5 Oscar e 3 Golden Globe per un'opera che fa parte della memoria dei cinefili più esigenti. Con uno straordinario Kevin Spacey.
Che American Beauty, firmato da Sam Mendes, faccia parte della memoria dei cinefili esigenti ma soprattutto di quella del grande popolo del cinema, lo deve anche al manifesto. Se esistesse un Oscar delle locandine, ebbene quella grafica non avrebbe avuto rivali. L’immagine dell’adolescente Mena Suvari, affondata in un tappeto di petali di rosa rossi era un’istantanea di erotismo che arrivava alle fantasie maschili come un pugno dolce.
Comunque gli Oscar, quelli legittimi, ci sono stati, e come: 5, quasi tutti più importanti, su 8 nomination. Oltre a 3 Golden Globe. Mendes, Oscar per la regia, si rivelò autore di qualità e narratore “commerciale”, e non è semplice. Kevin Specey, Oscar da protagonista, divenne attore di punta di quella cinematografia. È stato il film dell’anno, nel 1999. Titolo da storia del cinema dunque, per la qualità e per il botteghino: 356 milioni dollari.
Due riferimenti di linguaggio e di contenuto di cinema: Viale del tramonto, dove William Holden narra la sua tragica storia già da morto; e Lolita, con quella patologia dell’adulto tanto vicina alla pedofilia.
Lester è un capofamiglia apparentemente realizzato nel lavoro, così come la moglie. La figlia studia con profitto. Tutto dunque sembrerebbe perfetto. Ma non è così. “Sotto” premono insoddisfazioni, ossessioni, patologie. Tutto è pronto a esplodere, basta l’occasione. Che arriva quando Lester vede l’adolescente Angela (avrà un senso il nome?) compagna di scuola di sua figlia e letteralmente perde la testa. Quando si presenterebbe l’ occasione per la seduzione, la ragazza confida di essere vergine, e Lester rinuncia. A compensazione la ricopre, nuda, di quei petali rossi.
Mendes mostra un quadro famigliare certo non idilliaco, che contiene le sintesi del complesso recondito americano: dove occorre comunque prevalere, essere vincenti nel lavoro, negli affetti, nel sociale, nel rapporto generazionale. Con un riferimento all’omosessualità, non accettata. Tutta questa oppressione porta Lester a raccontare, come detto, già morto. E così la premessa già dice che non saranno fatti prigionieri. Anche se alla fine il cinema si concede una licenza legittima, qualche piccolo grado di happy end, quando Lester dichiara che, malgrado la morte “è difficile restare arrabbiati quando c'è tanta bellezza nel mondo”.