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Quando si incontrano un Presidente e un Re

La Dichiarazione d'indipendenza è la madre, la ragione di tutto, anche del viaggio di re Carlo a Washington. Di Pino Farinotti.
di Pino Farinotti

lunedì 4 maggio 2026 - Focus

Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America; Filadelfia 4 luglio 1776.

“Quando nel corso degli eventi umani sorge la necessità che un popolo sciolga i legami politici che lo legano a un altro popolo e assuma tra le potenze della terra lo stato di potenza separata e uguale a cui le Leggi della Natura e del Dio della Natura gli danno diritto, un conveniente riguardo alle opinioni dell’umanità richiede che quel popolo dichiari le ragioni per cui è costretto alla secessione. 

Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati uguali; che essi sono, dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che fra questi diritti sono la Vita, la Libertà e il perseguimento della felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti fra gli uomini che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governanti; che ogniqualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità.”

La dichiarazione d'indipendenza (sopra, i primi due capoversi) è la madre, la ragione di tutto, anche del viaggio di re Carlo a Washington. Parto da quella magnifica battuta scambiata con Trump che dice “senza gli Stati Uniti gli europei oggi parlerebbero tedesco" e Carlo risponde: “Senza noi britannici voi americani parlereste francese”. L’ipotesi del presidente può anche essere inquadrata come del terzo o quarto tipo, ma non è certo campata in aria. Se gli Usa non fossero entrati in guerra dopo Pearl Harbor, Hitler ossessionato dall’Inghilterra, forse sarebbe davvero riuscito a completare la sua pazzesca idea, germanizzare tutta l’Europa. L’ho scritto sopra, solo un “terzo o quarto tipo”.  Ma la battuta di Carlo deriva da una vicenda storica più complessa.
In America si parla principalmente inglese a causa della colonizzazione britannica iniziata nel 1600 quando i coloni inglesi si insediarono lungo la costa atlantica portando la loro lingua e istituzioni. Era la base per stabilire quella lingua come dominante nelle Tredici Colonie. Nonostante la presenza francese e spagnola, la supremazia militare e demografica della Gran Bretagna (molti milioni di inglesi a fronte di pochi milioni di francesi) consolidò l'inglese, che poi si impose come lingua nazionale. Occorre ricordare la cosiddetta “guerra dei sette anni”, o guerra indiana combattuta fra Gran Bretagna e Francia che si concluse con l’espulsione dei francesi dal Canada e dalla Louisiana e con la prevalenza della lingua inglese a livello nazionale. Anche se quei due stati mantennero e mantengono il francese in aree specifiche. Quel prevalere inglese ridusse drasticamente l’influenza francese in Nord America. Eccola la ragione della battuta di Carlo ““senza noi britannici voi americani parlereste francese”. 
I francesi dovettero “accontentarsi” di riconoscere l’indipendenza dei tredici Stati Uniti ratificata dal Trattato di Parigi nel 1783. L’dea di Trump, del tedesco lingua ufficiale degli inglesi, era di facile interpretazione. Più complessa è la lettura della battuta di Carlo. Ma sono sicuro che era troppo complicata anche per Trump, che non è un modello di cultura storica. Un ultimo dato utile: l’espansione economica e l’influenza globale degli Usa nel XX secolo, specialmente tramite Hollywood e Internet, hanno consolidato l’inglese come prima lingua del paese, e non solo di quel paese.

