterebbe più unilaterale la violenza spropositata.
Sia ben chiaro, in ogni modo ,che la critica si tinge di negativo solo in relazione a una percentuale piccolissima rispetto alla più che buona valutazione del film. Sono giusto alcune semplici osservazioni senza le quali nulla impedirebbe al nostro Quentin di intascare tutte le meritate 5 stelle. E “Django” sarebbe stato un perfetto candidato considerando i progressi del regista in questa direzione. E’ anche questo ,come tutti gli altri titoli della sua filmografia, una ciambella riuscita col buco e con un buco dalla circonferenza precisissima ,da geometra! Ma forse manca quel pizzico di zucchero per soddisfare un palato raffinato.
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