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mercoledì 29 gennaio 2020

Articoli e news Woody Allen

Nome: Allan Stewart Konigsberg
84 anni, 1 Dicembre 1935 (Sagittario), New York City (New York - USA)

Il regista americano inaugura il Festival con Midnight in Paris.

Cannes si inchina a Woody Allen

Cannes si inchina a Woody Allen Il pubblico del Festival può tirare il fiato: Woody ce l’ha fatta. Atteso in Croisette come una sorta di monumento vivente, il maestro Woody Allen ha presentato oggi con discreto successo il suo Midnight in Paris, film d’apertura del Festival di Cannes. Per la pellicola nessun entusiasmo, piuttosto un generico e condiviso apprezzamento, come una specie di sospiro di sollievo collettivo di fronte al 42º film di un regista amatissimo ma (comprensibilmente) stanco. L’opinione che serpeggia nei corridoi del Palais, inconfessabile, è che in fondo nessuno si aspetti più un capolavoro dall’uomo che in gioventù produsse la miglior commedia americana: Midnight in Paris ha inaugurato il Festival, ha strappato qualche risata, insomma è andato in porto senza colpo ferire. E pazienza se si farà presto dimenticare: la semplice presenza di Allen a Cannes è un evento, al maestro non serve certo un film per farsi applaudire. Qui gioca in casa, fa il tutto esaurito, riempie la sala e fa gridare il pubblico che si accalca intorno alla passerella. Con lui c’è parte del cast, il timido Owen Wilson, Adrien Brody con un cappello da star, la bella e bionda Rachel McAdams in bianco: ma le luci sono tutte per l’autore, quel piccolo uomo dai grandi occhiali, che dopo mezzo secolo di grande cinema può farsi perdonare qualsiasi cosa.

Qual è per lei la morale del film?
Allen: inutile illudersi che un tempo si vivesse meglio, solo perché oggi ci sembra meno facile sopravvivere. È una trappola, è un pensiero sbagliato: il problema è che del passato si ricordano solo le cose migliori. Il dentista, negli anni ‘20, era molto peggio. E non c’era l’aria condizionata...

Perché ha scelto di raccontare una storia a cavallo tra gli anni ’20 e oggi?
Allen: Sono partito dal titolo e mi sono lasciato suggestionare. Mi sono chiesto: cosa può succedere ogni notte a mezzanotte in una città come Parigi? Poi ho pensato all’immagine di una macchina che si ferma, carica a bordo il protagonista e lo porta altrove. Non ho pensato subito all’intreccio, quello è venuto da solo. Alla fine mi è andata bene: con queste premesse, avrei potuto fare anche un film orribile.

Come ha lavorato sulla fotografia?
Allen: Ho lavorato con un fotografo di New York, sensibile e bravo. Per rappresentare Parigi volevo una fotografia calda, sui toni del marrone e del rosso, evitando completamente quelli del blu.

Come si è trovato a lavorare a Parigi?
Allen: Benissimo, è una città splendida anche quando piove: ci venni la prima volta nel 1965 e mi sembrava di conoscerla già, perché l’avevo vista in tanti film... un po’ come succede per Manhattan. Nel mio film ho scelto di rappresentarla non realisticamente, ma soggettivamente, con gli stessi occhi con cui la guardai la prima volta. Devo ammettere però che il mio approccio al lavoro non cambia se giro in una città o in un’altra: giro ovunque allo stesso modo.

L’ha influenzata il cinema francese?
Allen: Quando ero giovane sì, moltissimo. Mi ha influenzato il cinema francese, italiano, quello europeo in generale. Nella mia formazione hanno avuto un enorme peso autori come Truffaut, Godard o René Clair. Ho sempre avuto chiara in mente una differenza: con i film americani si fanno i soldi, con quelli europei si fa arte.

Nel suo film parla dei grandi artisti del passato: lei si sente un artista?
Allen: No. Mi sento un uomo fortunato, che ha avuto una lunga carriera. Ma non ho la profondità di un artista, quella speciale profondità di un Kurosawa, di un Fellini. Ho solo fatto tanti film, alcuni bene e alcuni male.

Chi è il miglior critico dei suoi film?
Allen: Da giovane chiedevo sempre ai miei scrittori preferiti cosa pensassero del mio lavoro: è stato importante e mi ha permesso di evitare tanti errori. Ma oggi purtroppo non ci sono più, sono tutti morti,e così devo accontentarmi del mio giudizio.

Come è avvenuto l’incontro con Carla Bruni?
Allen: Ero a colazione dai Sarkozy e a un certo punto lei è entrata nella stanza. Era talmente carismatica e bella che le ho offerto subito un piccolo ruolo, una partecipazione che l’avrebbe impegnata al massimo per tre giorni. Lei ha detto di sì, perché la attirava l’idea di poter mostrare un giorno il film ai suoi nipoti. La Bruni sarà anche la compagna di un politico, ma è soprattutto un’artista: ha un background da musicista, conosce il mondo dello spettacolo e sul set ha senso della scena. È piena di grazia, perfetta, non le ho dovuto dire quasi niente. È stato bello per entrambi, ha fatto un ottimo lavoro.

