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Non ballo da solo

Intervista a Roberto Zibetti, attore per Manara 2 e La donna della domenica.
di Edoardo Becattini

Roberto Zibetti - Pesci. Nel film di Luca Ribuoli Il Commissario Manara 2.

mercoledì 16 marzo 2011 - Televisione

In occasione dell'imminente messa in onda della puntata de Il commissario Manara 2 in cui compare come simpatica guest star (giovedì 17 marzo alle 21,10 su RaiUno), abbiamo incontrato l'attore Roberto Zibetti in un momento particolare. Nel giorno del suo quarantesimo compleanno, l'attore protagonista di Io ballo da sola, Radiofreccia e Nonhosonno ha festeggiato un po' anche con noi, ravvivando i momenti principali della sua evoluzione artistica e raccontandoci degli ultimi progetti girati per la tv (oltre a Manara 2, anche un remake de La donna della domenica di Luigi Comencini). Ne è emerso il ritratto di un artista con uno sguardo molto acuto e preciso sul mondo della recitazione.

Vista la data importante, ti chiederei di ripercorrere con noi le fasi più importanti della tua carriera.
Se devo partire da zero, direi di cominciare proprio dal concepimento. Sono stato concepito sulla costa ovest degli Stati Uniti, sono nato su quella est, a Summit, vicino a New York, e poi sono cresciuto in Italia, a Torino, perché i miei genitori sono entrambi italiani. Ho iniziato a recitare molto giovane, frequentando i primi corsi di recitazione durante il liceo, per poi andare alle scuole nazionali, all'Accademia preferii la Civica a Milano, per quanto fossi stato preso in entrambe. Ero molto inquieto: il mio punto di riferimento erano gli attori dell'Ottocento, quelli che iniziavano a lavorare da bambini sul palcoscenico, così che anch'io volevo iniziare subito a lavorare. Ebbi la fortuna di essere scelto da Luca Ronconi per fare delle piccole parti ne "Gli ultimi giorni dell'umanità", poi ottenni dei ruoli da protagonista con Giorgio Strehler, Klaus Michael Grüber, con lo stesso Ronconi. A 22 anni feci un film da protagonista con Giacomo Battiato, Cronaca di un amore violato e da lì arrivarono Bertolucci (Io ballo da sola), Ligabue (Radiofreccia) e per sette-otto anni ho lavorato come un matto. Queste esperienze da un lato sono state molto interessanti formativamente, dall'altro anche piuttosto faticose perché ero veramente molto giovane. Gli attori sono esseri particolari: sanno essere molto fraterni ma sono anche spesso, specie se anziani, un po' pessimisti nei confronti dell'esistenza in generale. È un mestiere doloroso. La mia si può considerare una formazione d'eccellenza ma nella quale mi sono sentito anche piuttosto sbalestrato. Tant'è è che solo adesso, dopo vent'anni, mi sembra di arrivare a capire qualcosa di questo mestiere. Ad ogni modo, dopo aver presentato Io ballo da sola a Cannes, nel 1997, sentii il bisogno di fermarmi. Feci il servizio civile a Torino e fondai una piccola compagnia di teatro, 'O Zoo Nõ un luogo di ricerca che ho sempre cercato di mantenere in parallelo con l'attività di attore. Gli anni successivi della mia carriera si sono declinati in questa forma qua: da un lato la professione, il cinema, la televisione, ovvero tutto quello che ti permette di guadagnare; dall'altro la ricerca, ovvero quello che fa spendere e investire in nuove forme creative e progettuali.

Come sei stato coinvolto nelle avventure del Commissario Manara?
Devo ringraziare Luca Ribuoli che mi ha chiamato per fare un personaggio spiritoso. A me il comico piace molto, ma avendo iniziato con personaggi che declinavano in varie forme l'antagonista e il cattivo, ho sempre fatto lavori più drammatici. È stato molto divertente: ho girato la mia parte in un periodo piuttosto concentrato ad Orbetello assieme a tanti amici: Luca Ribuoli è piemontese come me, Guido Caprino, all'estremo opposto, è siciliano e abbiamo interagito come durante una rimpatriata. Il mio personaggio è una specie di conte decaduto molto imbranato ed è stato davvero bello poter lavorare sulla mia chiave comica. Lo considero un po' un primo mattone di un discorso sulla comicità che mi piacerebbe poi sviluppare ulteriormente. Quando una commedia è ben scritta diventa un eccellente linguaggio per esprimere le stesse inquietudini del dramma.

