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Rassegna stampa di Greta Garbo

Greta Garbo (Greta Lovisa Gustafson). Data di nascita 18 settembre 1905 a Stoccolma (Svezia) e muore il 15 aprile 1990 all'età di 84 anni a New York City, New York (USA).

PINO FARINOTTI
MYmovies.it

Nasce a Stoccolma, si naturalizzerà americana nel 1951. Dopo aver lavorato come commessa in un grande magazzino viene promossa a modella. Eccola in un filmetto pubblicitario ed ecco il cinema. Il suo profeta è Mauritz Stiller, regista svedese che diventa letteralmente il suo pigmalione. Il primo titolo importante è La leggenda di Gosta Berling (1924), un "muto" naturalmente. I segnali per un grande destino ci sono tutti. E il destino si compie quando Mayer (della Metro-Goldwyn...) durante un viaggio in Svezia assume Stiller, che porta con sè Greta. Dopo qualche perte poco visibile ecco Garbo protagonista de La donna misteriosa, La carne e il diavolo, Il bacio. E' ormai una diva. Nel 1930 in Anna Christie supera un esame fondamentale, quello della parola, rivelando una voce bassa e sensuale sostenuta da una pronuncia imperfetta che diventa un valora aggiunto. Seguono, fra gli altri, Mata Hari, La regina Cristina, La carne e il diavolo, Anna Karenina.Garbo non è più una diva, è leggenda. E'la donna più famosa del mondo, il massimo esempio di mitologia vivente mai nutrito dallo star system. Il suo volto possiede un mistero e una nobiltà che sono, e saranno sempre, solo della Garbo, anche se un'altra attrice, Marilyn Monroe, in chiave diversa, ha forse superato il suo mito. Nel 1939 Ernst Lubitsch la dirige in Ninotchka, un film con un preciso intento anticomunista: vale più l'istantanea della casa di Ninotchka a Mosca (un appartamento per quattro famiglie, con un solo bagno e tende al posto delle pareti) che mille saggi o articoli o comizi. In quel ruolo Garbo ride e fa ridere. E' più completa, ma ha anche dato un colpo alla sua magia austera, lontana e intoccabile. Essere brava e completa, paradossalmente le si è rivolto contro. In Non tradirmi con me è addirittura una sana e intraprendente americana. Un altro salto verso il basso che finisce per comprometterla definitivamente. Più della prima ruga apparsa, pretesto per uscire, definitivamente, dal cinema. A 34 anni.

A CURA DELLA REDAZIONE
MYmovies.it

La diva più famosa del cinema prima della seconda guerra mondiale. Commessa, poi ballerina, apparve per la prima volta sullo schermo in una farsa svedese, Pietro il vagabondo. Mauritz Stil1cr, il regista svedese che l'avrebbe portata negli Stati Uniti, la chiamò a interpretare una parte importante in La saga di Gòsta Beniing, 1923. Un anno dopo, in Germania, recitò per Georg W. Pabst in La via senza gioia. Subito dopo partì per l'America dove fu scritturata dalla Metro Goldwyn Mayer. Il primo film da lei girato a Hollywood, Il torrente, 1926, fu diretto da Monta Beh. Prima deli'avvento del sonoro interpretò nove film, uno dei quali, La carne e il diavolo di Clarence Brown, che sarebbe divenuto il suo regista favorito, la lanciò come"varnp glaciale>' (Pasinetti). Il suo primo film sonoro fu diretto dallo stesso Brown: Anna Christie, 1930. Seguirono Cortigiana, di Robert Z. Leonard, 1931; Romanzo, La modella, 1931, entrambi di Brown; Ma ta Hani, Come tu mi vuoi, entrambi del 1932, diretti da George Fitzmaurice; Grand Hotel, 1932, di Edmund Goulding, La regina Cristina, 1933, di Rouben Mamoulian; Il velo dipinto, 1934, di Richard Boleslavski; Anna Karenina, 1935, di Brown; Margherita Gaulhier, 1936, di George Cukor; Maria Walewska, 1937, di Brown; Ninotchka, 1939, di Ernst Lubitsch; Non tradirmi con me, 1941, di George Cukor. L'operatore abituale della Garbo fu William Daniels. I suoi partners più graditi furono John Gilbert e Melwyn Douglas, che comparvero al suo fianco rispettivamente quattro e tre volte; mentre una volta apparvero Charles Bickford, Fredric March, Herbert Marshall e Robert Taylor. Dopo il 1941 l'attrice non volle più comparire sugli schermi. Il mito di Greta Garbo sembra resistere al tempo più di qualsiasi altro fenomeno divistico, compreso quello di Rodolfo Valentino, innegabilmente appassito. Mentre non si può negare che una parte di verità si trovi nella spiegazione più comune e banale di questa perdurante memoria - cioè, nel fatto che la Garbo fu bella e affascinante come poche donne, e dotata di non comuni doti drammatiche - un altro motivo non inconsistente del mito fu, come è probabile, la sua sostanza culturale tardo-romantica, tipica e rappresentativa di una nostalgia comune ai popoli dell'Occidente per diversi motivi (crisi economica negli Stati Uniti~ e sue ripercussioni; nazismo e fascismo in Europa, e loro ripercussioni), e tale da giustificare e spiegare una polarizzazione affettiva e sentimentale così intensa.

