Drammatico,
durata 99 min.
- Gran Bretagna 2011.
- Bim
uscita venerdì 13gennaio 2012.
- VM 14 -
MYMONETROShame
valutazione media:
3,52
su
83
recensioni di critica, pubblico e dizionari.
Non capisco dove stia la bellezza in questo film. E' un film in cui ci si trascina per un'ora e mezza per esprimere tutto quello che era riducibile in 20-30 minuti. Apprezzabile l'esercizio di trasmettere il disagio di due vite molto diverse e separatamente difficili, ma davvero, si è davanti a una messa in scena inutilmente allungata per essere coerente coi tempi cinematografici, con abbondanza di scene nulle e inutili ripetizioni tali veramente da "slavare" la storia in una minestra che dopo mezz'ora non ha più nulla da dire.
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Non capisco dove stia la bellezza in questo film. E' un film in cui ci si trascina per un'ora e mezza per esprimere tutto quello che era riducibile in 20-30 minuti. Apprezzabile l'esercizio di trasmettere il disagio di due vite molto diverse e separatamente difficili, ma davvero, si è davanti a una messa in scena inutilmente allungata per essere coerente coi tempi cinematografici, con abbondanza di scene nulle e inutili ripetizioni tali veramente da "slavare" la storia in una minestra che dopo mezz'ora non ha più nulla da dire.
film che racconta in un'ora e mezza quello che dopo 20 minuti ha già trasmesso tutto quello che ha da dire, il resto è solo un dilungarsi che non porta nulla
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Ho molto amato quest’uomo chiuso nel suo desiderio malato, intrappolato nella tela del ragno che più ti avvolge più cerchi di scioglierti, fino a soffocarti fino a non venire più, inchiodato in una smorfia di dolore, senza liberazione, senza fine o appagato sfinimento.
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Razionalità contro instabilità. Quella di un uomo, Fassbender, che trascorre la sua piatta esistenza tra routine e sesso (di cui ne è dipendente), contrapposta a quella di una donna, Carey Mulligan, sua sorella, emotivamente fragilissima. L'opera di McQueen parte minimalista, per crescere col trascorrere dei minuti, finendo in maniera convulsa e mostrando la freddezza di passioni mai risolte, cercando di scardinare le grandi certezze quotidiane del suo protagonista (senza riuscirci del tutto) che viene messo a nudo solo fisicamente. E' un film molto complesso, a tratti durissimo e spietato, che giunge al cuore a intermittenza e che non a tutti piacerà. Film realisticamente hot, una storia di eccessi, stavolta erotici, come fu storia d'eccessi il primo film del videoartista britannico, "Hunger" (al cinema da noi in questi giorni, finalmente!!!), così carico di sangue e violenza.
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Razionalità contro instabilità. Quella di un uomo, Fassbender, che trascorre la sua piatta esistenza tra routine e sesso (di cui ne è dipendente), contrapposta a quella di una donna, Carey Mulligan, sua sorella, emotivamente fragilissima. L'opera di McQueen parte minimalista, per crescere col trascorrere dei minuti, finendo in maniera convulsa e mostrando la freddezza di passioni mai risolte, cercando di scardinare le grandi certezze quotidiane del suo protagonista (senza riuscirci del tutto) che viene messo a nudo solo fisicamente. E' un film molto complesso, a tratti durissimo e spietato, che giunge al cuore a intermittenza e che non a tutti piacerà. Film realisticamente hot, una storia di eccessi, stavolta erotici, come fu storia d'eccessi il primo film del videoartista britannico, "Hunger" (al cinema da noi in questi giorni, finalmente!!!), così carico di sangue e violenza. Come per il suo esordio da regista, McQueen sceglie ancora Fassbender, maturo, intenso, credibile, nella sua vita che spazia dal sesso al sesso e ci abbaglia con la sua immensa capacità di raccontare con tocco proprio e originalità lasciando che siano spazi, cose e suoni a narrare più (e meglio) delle parole e dei fatti. Anche