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giovedì 21 gennaio 2021

Giulietta Masina

Nome: Giulia Anna Masina
Data nascita: 22 Febbraio 1921 (Pesci), Bologna (Italia)

Data morte: 23 Marzo 1994 (73 anni), Roma (Italia)
occhiello
Ma che faccia buffa che hai! Ma sei sicura di essere una donna? Sembri un carciofo.
dal film La strada (1954) Giulietta Masina  Gelsomina
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Giulietta Masina
Nastri d'Argento 1986
Premio miglior attrice per il film Ginger e Fred di Federico Fellini

Nastri d'Argento 1986
Nomination miglior attrice per il film Ginger e Fred di Federico Fellini

David di Donatello 1966
Nomination miglior attrice per il film Giulietta degli spiriti di Federico Fellini

David di Donatello 1966
Premio miglior attrice per il film Giulietta degli spiriti di Federico Fellini

Nastri d'Argento 1958
Nomination miglior attrice per il film Le notti di Cabiria di Federico Fellini

Nastri d'Argento 1958
Premio miglior attrice per il film Le notti di Cabiria di Federico Fellini

Festival di Cannes 1957
Premio miglior attrice per il film Le notti di Cabiria di Federico Fellini

Nastri d'Argento 1951
Premio miglior attrice non protagonista per il film Luci del varietà di Federico Fellini, Alberto Lattuada

Nastri d'Argento 1951
Nomination miglior attrice non protagonista per il film Luci del varietà di Federico Fellini, Alberto Lattuada

Nastri d'Argento 1949
Nomination miglior attrice non protagonista per il film Senza pietà di Alberto Lattuada

Nastri d'Argento 1949
Premio miglior attrice non protagonista per il film Senza pietà di Alberto Lattuada



Il 20 gennaio del 1920 nasceva a Rimini l’eroe dell’autobiografia visionaria e onirica, un artista senza pari nel mondo, per popolarità, qualità, personalità, riconoscimenti.

100 anni fa nasceva Federico Fellini, l’artista simbolo del Novecento

lunedì 20 gennaio 2020 - Pino Farinotti cinemanews

100 anni fa nasceva Federico Fellini, l’artista simbolo del Novecento Il 20 gennaio del 1920 nasceva a Rimini Federico Fellini. Poi è diventato il più grande artista italiano del Novecento. Questa affermazione perentoria mi arriva di getto ma, per prudenza, ho molto speculato su nomi di maestri di arti diverse. Ma il regista prevaleva nei confronti. Alcuni riferimenti: se cerchi un solo nome inglese, o francese, o americano, o tedesco, la ricerca si complica. È più semplice se dici Spagna o Irlanda, allora, quasi in automatico, si appalesano Picasso pittore e Joyce scrittore. Conosco ogni fotogramma dei film di Federico Fellini, nel 1995 la DeAgostini pubblicò, in dvd, i 24 film del regista. Venni chiamato come testimonial. Così scrissi un testo per ogni titolo, sì, 24 libri. 
 

Fellini... è Fellini. Per popolarità nel mondo, per qualità, per personalità, per riconoscimenti. È talmente grande l’argomento che occorrerà procedere per segmenti e sintesi.
Pino Farinotti
Stabiliamo il codice primario. Fellini è l’eroe dell’autobiografia visionaria e onirica. Quasi tutti i suoi film, in varie chiavi, gli girano intorno.

Esemplare, e utile, è Roma dove Federico racconta, nella sua chiave fantastica, del suo arrivo in città, da ragazzo, dove invece di frequentare l’università, frequenta i giornali, i ritrovi, i casini. Sarà quella una fase decisiva. Il giovane partiva da una base di vocazioni sicure, sapeva disegnare, scrivere, imparò a parlare alla radio.

In sintesi: sono importanti i suoi primi impegni artistici, come collaboratore alle sceneggiature di due capolavori del cinema italiano del realismo, Roma città aperta e Paisà dove, nell’episodio di Firenze, sostituisce Rossellini. Un esercizio propizio e completo che gli servirà. Dopo questo esordio è naturale che il “realismo” condizioni i suoi primi film, seppure con cifre sue personali. Ecco dunque l’autore ormai pronto per la sua missione d’arte per il mondo. E il mondo già lo ha accolto se, con La strada e Le notti di Cabiria vince i suoi due primi Oscar, nel 1956 e nel 1957. 