E’ recente il racconto di MYmovies sul film Trump-Papa Leone che comanda al botteghino ideale del cinema. A contrastarlo ecco Trump- Re Carlo. I tre “attori” più importanti e popolari del mondo in questa epoca. 
La premessa era opportuna per inquadrare la visita di Carlo in America. Il presidente e il re: dico che non esistono nel pianeta due caratteri più diversi fra loro, incompatibili in tutto, a cominciare dalla storia, dal prestigio e dal look. Carlo III è l’ultimo discendente della casata Windsor, l’unica che l’epoca contemporanea continua a non considerare del tutto estranea ai governi vigenti, dove i re sono una reminiscenza di folklore e letteratura.  Ma Carlo, nonostante i guai, imbarazzanti a dir poco, della famiglia è riuscito a porsi immune e sopra, grazie anche a sua madre, l’ottima Elisabetta. Il suo retaggio è tattile, si manifesta all’istante, nella postura, nelle parole. Insomma, è un re. L’altro, il presidente non ha niente a che vedere. Trump è una serie di ologrammi che si è costruito: Napoleone, il nome più scritto e pronunciato dopo quello di Gesù, ma ecco subito corretta la differenza coi due improvvidi tentativi grazie all’intelligenza artificiale in cui diventava proprio Cristo; un Rambo, con mitra ma anche con divisa cioè legittimato dal potere vigente a portare giustizia nel mondo. 
Un pastore evangelico, in tutta solennità, ha pregato il Padre che facesse scendere la sua grazia sulla scrivania del presidente. Ci mancava anche questa, così Trump si è convinto di avere un alleato anche lassù. E così il quadro è completo. L’uomo crede di essere tutto e che tutto gli sia permesso, in realtà è solo un alieno funesto, per tutto e per tutti.
Quel confronto, nelle parole, nelle intenzioni, nei segnali, nelle proposte: voglio metterlo su un piano da film, e il tono non può essere serio. Charles Chaplin, quello del “Grande dittatore” avrebbe saputo offrire un’istantanea ironica e grottesca, e il Walt Disney dei tempi belli ne avrebbe ricavato un’animazione irresistibile. Dopo gli argomenti dovuti e formali i due “attori” hanno rivelato il proprio carattere. Trump non ha resistito alla solita autocelebrazione: l’uomo che avrebbe risolto o risolverà i problemi del mondo. Carlo ha fatto l’inglese, anche se era conscio che quel registro non sarebbe stato sempre capito dall’interlocutore. Dopo aver evocato l’importanza dell’Onu e il dovere sacrosanto di sostenere l’Ucraina, dunque in netto contrasto con Trump, flemmatico ha fronteggiato l’ego smisurato dell’interlocutore ricorrendo all’ironia e all’umorismo, tanto che tutti i presenti puntualmente ridevano tranne uno, il presidente. E’ nella memoria di tutti la battuta di Oscar Wilde citata da Carlo: “Americani e britannici non hanno nulla in comune se non la lingua.” Trump non poteva tralasciare certi luoghi comuni opportuni come l’America che ha nella Gran Bretagna il suo più fedele alleato. Ma il re ha ribattuto dicendo che le crepe fra le due nazioni ci sono ma non diventeranno rotture. Insomma, Carlo III Windsor ha prevalso. Inoltre, credo di non essere l’unico ad aver notato, più di una volta, lo sguardo che si scambiavano Carlo e Camilla, come a dire: "Ma che ci facciamo qui?".       

Sopra ho citato Hollywood, dunque il cinema, mantra di MYmovies. Ed ecco che la Gran Bretagna, laggiù, si è presa una bella di rivincita. Perché a Hollywood quella colonia è dominante. I nomi che seguono non hanno bisogno di altre parole: Liz Taylor, Deborah Kerr, Vivien Leigh, le sorelle Olivia de Havilland e Joan Fontaine, Greer Garson, Jean Simmons, Ava Gardner, Judy Garland. Fra le “contemporanee” Tilda Swinton, Kate Winslet, Helen Mirren. E sono solo una parte. Charles Chaplin e Alfred Hitchcock per cominciare. Laurence Olivier, Cary Grant, David Niven, Ronald Colman, Richard Burton, Sean Connery, Stewart Granger, Michael Caine. I “Contemporanei” Daniel Day-Lewis, Benedict Cumberbatch. Anche questi sono solo una parte.  Cosa rappresentino i loro film lo sappiamo, e poi gli Oscar, che caddero a pioggia su quei titoli.  

Questo mio promemoria americano intende richiamare quella nazione. Hollywood ne è un segnale forte, identitario. Sono il primo a sapere che nessuna democrazia è perfetta a cominciare dagli Stati Uniti, ma credo che tutti o quasi sentiamo la nostalgia di com’era prima di Trump. Un paese generoso e coraggioso, mi riferisco alla guerra che gli americani risolsero, facendo dell’Europa un posto libero e al benessere che portarono a tutti, noi compresi, col Piano Marshall. E poi, nei decenni le sue proposte: le invenzioni, la letteratura, la cultura, la musica, l’evasione. Non possiamo non essere un po’ tutti “americani”. E quando il sistema-mondo si sarà liberato da quell’extraterrestre inverosimilmente anomalo, torneremo ad avere quel riferimento buono e rassicurante.  


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