PIERO DI DOMENICO
MYmovies.it

Nome d'arte di Greta Louisa Gustaffson. Nata a Stoccolma nel 1905, era figlia di un netturbino e di una donna di servizio, e rimase orfana di padre appena quattordicenne. Dopo il decesso del padre, la giovane attrice si ritrova in ristrettezze economiche non indifferenti. Pur di tirare a campare fa un po' di tutto, accettando quello che capita; lavora anche in un negozio di barbiere, mansione tipicamente maschile, ma resiste poco.
Abbandonato il negozio, trova un impiego come commessa ai grandi magazzini "PUB" di Stoccolma dove, nell'estate del '22, il regista E. Petschler entra nel reparto di modisteria per acquistare cappelli per il suo prossimo film. E' la stessa Greta a servirlo, e grazie ai modi gentili e disponibili della Garbo, i due entrano subito in sintonia diventando amici.
La Garbo chiede allora di poter partecipare in qualunque modo ad uno dei film del regista, ricevendone un assenso inaspettato. Domanda così alla direzione dei "PUB" un anticipo di ferie che le viene però negato; decide allora di licenziarsi, pur di seguire il suo sogno. Dopo una serie di fotografie pubblicitarie, la sua prima apparizione cinematografica la vede in una modesta parte di 'bellezza al bagno' nel film Peter il vagabondo, passando praticamente inosservata. Così l'attrice decide di studiare recitazione e si iscrive alla Scuola del Teatro reale di Stoccolma. A diciotto anni ottiene il suo primo ruolo da protagonista in I cavalieri di Ekebù (o La leggenda di Gösta Berling - Gösta Berlings Saga o The atonement of Gösta Berling, 1923) di Mauritz Stiller, che le dà insieme allo sceneggiatore Arthur Norde il nome d'arte di Greta Garbo. Il successo del film la porta nel 1925 in Germania per interpretare La via senza gioia (Die freudlose gasse) di Georg Wilbelm Pabst.

LIETTA TORNABUONI

Greta Garbo, morta il i6 aprile 1990, era già scomparsa per il cinema da quasi cinquant’anni, sommando il pathos romantico dei divi morti giovani agli altri elementi di fascino che l’avevano resa mitica: bellezza, esotismo, severità, sublime estetismo, mistero, luce. Dall’appartamento di New York in cui viveva, Manhattan, 52ª Strada, arrivavano nell’ultimo tempo poche notizie: è entrata in ospedale, ne è stata dimessa; sono andati a trovarla il re e la regina di Svezia; non ha potuto ricevere, stava male, il ministro delle Finanze Kjell Olof Feldt, incaricato di portarle un dono del governo svedese; non si è più rimessa dalla caduta in casa nel 1987, non vede nessuno, non esce più. Così Ted Leyson, il fotografo asiatico-americano che da anni la assediava, pedinava e coglieva di sorpresa, s’era deciso a pubblicare una decina delle sue immagini rubate: la mostravano quasi sparuta, vestita con l’indifferenza di sempre, e come sempre in atto di camminare.
Ipocondriaca, avara e ricchissima, era abbastanza sola, come tante persone della sua età: erano morti alcuni di quei potenti (Onassis, Eric de Rothschild, i Bernadotte, Sam Spiegel), frequentati soprattutto perché con i loro yacht, aerei privati, ville-fortilizio, guardie del corpo e miliardi potevano garantirle la privacy che soltanto il danaro procura ai famosi. Erano morti gli amici devoti, provvidi e pazienti, per lo più omosessuali, che la aiutavano a nascondere e a sopportare la propria esistenza: Gaylord Hauser il guru salutista, George Schlee il finanziere; soprattutto il massimo esteta e fotografo, Cecil Beaton, che voleva persino sposarla e che nei suoi diari descrisse con affetto spiritoso il suo sodalizio con una Garbo dromòmane, fanatica delle lunghe camminate per New York anche sotto la pioggia o la neve, anoressica, usa a nutrirsi di pochissimo e a considerare insalata e uova sode un vero banchetto da consumare nei ristoranti degli alberghi più lussuosi della città, o compagna inimitabile.