i corpi servono a questo e Fassbender riesce a dare un'anima al suo corpo nudo, straziante e struggente come un grido senza voce. Regista e attore formano una coppia affiata e già al lavoro per girare il terzo film assieme, ma non potrebbero essere più diversi e ricordano per molti versi, il binomio dei tempi d'oro Scorsese-DeNiro. Tornando al film, che avrebbe meritato maggiore attenzione agli Oscar, è duro e innovativo, un vero e proprio viaggio negli inferi di un uomo libero che si fa imprigionare da un'ossessione, da spazi asettici e da vestiti, con la sciarpa a far da cappio. Anche la New York buia e selvaggia mostrata aiuta a rendere il dramma ancora più torbido, cupo e pericolosamente affascinanate mentre la storia personale del protagonista diventa occasione per riflettere in maniera universale e sfaccettata sul tema del bisogno. L'occhio di McQueen rimane sempre neutrale, il taglio va dal documentaristico al sofisticato perchè l'opera è carica di musica, colpi di classe e virtuosismi registici e segue un percorso logico ben definito. Va visto, ma anche sentito e vissuto, non risultando scandaloso (semmai scabroso), piuttosto un triste melò contemporaneo che fa di McQueen il miglior giovane autore in circolazione e di Fassbender uno dei migliori giovani attori assieme a Ryan Gosling, capace già di di vantare una galleria di personaggi straordinari, da Stelios al giovane Magneto, dal bastardo senza gloria al sex-addict disperatamente incapace di avere relazioni autentiche e di essere schiavo delle sue pulsioni, che forse è quello meglio riuscito e che gli è anche valso una Coppa Volpi.
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Un film profondo che ambisce a narrare una storia senza eventi e che, dipingendo la quotidianità di un uomo, è stato in grado di tracciarne il dramma facendo addentrare lo spettatore nell’antro di una mente danneggiata.
Il protagonista viene raffigurato come un uomo che conduce una vita apparentemente perfetta ma che, già dalle prime sequenze, appare avulsa da ogni significato. Il senso sembra essere, infatti, un elemento assente che spoglia ogni azione dalle emozioni e, così, il sesso assume le sembianze di una compulsione e per Brandon appare interdetto ogni legame affettivo.
Il corpo diviene dunque il teatro sul quale si inscena un dramma interiore, diviene mero strumento al servizio di una mente che, troppo impegnata a sopravvivere, non è più in grado di vivere.
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Un film profondo che ambisce a narrare una storia senza eventi e che, dipingendo la quotidianità di un uomo, è stato in grado di tracciarne il dramma facendo addentrare lo spettatore nell’antro di una mente danneggiata.
Il protagonista viene raffigurato come un uomo che conduce una vita apparentemente perfetta ma che, già dalle prime sequenze, appare avulsa da ogni significato. Il senso sembra essere, infatti, un elemento assente che spoglia ogni azione dalle emozioni e, così, il sesso assume le sembianze di una compulsione e per Brandon appare interdetto ogni legame affettivo.
Il corpo diviene dunque il teatro sul quale si inscena un dramma interiore, diviene mero strumento al servizio di una mente che, troppo impegnata a sopravvivere, non è più in grado di vivere.
Ciò che si coglie sono, quindi, gli esiti di una storia che lasciano intravedere il dolore che un uomo può portarsi addosso con le sue tragiche conseguenze.
"Noi non siamo cattive persone è solo che veniamo da un brutto posto"...quando la difesa spezza la psiche ed il significato abbandona il corpo e la vita
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Perturbabilissime anime candide si concentrano sulla visione frontale del fallo di Fassbender. E' lo stupore un po' beota di chi guarda il dito (beh, non proprio) anziché la luna.
Ma in "Shame" non c'è sesso. C'è una genitalità rituale eppur consapevole, c'è l'ostinata ricerca di un non senso all'interno di una vita che lo ha perso, dal primo vagito.