FELLUCCI
Nel film Lo specchio della vita, di Douglas Sirk, Lana Turner è l’attrice più importante e pagata di Hollywood e di Broadway. Le arriva un telegramma con un’offerta del regista italiano “Fellucci”.

Abbandona tutti gli impegni e corre a Cinecittà. Il film è del 1959, dunque in California non erano ancora arrivati gli echi, assordanti, della dolce vita, ma il riminese era già il profeta designato del cinema europeo di qualità. La dolce vita, dunque. È il 1960 e Fellini scopre il vaso di pandora della società romana e italiana, e ne denuncia l’inutilità, l’infelicità e la tristezza. È il titolo che ribadisce, e perfeziona, la popolarità e l’identità, fuoriclasse, del regista.

Un segnale ufficiale e decisivo arriva dal festival di Cannes, che gli attribuisce la Palma d’oro. Tre anni dopo ecco , l’assoluto di Fellini, terzo Oscar. Ne parlerò. È il punto più alto del percorso poetico del regista. Per alcune stagioni seguiranno opere con minore energia, seppure rilevanti, come Fellini - Satyricon, che vive soprattutto di cifra onirica più che di racconto, ma diventato un “culto americano”, così come Il Casanova (1976), un’autentica esplosione di estetica e di simboli che diventa “culto”, in Giappone: è un titolo amato dal regista, se diceva: “L'ideale sarebbe fare un film con una sola immagine, eternamente fissa e continuamente ricca di movimento. In Casanova avrei voluto veramente arrivarci molto vicino: un intero film fatto di quadri fissi”.

Ma nel 1973 Fellini aveva firmato Amarcord, magia ironica e felicemente grottesca della sua giovinezza, che mette d’accordo pubblico e critica, e non era scontato, con Fellini. E siamo al quarto Oscar. Ne seguirà un quinto, nel 1993, alla carriera a completare la leggenda. Più di così... 

IL DECLINO
Dopo Amarcord, dire “declino” è una responsabilità difficile, diciamo allora minore potenza e ispirazione. Va detto che il “maestro di scrittura” Ennio Flaiano, non c’era più. Una perdita non da poco. Un ricordo della Città delle donne (1980) film con tratti politici (obtorto collo), dove Fellini, fra le altre indicazioni, mostra scarso amore per le femministe. Polemiche a pioggia, naturalmente. E ancora Ginger e Fred (1986) un vero anatema contro la televisione. Ultimo, La voce della luna dove rilancia alcuni temi della società italiana, con la sintesi finale di Ivo-Benigni, a stare in silenzio e ad ascoltare.  

Tre righe sul privato, dovuto: Federico e Giulietta. Si erano sposati nel 1943. Lei è stata Gelsomina e Cabiria, due mitologici modelli emarginati dell’universo femminile. Poi è stata molto altro per il marito. Lui è morto il 31 ottobre 1993, 5 mesi dopo lei lo ha seguito. 

Chiudo con la parte finale della scheda di del “Farinotti”, una sintesi dell’opera omnia del nostro genio: ".... Infine ecco il grande girotondo da fiera, con tutti i personaggi che si tengono per mano, che gli girano intorno: tutto continua ed è vitale, ed è inutile drammatizzare sul grande palcoscenico della vita. è ritenuto la più alta espressione di Fellini. Qui tutto si compie, tutti i misteri vengono identificati. Il mondo del regista si evolve da (più o meno) reale che era, sale di dimensione per diventare tutto. Tutto incredibilmente nella sua “prima persona”, come una sorta di paradiso e inferno efficaci, onnicomprensivi: il cinema di Fellini è complice, misterioso e ruffiano, blasfemo e religioso, è puttanesco e crea disagio, è eroico e vigliacco, è uomo e donna, qualunquista, apolitico, periferico, olimpico e provinciale. Ma la soglia di fantasia, magia e sortilegio è altissima, raggiungibile solo da Fellini".
 