PIER CARDINALI
Il Mattino

Esiste nel cinema un'Anna Karenina che, al momento di buttarsi sotto il treno disfatta da sensi di colpa, viene afferrata in tempo dall'adorato Wronski, che la sposerà, a dispetto di Tolstoj, anche perché l'ingombrante marito Karenin s'è intanto, opportunamente, estinto. L'happy end MGM, appioppato dopo il successo delle prime visioni, trionfa nell’Anna Karenina concepito nel '27 da Edmund Goulding, con John Gilbert e Greta Garbo, ancora muta ma già Divina (che concederà un più serio bis tolstoiano, parlato, dieci anni dopo con la regia di Clarence Brown). Evento nell'evento, il finale posticcio viene riproposto come ulteriore curiosità d'epoca subito dopo quello tragico d'origine (il tutto con imparziale accompagnamento al pianoforte dal vivo), dalla Cinemateket svedese nell'ampia retrospettiva che, a 100 anni dalla nascita della diva, si è aperta ieri a Stoccolma. Non è l'unica rarità in una rassegna che, nella ricorrenza centenaria della diva, e a 15 anni dalla sua scomparsa, intende ricondurre alla patria d'origine i meriti da grande schermo di «miss G.G.» (come lei si faceva chiamare), riconsegnandola frettolosamente all’anagrafe pre-hollywoodiana con la riproposta dell'unico film girato, da star, in Svezia, La leggenda di Gosta Berling (1924) di Mauritz Stiller, inaugurazione di gala ieri sera. Tra i classici che hanno fatto il giro del mondo, da Destino ('29) a Mata Hari (1931) e La Regina Cristina (1933), s'insinuerà un ritrovamento dell'ultima ora, il filmato d'amatore gelosamente conservato alla Cinemateket che sorprende la diva in lacrime sul ponte d'una nave che l'allontana dalla sua Svezia: la Garbo se ne accorge e si controlla tornando a quel sorriso a bacchetta imparato a Hollywood, anche se la tristezza non si maschera e le lacrime continuano a scorrere. Alle immagini rubate, la Svezia ha da giorni aggiunto santini e feticci nelle mille mostre sulla Garbo, spesso inadeguate al mito, sparse un po' ovunque, a partire dalla capitale, con la passerella fotografica all'Istituto del Film, le rarità filateliche al Museo della Posta e l'improvvisato spazio Garbo ai grandi magazzini Pub, nel reparto cappelleria, dove la futura diva, commessa e poi modella, mosse i primi passi verso la gloria. Ma è a Hogsby, il paesino d'infanzia, a 300 chilometri a sud di Stoccolma, dove «l'unico museo Garbo al mondo», ricavato da un'ex banca, è stato appena rispolverato dal direttore Rune Hellquist, formaggiaio in pensione, che si coglie qualcosa del percorso umano d'un'astratta leggenda. Nata povera, esule infelice in una Hollywood che l'obbligava a ruoli di inattendibili fatalone, di ideali femminili prefabbricati, la «svedesina» non smise mai di battersi per far pagare cara la sua schiavitù di star: ricompensata all'inizio con 400 dollari a settimana, ottenne nell'arco di dieci anni 250.000 dollari a film diventando la diva più costosa e la maggior fonte di profitto di Hollywood. Di questa precoce consacrazione sono testimonianza i primi assaggi di merchandising (le bamboline antenate di Barbie con il volto della Garbo, vendute negli anni Trenta sulla banchisa dei transatlantici per l'America) e l'adorazione intellettuale di fini osservatori come Roland Barthes: «Anche nell'estrema bellezza, questo viso, non disegnato ma scolpito in una materia liscia e friabile, cioè perfetto e effimero a un tempo, raggiunge la faccia infarinata di Charlot, i suoi occhi di triste vegetale, il suo viso di totem». Al supremo ritratto del «volto della Garbo» in Miti d'oggi corrisponde perfettamente un film del '26, La carne e il diavolo, di Clarence Brown, tratto da un corrusco romanzo di Herman Sudermann, dove l'ex Greta Lovisa Gustaffson, ad appena 21 anni, da poco ingaggiata dalla Mgm è già icona ed enigma, immateriale maschera del desiderio che percorrerà intatta, dal muto al sonoro, le stagioni d'un cinema di leggenda. È con una splendida copia restaurata da Photoplay di questo film che il 16 ottobre le «Giornate del cinema muto di Pordenone» chiuderanno in bellezza l'omaggio «Greta Garbo 100». Il primo trionfo cinematografico, che la lancia in America, pare predisposto a definitivo logo del mito. Basterebbero il bagliore del volto ammorbidito da una tenue fiammella (e dalla magica fotografia di William Daniels) o la sensualità, provocatoriamente osée per l'epoca, della Garbo che s'accosta al calice dell'Eucarestia scegliendo di bere il vino consacrato nel punto preciso in cui l'amante ha appena impresso le labbra. Affiancata dall'erede riconosciuto del ruspante Rodolfo Valentino, John Gilbert, impegnato in un memorabile duello sulla neve, la Garbo porta alla perdizione chi la circonda e la vagheggia, fino all'epilogo autopunitivo, riscatto inaspettatamente misogino di un mélo di pomposa, maliziosa, talora perfino birichina esaltazione della bellezza conquistatrice della donna. Qui superdonna, anzi Divina, subito riconsacrata da Hollywood in produzioni a catena. Carriera ripercorsa il 9, alle «Giornate» di Pordenone, con il documentario «Garbo», in anteprima nazionale e alla presenza dell'autore, lo storico Kevin Brownlow, che registra le testimonianze di chi l'ha conosciuta più da vicino, evocando il primo incontro con il boss dell'Mgm Louis B. Mayer e il famoso provino del 1949 per «La duchessa di Langeais» di Max Ophüls, che non venne mai girato, ma che oltre mezzo secolo dopo ci regala 18 minuti di pose e sorrisi, con cui la Divina, a 44 anni, dopo 24 film in 15 anni a Hollywood, avrebbe dato per sempre l'addio al cinema.