Allora diciamola tutta: scopare con pezzi di carne senza anima e parole, masturbarsi all'ora del break, accendere distrattamente il computer e posizionarlo sulle chat erotiche mentre due bacchette violano l'ordine di un cartoccio di cibi precotti, equivale ad un qualsiasi nostro rituale, di noi che ci riteniamo normali. Corrisponde ai pomeriggi con la Venier, alle domeniche con Del Piero, alle feste comandate, alle torte, alle candeline, ai conati di felicità.
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Perturbabilissime anime candide si concentrano sulla visione frontale del fallo di Fassbender. E' lo stupore un po' beota di chi guarda il dito (beh, non proprio) anziché la luna.
Ma in "Shame" non c'è sesso. C'è una genitalità rituale eppur consapevole, c'è l'ostinata ricerca di un non senso all'interno di una vita che lo ha perso, dal primo vagito.
Allora diciamola tutta: scopare con pezzi di carne senza anima e parole, masturbarsi all'ora del break, accendere distrattamente il computer e posizionarlo sulle chat erotiche mentre due bacchette violano l'ordine di un cartoccio di cibi precotti, equivale ad un qualsiasi nostro rituale, di noi che ci riteniamo normali. Corrisponde ai pomeriggi con la Venier, alle domeniche con Del Piero, alle feste comandate, alle torte, alle candeline, ai conati di felicità.
Guardare, per credere, il lungo, spossante, meraviglioso, straniante (nel quieto e fastidioso candore del cameriere che snocciola i topoi della cena - della vita - "come deve essere") piano sequenza al ristorante.
Ci sono due corpi, due menti che non si incontreranno mai.
Il dramma è questo: la consapevolezza della propria unicità malata e dell'impossibilità di armonizzarla con chi sia disposto ad aprirsi ad essa, senza mai poterla capire fino in fondo.
Come con i legami familiari. "Tu sei soltanto mia sorella. Io non ti ho messo al mondo". Non ci si può occupare e preoccupare dei corpi altrui, se non bruciarli in un uso reciprocamente (e ferinamente) snob. Fino alla fine, fino al sangue, che lacera vene e ferite dell'anima che si pensavano già cauterizzate.
Da"Shame" esala un quasi inebriante odore di morte. E' facile capirlo. Meno facile, più doloroso, è capire che nei primi piani (facciali) del superbo Fassbender ci siamo noi e la nostra vita, e la ricerca di quel salto nell'infinito che solo una mezzora di oblio può (non) dare.
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Da una parte c'è un bravissimo attore - Fassbender - che da solo regge tutto il suo personaggio, dall'altra c'è una trama che, molte volte, stenta a decollare e necessiterebbe di un quid narrativo che purtroppo manca. Peccato che il personaggio di Carey Mulligan sia stato poco approfondito: meritava un trattamento meno scontato e, soprattutto, un'indagine introspettiva che manca anche al protagonista: qualcosa che scavi nel passato per scoprire le radici di tante ossessioni e infelicità.
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Da una parte c'è un bravissimo attore - Fassbender - che da solo regge tutto il suo personaggio, dall'altra c'è una trama che, molte volte, stenta a decollare e necessiterebbe di un quid narrativo che purtroppo manca. Peccato che il personaggio di Carey Mulligan sia stato poco approfondito: meritava un trattamento meno scontato e, soprattutto, un'indagine introspettiva che manca anche al protagonista: qualcosa che scavi nel passato per scoprire le radici di tante ossessioni e infelicità. Emotivamente "Shame" ha un impatto piuttosto forte, ma per essere davvero completo dovrebbe avere delle radici più profonde e chiarificatrici.[-]
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"My tears fell like rain, ain't that a shame" cantava Fatz Domino diversi decenni fa.
Oggi quella canzone viene ripresa e modificata ai giorni nostri attraverso una pellicola cinematografica targata Steve McQueen (da non confondere con la nota star, i due non hanno alcuna parentela).
Per la sua seconda opera (la prima è Hunger del 2008), McQueen sceglie di raccontare la lugubre ed elusiva quotidianità seguendo le orme della scuola Zavattini, quasi fosse un pedinamento del reale, per riportare su pellicola la tanta trasgressione che funge da protagonista nel nostro tempo. Il film riesce a strappare nomination agli Oscar e, in punta di piedi, fa parlare di sé.