   

Lo sceicco bianco

Lo sceicco bianco

* * * 1/2 -
(mymonetro: 3,64)
Un film di Federico Fellini. Con Leopoldo Trieste, Alberto Sordi, Giulietta Masina, Brunella Bovo, Gina Mascetti.
continua»

Genere Commedia, - Italia 1952.
Paisà

Paisà

* * * * -
(mymonetro: 4,24)
Un film di Roberto Rossellini. Con William Tubbs, Harriet Medin, Gar Moore, Carmela Sazio, Dots Johnson.
continua»

Genere Drammatico, - Italia 1946.

La strada

* * * * 1/2
(mymonetro: 4,66)
Un film di Federico Fellini. Con Anthony Quinn, Giulietta Masina, Richard Basehart, Aldo Silvani, Marcella Rovere.
continua»

Genere Drammatico, - Italia 1954.
Ginger e Fred

Ginger e Fred

* * * 1/2 -
(mymonetro: 3,77)
Un film di Federico Fellini. Con Marcello Mastroianni, Giulietta Masina, Franco Fabrizi, Frederick Ledenburg, Martin Maria Blau.
continua»

Genere Commedia, - Italia 1985.
Giulietta degli spiriti

Giulietta degli spiriti

* * * 1/2 -
(mymonetro: 3,79)
Un film di Federico Fellini. Con Valentina Cortese, Sandra Milo, Mario Pisu, Sylva Koscina, Giulietta Masina.
continua»

Genere Drammatico, - Italia 1965.
Filmografia di Giulietta Masina »

domenica 20 dicembre 2020 - Un libro di Pino e Rossella Farinotti.

Il grande cinema di Federico Fellini

Rossella Farinotti cinemanews

Il grande cinema di Federico Fellini Quando penso a Fellini declinato all'arte c'è un'immagine immediata, d'impatto, unica. Si tratta della sequenza di fotogrammi del Rex che, luminoso, appare sbucando dalla nebbia: il gigantesco transatlantico è imponente, fantastico, surreale, onirico. Un grande fantasma disegnato nel fumoso paesaggio blu di un cielo che accoglie le barche in cui gli abitanti di Amarcord stanno aspettando, ormai addormentati, il suo passaggio. "Eccolo, eccolo. Il Rex, eccolo!" in tanti esclamano, mentre il suonatore di fisarmonica del paese, non vedente, alza i suoi occhialetti scuri e chiede, guardando in alto "Com'è? Com'è?". Questa scena ha un impatto poetico che rimanda solo a Fellini, perché coinvolge tutti i suoi trucchi, le sue malinconie, i suoi riferimenti. Lo sfondo è azzurro cupo, perché la nebbia sovrasta tutto, come un mantello che avvolge i personaggi in attesa, con una sensazione di grande pace e quella malinconia che è costante in tutti i suoi film. Naturalmente il tema di Nino Rota è in sottofondo e, con la stessa intensità del cielo pesante, aiuta a far commuovere lo spettatore, presente a un'altra avventura visiva e a un'altra esperienza dei protagonisti di Amarcord.