LAURA LAURENZI
La Repubblica

Cento anni fa, il 18 settembre del 1905, nasceva Greta Garbo. Cosa resta di. lei?L’inaccessibilità di una diva senza uguali consacrata alla solitudine. La sua fuga da tutto e da tutti: dal successo, dalla ribalta, da Hollywood, dagli amori anche ambigui, dalla curiosità morbosa della gente nello spiare la decadenza. Nessuna è stata più bella ed emozionante di lei, nessuna ha irradiato tanto magnetismo, nessuna ha saputo assorbire la luce così. Gli spettatori ammiravano soggiogati i primi piani di quel viso enigmatico, l’economia e la sobrietà dei gesti, l’eleganza androgina e sensuale, l’interiorità degli sguardi, il mistero, l’abbandono, il predominio sul maschio, l’alone di malinconia. Non una donna di carne e sangue ma una dea, l’apparizione di una bellezza platonica, disincarnata e pura, tanto che Fellini la definirà intimorito “sacra come la Messa”. La Garbo, disse, «mi ha sempre provocato una grande soggezione per il suo volto solenne da imperatrice monaca che incuteva grande rispetto». Un volto, lo definirà Roland Barthes, «di neve e solitudine».
La malia del nome è merito del suo pigmalione, Mauritz Stiller, negli anni Venti il più grande regista svedese. È lui che ha saputo intravedere nella ragazzotta un po’ goffa ma molto malleabile, commessa ai grandi magazzini, la qualità della diva se non della Divina. È lui che la plasma (dirà dopo la rottura: “Non trattatela come una creatura umana, non lo è, trattatela come plastilina»). È lui chele dà i 1ibri giusti da leggere (leggerà sempre pochissimo Greta Lovisa Gustaffson, titolo di studio la quinta elementare). È lui che le insegna a trattare con degnazione, poi sarà disprezzo, i giornalisti. E anche a camminare, a muoversi, a recitare. E lui che le scava le guance e il profilo imponendole di perdere dieci chili e le trova quel nome d’arte rapido e fatato che sia «moderno, elegante, breve, internazionale».