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"My tears fell like rain, ain't that a shame" cantava Fatz Domino diversi decenni fa.
Oggi quella canzone viene ripresa e modificata ai giorni nostri attraverso una pellicola cinematografica targata Steve McQueen (da non confondere con la nota star, i due non hanno alcuna parentela).
Per la sua seconda opera (la prima è Hunger del 2008), McQueen sceglie di raccontare la lugubre ed elusiva quotidianità seguendo le orme della scuola Zavattini, quasi fosse un pedinamento del reale, per riportare su pellicola la tanta trasgressione che funge da protagonista nel nostro tempo. Il film riesce a strappare nomination agli Oscar e, in punta di piedi, fa parlare di sé. Struggente ed emozionante al tempo stesso, Shame si ritaglia uno spazio tra le pellicole più riuscite del 2012, presentando sequenze destinate a diventare cult come quella dei giochi di sguardi nella metropolitana.
Brandon (interpretato da un ottimo Michael Fassbender) è il protagonista del film. Devoto alla prigionia sessuale, egli non può condurre uno stile di vita appagante, ma piuttosto continua a chiudersi in se stesso e ad afferrare quelle piccole soddisfazioni che gli concede la masturbazione, per poi abbandonarsi all'atto sessuale vero e proprio con la prima persona che gli capita davanti. Grigia, costernata e maniacale, la pellicola di McQueen ci conduce verso l'esplorazione dell'individualismo e dell'impossibilità dell'essere, o meglio, dell'essere vivi. La New York che vediamo nel film consuma la sua popolazione pilotandoli verso l'esasperazione e l'ossessione. Una perla non può brillare per la sua bellezza estetica, perchè offuscata dal grigiore: New York, New York di Frank Sinatra non può suscitare gioia e sorrisi a chi l'ascolta. Brandon è un uomo affascinante, con un ottimo posto di lavoro, piace alle donne, tuttavia, nonostante i 99 minuti di pellicola, egli riesce a sorridere solo durante una cena con una collega di lavoro che, però, non riuscirà a strappare Brandon dalle grinfie della solitudine. Neppure sua sorella Sissy sarà in grado di aiutarlo, anzi, la sua presenza finirà per opprimere maggiormente il protagonista. "Noi non siamo cattive persone, è solo che veniamo da un brutto posto" esclama Sissy a Brandon. Questa frase è quello che possiamo definire come l'elisir filmico: non si tratta di una critica al genere umano, piuttosto è una constatazione su come la crescita e lo sviluppo sociale conducano ad un costrutto strumentalizzato.
Ad un certo punto del film, dopo una cena con la collega di lavoro, Brandon confessa di voler vivere negli anni Sessanta e di voler essere un musicista, proprio come Fatz Domino. Le parole di Ain't that shame esplicitano che non c'era alcuna vergogna in quegli anni, ma adesso è diverso, come Brandon stesso sostiene "sono le azioni che contano, non le parole" e le sue azioni ci riportano al titolo del film.
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Michael Fassbender e' bravissimo nel trasmetterti tutta l'angoscia, la tristezza e la disperazione di quest'uomo. Meritava sicuramente la nomination all'Oscar! Struggente l'interpretazione della canzone New York New York di Carey Mulligan. Bellissimo film!
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Questo film porta a galla i nostri mostri inconsci a causa della nostra dipendenza del sesso.Molti a vederlo si potranno identificare con l'interprete.E' una testimonianza che il mero atto fisico fa meno leva delle nostre fantasie erotiche.Ci fa riflettere su cosa ci attira veramente nel sesso opposto,l'anima che permea il corpo fisico o il fisico e basta?L'interprete trova più soddisfazione con le sue fantasie erotiche masturbandosi che nella resa dei conti sul letto con una donna.Questa grande forza del sesso entra in tutti ma in molti è deviata psichicamente identificandosi nella maggior sofferenza terrestre...
gritta giuseppe
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