Un film di Fellini è arte visiva. Non per l'approccio peculiare, irriverente e apparentemente non serioso che il regista aveva nei confronti delle cose, dell'umanità, che scrutava con attenzione, e del quotidiano. Ma per come voleva e riusciva a studiare, interpretare e rappresentare il tutto. Il frame dell'arrivo del Rex sembra un dipinto di Gericault, ma con le braccia alzate di Goya nel "3 maggio 1808" e quei toni cupi degli espressionisti tedeschi degli anni '80 del novecento. E così si può parlare di veri e propri tableaux vivants - di opere in movimento - in tante sue sequenze. In quasi tutte.
Rossella Farinotti
Dalla sfilata finale di con i bianchi e neri che ricordano immaginari ed estetiche tra le più varie, dalle fotografie di Man Ray, ai tagli bianchi di Fontana. Un bianco e nero raffinato e denso, utilizzato per mostrare una certa pulizia, forse un distacco, ripreso poi nelle espressioni assenti di Mastroianni, con la sua montatura di occhiali nera un po' marcata, sopra un abito sempre elegante, ancora una volta: nero con una camicia bianca. "Arrivederci ragazzi. Ci vediamo in un prossimo film" dice Mastroianni, il regista di una storia mai girata, alla sua troupe che sta smontando l'enorme struttura allestita sulla spiaggia di Ostia. Un edificio in tubi metallici che farà da passerella per la sfilata finale. Il regista saluta con quella sua aria rassegnata. Rota in sottofondo, il marinaio che fa dei passetti di danza. La sfilata è terminata, il regista ha riposto il suo altoparlante con cui dirigeva gli attori: lo scolaretto - Mastroianni/Fellini bambini -, vestito di bianco, i clown che suonano, le comparse aristocratiche e i borghesi, la Saraghina, il produttore. Tutti in tondo e in movimento, come in un film di Renoir, dove le figure diventano quasi astratte. "Noi intellettuali abbiamo il dovere di rimanere lucidi fino alla fine, ci sono già troppe cose superflue al mondo, non è il caso di aggiungere disordine al disordine" è l'incipit della lunga asserzione del critico cinematografico che ha seguito la disfatta del film mai incominciato di . Un'autocritica che Fellini annuncia nel finale di uno dei suoi film più importanti, più impeccabili per equilibrio narrativo, paure umane e un'estetica ancora oggi da studiare e riscoprire. Un'estetica che è mutata tangibilmente negli anni se pensiamo appunto a (1963) e prima ancora a La Dolce Vita (1960) barocco nel racconto, ma pulito, chiaro, elegante nell'immagine, per arrivare ad estremi quasi pittorici nel colore e nell'aggiunta di elementi - umani, ma anche espedienti narrativi che colmavano le scene - come in Roma (1972) per poi giungere al tripudio del "disordine al disordine", parafrasando il critico, con il Casanova (1976), il preferito di Federico Fellini.Qui una Venezia luminosa e straripante di azioni e persone, di immaginari scoppiettanti, di caos, di balli, orge irriverenti ed erotismi. Di costumi usciti proprio dai dipinti dei pittori veneti come i Tiepolo o i Tintoretto, ma sporcati da un'umanità "felliniana", come ormai è d'uso raccontare, dove i vizi superano le virtù, dove prevalgono i giochi e gli scherzi, in una società consumata dagli errori. Casanova racconta episodi estremi con una vena ironica e un pathos immaginario sempre molto cupo, quello di una Venezia romantica, che nasconde tanto sporco, ma che Fellini, attraverso quadrerie esagerate, movimenti fugaci, cieli e atmosfere rembrandtiane - esemplare l'immagine delle cortigiane sull'altalena - sa raccontare. È tutto estremo, surreale, inquietante. Proprio come il ballo della bambola dal costume rosa settecentesco che ammalia Casanova, trascinandolo in una danza meccanica che pare fermare il tempo. Fellini il tempo non lo ha mai fermato: lo ritroviamo dappertutto, nel cinema dei Garrone e Sorrentino, nei racconti di paese e nelle fotografie delle nonne, sulle spiagge e nelle piazze della Romagna, e in tutto l'immaginario creativo che spazia tra arte visiva, moda e musica. I suoi escamotage per attuare la fantasia sono ancora in atto per chi ha un'estetica riconoscibile; le lucine delle balere, o del Rex, le musichette malinconiche, le nebbie, i volti esasperati dei personaggi che hanno posato la propria maschera ... Fellini è in questi elementi, fuori o dentro al cinema. E le immagini scorrono, ritornando indietro: alla spiaggia de I Vitelloni (1953), anch'essa apparentemente piacevole, ma cupa, triste. Come le strade un po' piene e poi desolate percorse da Giulietta Masina in Giulietta degli spiriti (1965) o Le notti di Cabiria (1957), dove la speranza è stata abbandonata. Una speranza poetica che ritroviamo più avanti in La Voce della Luna (1990), un picco fantastico di un Fellini ancora energico e giovane nel messaggio di questo bel film. E un Fellini trentaduenne che, nello Sceicco Bianco (1952) ha fatto ridere, dall'inizio alla fine, due generazioni diverse, l'estate scorsa a un cinema all'aperto, quando sono andata con i miei genitori, e non ci divertivamo così da tempo.
   

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