GIACOMO DEBENEDETTI

Talleyrand, al termine di una delle più felici carriere che il mondo abbia mai visto, esclamò: “Peut-être eut-il mieux valu souffrir”. Greta Garbo, all’apice del successo, avrebbe confessato ad un amico svedese: “Mi domando se non ho mancato la mia vita”. La frase risale a pochi mesi or sono. Fino a nuovo ordine, la maschera biografica di questa donna che, in tutti i suoi film ha impersonato l’arduo fallimento di un destino, dovrà coincidere col “ruolo» abituale dell’attrice ed essere quella dell’infelicità. Come, fino a qualche tempo fa, era stata quella del mistero, dell’esistenza segreta che elude ogni indiscrezione. Con una donna come la Garbo, c’è sempre il pericolo di cadere nella letteratura. Ma c’è almeno un’altra frase che vien voglia di assestarle: quella famosa che la sorella Ismene rivolge ad Antigone: “Tu porti nel gelo un’anima di fuoco”. Greta è un’Antigone moderna, che mescola il fuoco ed il gelo.
La sua vita? Tre frasi: “Sono nata in una casa. Sono cresciuta come crescono tutti. Non mi piaceva andare a scuola”. Correva il 1906, mese di novembre. La casa era quella di Swen Gustaffson, piccolo uomo d’affari di Stoccolma. Nel quartiere a sud del Mälaren, considerato allora al di fuori della «vera» città, quell’edificio popolare a cinque piani, tra isole di prati, non era certo la reggia di Cristina, vergine vikinga. E tuttavia per il film della Regina Cristina, Ruben Mamoulian ha saputo ricostruire, sia pure con facile gusto scenografico, il paese ideale in cui nascono le Grete Garbo: le fanciulle rudi e dolci, che si lavano la faccia con la neve, e che sembrano spiritualizzare il più sottile sex-appeal in un richiamo del focolare. Il paese di Greta Garbo bambina è quello che ha convertito una tradizione militare in una civiltà tecnica; l’epopea del secolo di Carlo XII nell’avventura degli esploratori antartici: il paese dove la donna è compagna ed eguale dell’uomo nell’amore e nel lavoro.
A 14 anni Greta perde il padre e s’impiega come commessa nel reparto modisteria dei Magazzini Bergstrom. Veramente la leggenda vuole che la sua prima tappa sia stata in un negozio di barbiere, e che addirittura ella abbia spennelleggiato le guance degli avventori. Un giorno, ai primi tempi delle sue fortune americane, le fu contestato questo episodio: – Non mi concerne
– rispose – e anche se fosse vero non me ne importerebbe. – Raffinata astuzia pubblicitaria? Certo che qui Greta smentisce in qualche modo, la tendenza popolare che, nelle grandi favorite della fortuna, ama cercare le origini più umili. Non si ammette che una trionfatrice possa venire dalla classe media. O una plebea risalita o, per lo meno, una regina caduta. Oggi, ad un’altra “stella”, Elissa Landi, si attribuisce sangue imperiale. “Se la mia infanzia sia stata felice, – spiega Greta – se da ragazza abbia fatto la serva, se sia innamorata, e tutte le cose che si vogliono sapere da me, quale differenza porterebbero nei personaggi che interpreto? Il pubblico mi conosce dal mio lavoro. Che può interessare la mia vita privata? Sono un essere umano come tutti gli altri, e voglio che qualche cosa mi venga lasciata. Non intendo di essere come un pesce in un acquario”.

