| Titolo originale | Keyke Mahboobe Man |
| Titolo internazionale | My Favourite Cake |
| Anno | 2024 |
| Genere | Drammatico, Commedia, |
| Produzione | Iran, Francia, Svezia, Germania |
| Durata | 97 minuti |
| Regia di | Maryam Moghaddam (II), Behtash Sanaeeha |
| Attori | Lili Farhadpour, Esmaeel Mehrabi, Mohammad Heidari (II), Mansoore Ilkhani Soraya Orang, Homa Mottahedin, Sima Esmaeili. |
| Uscita | giovedì 23 gennaio 2025 |
| Tag | Da vedere 2024 |
| Distribuzione | Academy Two |
| MYmonetro | 3,67 su 21 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento sabato 18 gennaio 2025
L'inaspettato, dolce e beffardo incontro tra una donna e un uomo entrambi soli. In Italia al Box Office Il mio giardino persiano ha incassato 742 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Vedova da una trentina d'anni, la settantenne Mahin non ha mai voluto risposarsi e da quando la figlia è partita per l'estero vive sola a Teheran nella sua grande casa con giardino. Stanca della solitudine, dopo un pranzo con le amiche che l'ha spinta a cercare la compagnia di un uomo, Mahin avvicina l'anziano tassista Faramarz, ex soldato anche lui destinato a restare solo, e con gentilezza lo invita da lei per passare una serata insieme. L'incontro inaspettato si trasformerà per entrambi in qualcosa d'indimenticabile.
Presentato in concorso alla Berlinale 2024, il film non fu accompagnato dai suoi due autori, Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha, a cui venne negato il passaporto: una chiara ritorsione del governo iraniano nei confronti del loro cinema poco allineato.
Già nel loro film precedente, Ballad of a White Cow, Sanaeeha e Moghaddam (che di quel film era anche attrice protagonista), avevano del resto rappresentato il regime di Teheran come corrotto, incerto, impreparato di fronte ai propri errori, e raccontato l'esperienza quotidiana di una donna vittima di un potere indifferente. In Il mio giardino persiano (titolo internazionale My Favourite Cake, "la mia torta preferita", di cui si comprende il senso nel finale) il versante politico è più sfumato, ma allo stesso modo la messinscena sottolinea la chimera di una libertà irraggiungibile per il popolo iraniano.
La protagonista Mahin (l'intensa Lily Farhadpour), non più giovane ma ancora viva, è tenuta al suo posto di donna sola e reticente dalle regole più o meno scritte della società islamica e piccolo borghese a cui appartiene. Lo dimostrano l'hijab che è costretta a indossare (ricordando invece i tacchi alti e le scollature del mondo pre-rivoluzione), le sbrigative conversazioni al telefono con la figlia, i dialoghi con l'amica ipocondriaca, la condiscendenza degli uomini al ristorante, la curiosità della vicina impicciona che ha sentito una voce maschile nel suo appartamento...
Significativamente, la voglia di riprendere a vivere, di cercare la compagnia di un uomo e combattere la solitudine, per la donna passa attraverso la rivendicazione della sua esistenza e della sua figura nel mondo esteriore: come quando, nell'unico momento esplicitamente militante del film, si oppone all'arresto da parte della polizia morale di una ragazza rea di non indossare correttamente il velo. «Fatti sentire», dice Mahin alla giovane dopo averla salvata, «più tu accetti il loro potere, più loro ti schiacceranno».
Riconducibile in apparenza a una dimensione privata, la scelta di Mahin di invitare un uomo in casa sua e spendere con lui (il dolce Faramarz, interpretato da Esmail Mehrabi) la serata più bella delle rispettive vite, ha in realtà un contenuto chiaramente politico: Mahin e Faramarz si chiudono al mondo, nello splendido giardino della donna, e lì vivono la loro libertà fatta di vino illegale, balli e, forse, una torta alla crema, contro ogni forma d'intrusione del potere.
Le immagini confezionate dai due registi sono precise, il più delle volte fisse, altre volte invece mosse da lenti movimenti di camera; la luce è netta; i contrasti tra l'oscurità e la luce non creano il dramma ma illustrano al contrario il sottile mutamento del rapporto d'amicizia e forse d'amore fra i due protagonisti. A un certo punto, nella storia di Mahin e Faramarz, ogni cosa sembra pure avere un proprio posto nel mondo, una sua giustezza che dà senso alle cose. La sceneggiatura è del resto ricca di eco interne, di rime fra scene e parole che rimandano all'idea del passaggio e del cambiamento: dalla morte alla vita, dal passato al presente, dal dentro al fuori, dal sopra al sotto la terra. Ed è proprio lì, nel gioco di contrasti e passaggi poi bruscamente interrotto, che si gioca il destino di Mahin.
Un destino beffardo, ingiusto, anche un po' gratuito se lo si pensa in termini meramente narrativi, ma che abbraccia in pieno la visione critica dei due registi: come a dire che in Iran, in questo Iran ottuso e forse decadente, non c'è redenzione per nessuno, nemmeno per chi prova a essere libero, felice e innamorato almeno per una sera.
Girato in semiclandestinità, aggirando fortunatamente, non si sa come , la censura e presentato alla scorsa Berlinale senza la presenza dei registi ai quali è stato sequestrato il passaporto, il film racconta attraverso una sovversiva limpidezza, la vita in Iran, in modo particolare per la donna. Mahin è una settantenne di Theran vedova da trentanni, con i figli all'estero [...] Vai alla recensione »
Mahin è vedova da molto tempo, e vive sola, perché i figli hanno lasciato l'Iran da due decenni, costruito le loro famiglie altrove; andarli a trovare è diventato quasi impossibile: il regime iraniano non le concede più il visto. Anche gli incontri con le amiche si sono diradati. Eppure, dopo un pranzo con loro, Mahin decide di riaprire il suo cuore alla possibilità dell'amore, o almeno della compagnia [...] Vai alla recensione »