Il 18 agosto l’attore e regista compirà 89 anni. Un traguardo che Pino Farinotti ha voluto celebrare con un editoriale su quello che considera l'ultimo vero divo del cinema, americano e non.
di Pino Farinotti
Il prossimo 18 agosto Robert Redford completerà i suoi “ottanta”. Gli manca poco per entrare nel cartello dei novantenni. Che grande amico è stato, e continua ad essere per chi frequenta il cinema. Esempio di spettacolo, cultura, invenzioni, attenzione al sociale e ai giovani.
È dunque legittimo dire che Redford sia il campione della sua generazione. Ho già scritto un editoriale su di lui che ripropongo nella seconda parte. L’attenzione è dunque su Redford uomo sociale. È stato molto attento all’ecologia e all’ambiente. Ha contrastato la costruzione di un centrale elettrica nello Utah. Si è speso come immagine in alcuni spot televisivi a favore di una protezione ambientale in Natural Resources Defense Council per sensibilizzare il Presidente Obama verso la riduzione delle emissioni di gas serra. Ha sostenuto l’azione contro il riscaldamento globale, e contro la pesca illegale.
Infine il Sundance Institute e il Sundance film festival, due istituti cinematografici che finanziano film e documentari realizzati da giovani. Gli investimenti sono personali di Redford, nessun finanziamento governativo. È opportuno citare alcuni nomi usciti dai Sundance: Quentin Tarantino, Jim Jarmusch, Darren Aronofsky, Christopher Nolan. Non è gente qualunque. Il cinema, chi lo fa e chi lo segue, devono molto a Robert Redford.
A seguire l’editoriale su Redford attore e regista.
Ritengo Robert Redford l'ultimo vero divo del cinema, americano e non. È lui che ha raccolto il testimone di Paul Newman, principe della generazione precedente, al quale lo aveva passato Gary Cooper, sovrano a sua volta del primo gruppo di giganti del "parlato". Certo c' è da dibattere su questa scelta perentoria, ma i tre nominati, al di là della loro qualità artistica, hanno mandato indicazioni che toccavano l'intelligenza e il cuore, che formavano l'educazione intellettuale e sentimentale di tanta gente.
Cooper era il papà e il marito perfetto di tutti i giovani, e di tutte le donne, l'eroe impeccabile. Newman era il ribelle che affrontava la realtà del dopoguerra, le stagioni dei diritti civili e della decadenza dell'impero americano. Redford si è sempre applicato sulla verità e sulle denunce anche a scapito dell'immagine del suo Paese, che comunque ama visceralmente, lo ama dalle sue radici, quelle del west, infatti si è sempre definito un eterno uomo del west.
Confesso di avere un rapporto "personale" con Redford. Certi suoi film, come attore o regista, fanno parte della mia cultura e della mia emulazione. Quando in Come eravamo fece la parte di Hubbel Gardiner, uno scrittore, io ero un ragazzo incantato che sognava di fare lo scrittore.
E la suggestione fu alta. Nel film, firmato da Sydney Pollack, l'alter ego dell'attore dall'altra parte della macchina, Redford percorre la sua parabola che raramente è un happy end: scrive un romanzo ma si fa catturare da Hollywood, peccato grave, per poi finire a lavorare per la televisione, peccato dei peccati. Era una delle sue denunce. Ho detto "rapporto" personale, un altro titolo è Il Grande Gatsby, uno dei miei libri culto.