GIUSEPPE MAROTTA

Sono contento, diamine, che Greta Garbo, riproposta dalla TV a un pubblico sterminato, lo abbia stupito come faceva nelle gremite sale del 1930, quando ero un barbaro giovane e Mata Hari, Anna Karenina, la Regina Cristina, mi toglievano repentinamente la voglia di frugare la ragazza che avevo, con quattro ciance napoletane ingentilite dal grigiore milanese, indotta ad appartarsi in qualche modo con me. E sì che in quel periodo, essendo compilatore di ben tre periodici illustrati, avevo più cinema addosso io che finimenti un cavallo di esequie di prima classe. Per otto ore al giorno forse dieci, negli stabilimenti di Rizzoli, maneggiavo fotografie di Greta Garbo, di Lupe Velez, di Joan Crawford. Nessuno avrebbe potuto quanto me, afflitto dal "crampo visivo della vamp", infischiarsi del telone e conservare, nella favorevole ombra del "Corso" o dell’0deon", l'indispensabile, chirurgica freddezza senza la quale un virtuoso, un mariuolo di gioie furtive, è meglio che al cinema ci vada solo. Ma negarsi a Greta era impossibile; una mia rapida, obliqua occhiata allo schermo le bastava ad uncinarmi e, come tattico e stratega di ogni azione galante, a rovinarmi. Pazienza. Ora so che metteva conto, ora so che Greta meritava quei sacrifici, anzi meritava la compunzione dei frati, l'ascetismo. Che donna e che interprete. Furono soprattutto lei e Chaplin ad ottenere, per il cinema, la promozione ad arte. Stando agli antipodi, si equivalevano: pur con l'indubbio svantaggio, per la Garbo, di non poter né inventare né dirigere i propri film. Fu una sorta di magia. Greta suscitava in ogni banale vicenda il clima del capolavoro; diffondeva, nella fanghiglia delle complicate e usuali peripezie inflittele, una luce e una castità di alba di maggio; solo quando lei si ritirò, i letti (ai quali, purtroppo, il cinema deve quasi interamente la sua fortuna plebea) ridiventarono letti: e precipitammo, affidando le storie d'amore ai corpi e non ai volti, nel più tedioso e monotono erotismo. «Un capitolo in un battito di ciglia», fu il motto cinematografico d'allora; oggi mostriamo tutto e non mostriamo nulla: centinaia di film non contengono, in sostanza, che una diluita quanto decrepita barzelletta oscena. Soggetti originali o versioni cinematografiche di libri famosi, l'importante è che diano frequentissime opportunità di coricare una femmina e un maschio giovani e piacenti, lasciando poi fare alle minuziose iperboli dell'obiettivo. Il resto non è, generalmente, che una lunga e anonima paresi di manichini, i quali girando su un perno, sempre quello, danno la illusione del movimento. Altra faccenda, con la Garbo. Dopo trent'anni il suo cinema è intatto, e olezza come le spoglie di certi santi che invano furono tumulati. Ogni suo film è una verminaia, ma lei vi splende incorrotta, sana, irripetibile. Greta ha davvero fermato il tempo. Greta non recitava, sognava di recitare; perciò gli anni le si inchinano e si dileguano senza toccarla. Funziona il proiettore ed ecco, la bella addormentata nel bosco freme, si rianima. È venuto il suo principe azzurro e l'ha resuscitata, come l'antica fiaba esige. Bella? Quando mai fu bella, questa Garbo? Le sue guance pullulavano di efelidi, il petto glielo aveva piallato, come diciamo a Napoli, San Giuseppe; non meno sprovveduta era delle contrapposte grazie che talora compensano la citata deficienza; i suoi nordici piedi non avevano da invidiare un millimetro a quelli del rinomatissimo calciatore Manfredini; la sua voce era sepolta e roca: ma come personaggio, nella fittizia vita della rappresentazione, era meravigliosa, incantevole, eccitantissima. Rido pensando agli enfatici seni (da arringa sessuale) di Anita e di Sophia: li vedo scoppiare, mentre la Garbo del 1930 svolge qualche lieve tema di seduzione, come palloncini lambiti da una sigaretta accesa. Greta ci insegnò che una durevole, effettiva donna è prima concettuale e poi reale; innalzò e affinò il cinema spiritualizzando l'eroina, eguagliando e superando, con la sua bellezza immaginaria, quella concretissima di una Dietrich. Non mi sorprendo che ai miei figli la Garbo sia piaciuta adesso quanto piacque a me allora. Il cinema sarebbe fumo, senza questi rari ma illuminanti prodigi. Come fanno, certi sultani della regia, a darsi tante arie? Ecco un mucchietto di film arcaici, buffi addirittura, ai quali una grande interprete assicura un alto e nobile scaffale di cineteca. E voi Comencini, e Monicelli, voi che siete i Brown e i Mamoulian di turno, come osate parlare di stile, di problematica, di linguaggio, non avendo per le mani che qualche ex-dattilografa o ex-sguattera che umilia Venere, può darsi, ma inorgoglisce i sillabari? La trionfale riapparizione della Garbo è anche un invito, per la gente del cinema, alla riflessione, all'umiltà, a uno spontaneo, coraggioso ridimensionamento. Evviva. La Garbo, che per un ventennio fu il proprio cilizio, graffi e insanguini un po' le reni delle attrici e dei registi odierni, immersi nel cinema come nella baraonda continua ma effimera di Tahiti.