Per quanto riguarda invece il rifacimento de La donna della domenica di Comencini?
Ho avuto la fortuna di fare un provino che è piaciuto molto a Giulio Base e che mi ha permesso di riprendere il ruolo di Jean-Louis Trintignant, un personaggio molto spiritoso, sia comico che cinico.
Il libro è ambientato a Torino e chi conosce Torino come me, sa che il libro originale scritto da Carlo Fruttero e Franco Lucentini è un vero capolavoro, capace di descrivere le due anime di Torino (quella "bene" e quella non; quella bianca e quella nera; quella originaria e quella immigrata) con una comicità e una lucidità che hanno pochi altri romanzi. Così mi sono ritrovato a interpretare questo divertente personaggio praticamente nei luoghi dove ero cresciuto e che conoscevo a memoria. Devo dire che pur trattandosi di un lavoro per la tv, Giulio Base è riuscito a mantenere tutto lo spirito del film originale. Hanno fatto un ottimo lavoro con le location, i costumi e lo stile degli anni Settanta: addirittura il mio personaggio guida la mitica Jaguar di Diabolik, anche se bianca e non nera! La cosa divertente è che in questo caso sono il diretto antagonista di Giampaolo Morelli, che sempre in tv è L'ispettore Coliandro, il che mi porta ad essere sempre in conflitto con la legge... Oltre a Giampaolo, ho lavorato al fianco di Andrea Osvart, che è stata mia compagna anche sul set del nuovo film di Lamberto Bava che uscirà tra pochi mesi. Ad ogni modo, per il lavoro su La donna della domenica ho preferito non riguardare l'interpretazione di Trintignant. Il copione era davvero ben scritto e ho preferito rileggere il romanzo e cercare di lavorare più sul mio immaginario della "torinesità". Alla fine Massimo Campi è un personaggio per certi aspetti inquietante, ma di base molto sarcastico e mi ha permesso di divertirmi molto. Insomma diciamo che vado lentamente risalendo i gironi infernali: dopo tanti cattivi, adesso mi diverto un po' in purgatorio e poi chissà, farò i santi a fine carriera…

Vuoi raccontarci qualcosa della tua "vita parallela" dedicata alla ricerca nello spettacolo?
Posso dire che tutto è iniziato con Klaus Michael Grüber, un grandissimo regista purtroppo venuto a mancare due anni fa. Al contrario di Strehler, che era uno titanico ma più tendente a chiudersi nella sua torre d'avorio (quando l'ho conosciuto io era ormai un anziano mago), Grüber era uno che si rivolgeva agli attori con grande lucidità ed era molto interessato all'aspetto umano e fragile del nostro mestiere. Una cosa che mi disse mi è rimasta sempre impressa: "D'accordo, di te abbiamo capito, il punto sono gli altri". La cifra aggiuntiva della ricerca è l'idea di creare una coralità, il che non esclude l'individualità che è propria dell'attore, ma riguarda prima di tutto il tentativo di reperire una formula che consenta un lavoro molto rigoroso da un punto di vista creativo (ovvero, fare le cose come vanno fatte, senza approssimazione), ma anche capace di rivolgersi al mercato. Per capirci la situazione generale attuale è un po' schizofrenica: da un lato una ricerca eticamente rigorosa e un po' chiusa in sé stessa e nei propri ideali; e dall'altro cinepanettoni. Chiaro che si tratta di una semplificazione e in mezzo ai due estremi ci sono in realtà molti progetti di qualità ed autori e attori di talento. Ma oggi, a molti anni di distanza da un periodo in cui facevo convivere un'esperienza sufficientemente radical-chic come quella di Io ballo da sola con la realizzazione di uno spettacolo a "El Paso", il centro sociale più anarchico della zona sud di Torino, mi rendo conto che, quando si tratta di mettere insieme dei talenti per una produzione, è molto difficile farli entrare in un'ottica corale e che proprio questo costituisce invece il vero valore aggiunto. Al momento sto lavorando con altri colleghi ad un grosso progetto per creare a Roma un polo di produzione e formazione permanente basato sull'interdisciplinarietà delle arti sceniche (teatro, danza, cinema, musica, televisione, arte moderna e nuove tecnologie). Appena il progetto sarà più maturo spero capiterà di parlarne in forma più esaustiva.

A fronte di queste esperienze, ti piacerebbe passare alla regia anche per il cinema?
Ho già diretto un cortometraggio a conclusione dell'operazione "'O Zoo Nô". Si è trattato di un'operazione cinematografica, girata in pellicola e ambientata negli anni Settanta, solo che ho deciso di invertire la formula ordinaria: invece di lavorare con dei professionisti in forma familiare, come si cerca di fare in questi laboratori di ricerca, ho lavorato coi familiari in forma professionale, coinvolgendo la mia famiglia in un esercizio di produzione per imparare a gestire il set. Quindi, sì mi piacerebbe dirigere un film e penso che faccia naturalmente parte del nostro mestiere, come un musicista che diventa anche compositore o direttore d'orchestra. Per come sono stato formato, ritengo che la recitazione sia il "core business" ma che la regia e la produzione si sviluppino direttamente da essa. I modelli veri per me sono Sean Penn, Clint Eastwood, Woody Allen, George Clooney: alla fine è normale che, come loro, un attore voglia tentare di esprimersi artisticamente in maniera più completa. Certo, per fare una buona regia ci vogliono strutture importanti, per cui aspetto di trovare l'occasione giusta per esprimermi, sperando che arrivi da una zona di mezzo capace di implementare sia pubblico che privato, come avviene già in molti paesi.

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Roberto Zibetti - Pesci. Nel film di Luca Ribuoli Il Commissario Manara 2.
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