PIETRO BIANCHI

Oggi essa non è altro che un nome o poco meno. Né vale l’osservazione che le pellicole di Greta Garbo, non tutte, purtroppo, girano ancora per il mondo, ammirate da grandi e piccini: Grand Hotel, Ninotchka, Margherita Gautier, La regina Cristina. Importante non è vedere la «divina», come allora venne chiamata, in film antichi che sottolineano con crudeltà la differenza fisica esistente tra la bella donna dell’«età del jazz» e l’anziana signora nevrastenica, che detesta i fotografi, e che ciò nonostante viene ritratta in tutti i rotocalchi, infagottata in abiti qualunque, in compagnia di George Schlee, il marito di una sarta amica di Greta. Infatti la svedese fu niente di meno di un mito. Si sapeva benissimo, naturalmente, che da ragazza aveva spennellato con schiuma densa di sapone il viso dei clienti di un piccolo barbiere di cui era commessa; si sapeva pure che aveva cominciato a lavorare per il cinema prestandosi, in costume da bagno, a far la pubblicità per certi prodotti. Ma che importa? Greta era soprattutto la donna fatale de La carne e il diavolo; colei la cui sola apparizione era bastata per far dimenticare subito le «vamp» del cinema muto italiano, Lyda Borelli e Francesca Bertini, Italia Almirante e Pina Menichelli. - Senza contare le «dive locali», Mae Murray e Pola Negri, Gloria Swanson e Wilma Banky.
Ricordiamo come se fosse ieri, e son passati quasi trent’anni, il pomeriggio in cui ci accadde di vedere per la prima volta il patetico volto di Greta. Aveva un abito bianco con luccichii argentei e una scollatura favolosa: l’alto collo dell’abito da sera alla Maria Stuarda accentuava l’incanto del profilo languido, degli occhi appassionati. Gli adolescenti della nostra generazione vennero scossi dal lungo bacio tra lei e John Gilbert ne La carne e il diavolo come da una scarica di elettrochoc, e la faccenda non fu più dimenticata. Di rincalzo vennero i film europei della «divina», anteriori nel tempo ma presentati: in Italia dopo il successo de La carne e il diavolo: La leggenda di Gösta Berling e La via senza gioia. La sorpresa della scoperta era tale infatti soltanto per noi. Amica e allieva di un geniale, sregolato e infelice regista del suo paese, Mauritz Stiller, Greta era un tipico prodotto della vecchia Eur6pa. Greta Garbo si presenta infatti nel cinema europeo con due artisti molto dotati, il già ricordato Mauritz Stiller e G.W. Pabst, e ne esce per cadere,a Hollywood, nelle mani di registi abili ma privi di mordente, di originalità, di poesia. Per noi questo non è un semplice caso. Hollywood è quella che è: i suoi vizi, il suo conformismo, la sua arida e livellatrice mentalità industriale li conosciamo da un pezzo. E pure Hollywood ci ha dato un genio del cinema, Chaplin, e una quantità di direttori artistici originali e profondi: Vidor, Ford, Hawks, Capra, Sturges, Huston... Come mai Greta Garbo non ha incontrato nessuno a Hollywood capace di comprenderla in pieno, in grado di superare il dato «divistico», di immergerla in una atmosfera concreta e nello stesso tempo fatale? Come mai una fortuna di tal sorta è -toccata alla Lombard di XX secolo, alla Davis di Le piccole volpi, alla Stanwyck di Proibito, persino alla Goddard di Tempi moderni e non a Greta Garbo? La risposta ci sembra semplice: Greta è restata sempre, a Hollywood, una straniera, un’attrice di passaggio che si tiene finché fa incassare dollari e che si licenzia come una cameriera quando non «rende». In verità essa è sempre rimasta la Greta di Stiller e di Pabst, la Greta «europea».

VITTORIO MARTINELLI

Il volto più enigmatico e inafferrabile, ma anche il più puro, il più incontaminato che lo schermo abbia mai offerto alla contemplazione dello spettatore.
Da commessa nei magazzini Bergstrom di Stoccolma a diva, anzi «divina», questa è stata la parabola percorsa da Greta Lovisa Gustafsson, archetipo dell'eterno femminino.
Se ci si chiede quale personaggio cinematografico femminile abbia caratterizzato il secolo appena trascorso, la risposta non può essere che il nome di Greta Garbo. Un nome che eclissa tutti gli altri, anche quello di Marilyn Monroe, che oggi si cerca invano di anteporle: perché Marylin era sì un personaggio che irradiava simpatia, è stata una brava attrice, ha fatto una brutta morte, ma era una donna in carne e ossa, vivace, allegra, spiritosa. Greta Garbo invece si è presentata sin dall'inizio come una figura impenetrabile, seducente, sensuale, ma non come una creatura di questa terra, irreale ed eterea, quasi una figura virtuale come virtuale è il cinema.

MARIO GROMO
La Stampa

Ed ecco, in Romanzo di Clarence Brown, l'ultima Greta Garbo. Da quando la signorina Gustaffson, prima ancora di scegliersi il suo sonante pseudonimo, fu accolta a Hollywood con uno spregiativo «la lunga svedese dai piedi piatti», le sue interpretazioni sono andate rivelando timbri e vibrazioni inconfondibili: Si dice che in un film il regista sia tutto; ma ciò può valere per il regista-artista, oppure per attori privi di una loro personalità. Quando invece abbiano un temperamento, il regista dovrà soltanto non lasciarli deviare dall'umanità e dallo stile di quel personaggio quasi esaurientemente intuito dall'interprete che abbia ingegno, sensibilità, cultura. La Garbo sta ancora a sé, si direbbe che non abbia bisogno di un regista. È finora apparsa in quattordicì film, ha finora avuto dieci registi, da Monta Bell (Il torrente) e Clarence Brown (La carne e il diavolo, Anna Christie) a Sidney Franklin (Orchidea selvaggia) e Fred Niblo (La donna misteriosa), da Maurizio Stiller (La leggenda di Gösta Berling) a Victor Sjöstrom (Donna divina), a Pabst (La via senza gioia); e dal suo primo al suo ultimo film la Garbo è stata ed è quasi sempre la stessa. Grande virtù d'attrice, o mito-feticcio, o fenomeno plastico di una potenza rara? Di tuta un po'. Ne è nato il garbismo; ma se molte garbeggiano, il modello è inimitabile. Costretta ad apparire sovente in polpettoni melodrammaticì, è riuscita a risolvere una non facile e ormai quasi anacronistica equazione, quella della super-diva, della vamp, della fatalissima. La donna, o la femmina, carica di destino in una sua atteggiata solitudine, irridente senza muovere labbra, ermetica anche quando si abbandona. In lei, aggiornata, rifiorisce l'ineluttabile di certi film d'anteguerra e di certa letteratura del dopoguerra. E poiché ancora non è apparsa in un film che, se non discutibile, sia almeno convincente (si va a vedere la Garbo per la Garbo), possiamo allora apprezzare questa virtuosa dell'obiettivo così come le varie occasioni ce la presentano.

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Il romanzo di Tolstoj è uno dei punti fermi della letteratura del mondo.
La 31a edizione si è chiusa ieri con la proiezione di Destino.
Pericolo e "sproporzione" di un film.
Tante le novità previste per la 30. edizione del Festival.
Una rilettura non convenzionale della storia del cinema.
Il festival di Locarno ritrova il grande regista tedesco.
Una rilettura non convenzionale del cinema secondo Pino Farinotti: nona puntata.
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