Com’è stato affidare a Wilson un personaggio che le somiglia così tanto?
Allen: Wilson è stato grandioso. Nella vita siamo molto diversi: lui è così New York, così ragazzo da spiaggia, così bello. Siamo l’opposto. È stato un grande dono per me averlo sul set, è stato un pezzo importantissimo del casting. Quanto a Rachel, l’avevo vista in un film con Owen e la volevo a ogni costo.

E gli attori? come si sono trovati sul set con Allen?
Wilson: benissimo, ci ha lasciati completamente liberi.
McAdams: è stato eccitante.
Brody: Sono da sempre un fan di Woody, lavorare con lui è stata una grande opportunità: in vita mia tanti registi mi avevano offerto il ruolo di Salvator Dalì, ma questa è stata l’unica volta che ho accettato. Sapevo di essere in presenza di un genio.

   

Rientrato dalla vacanza europea, Allen ricomincia da Manhattan e da un misantropo fatalista.

Basta che funzioni: New York story

Basta che funzioni: New York story A New York tutto è davvero possibile, persino che un attempato docente in pensione della Columbia University, pessimista e suicida fallito, divorziato e claudicante, intollerante e inflessibile diventi la magnifica ossessione di Melodie St. Ann Celestine, una "dea dell'amore" bionda, vagabonda, provinciale e irresistibilmente stolta. Boris Yellnikoff, fisico ateo che pratica la filosofia del "whatever works" ("basta che funzioni") e ha sfiorato il Premio Nobel, è il nuovo personaggio creato da Woody Allen, rientrato da una tiepida vacanza europea nel cuore pulsante di New York. Dopo Londra, di nuovo e ancora Londra e infine Barcellona, Allen archivia amori, tradimenti e ricongiungimenti e torna geograficamente e idealmente alle origini e dentro lo spazio urbano che gli ha dato natali, ispirazione e fama. Ossessionato dalla morte, fustigatore intransigente e profittatore dei luoghi comuni della cultura di massa, abile nel coinvolgere il pubblico in sala con la matrice autobiografica e nel condensare temi cosmici come la solitudine, la morte, la religione, il potere, l'autore newyorkese torna a mostrarsi come "cattivo soggetto", raggiungendo vertici narcisistici sorprendenti e (ri)giocando a scacchi con la morte. Basta che funzioni è una prova oltremodo intelligente, che gioca con il senso della vita. È un ennesimo saggio di tecnica narrativa, è sottile e spudorato e produce effetti irresistibili sul pubblico che il Boris di Larry David guarda dritto negli occhi, facendo il punto sull'arte e l'artista, sull'amore e sulla morte, gettando il cuore oltre l'ostacolo e il corpo dalla finestra. Ancora una volta Allen interpreta il cinema come una forma di confessione, ancora una volta il suo umorismo viene dall'osservazione delle proprie nevrosi, ancora una volta il regista si ritrova da sé e si osserva, clonandosi in un corpo-personaggio e restando fuori campo. Forse davvero Boris Yellnikoff è "l'uomo peggiore del mondo" (così Woody Allen voleva intitolare il suo film) ma non importa. Il genio che è in lui basta ad assolverlo e a giustificarne l'esistenza.

Uno stile più essenziale conferma come l'idea che la tragedia della vita sia il fallimento sia ormai così solida da trasformarsi in accettazione.

La ruota delle meraviglie, il percorso di Allen verso la semplicità

lunedì 18 dicembre 2017 - Elena Magnani, vincitrice del Premio Scrivere di Cinema da SCRIVERE DI CINEMA

La ruota delle meraviglie, il percorso di Allen verso la semplicità Un cerchio, una ruota, un ripetersi claustrofobico. Con una simbologia più esplicita che mai, La ruota delle meraviglie si presenta come l'ultimo riassunto delle ossessioni di Woody Allen: il caso, il destino, il libero arbitrio, il peso delle scelte, la colpa del fallimento, che si rimescolano in una ruota panoramica a tratti caleidoscopica. Del luna-park c'è lo scintillio formale e visivo, l'anima tragicomica e soprattutto l'inganno dello spettacolo, che si offre alle finestre dei protagonisti nello splendore delle sue attrazioni, così estranee in realtà alle loro vite piccole e fallite, così crudeli nel ricordargliene la nullità. Una metafora facile da piegare anche al cinema, che in fondo Allen, senza pudore, ha dichiarato di fare ormai solo per mantenersi in vita. E poi ovviamente nella ruota c'è il circo del grottesco e c'è il teatro, citato come non accadeva da La dea dell'amore: Ginny, Humpty, Carolina e Mikey si affannano, si rincorrono, litigano e si disperano senza pace sempre nella stessa stanza, come vorrebbe la tragedia greca, regalando nelle ultime scene persino un lungo monologo. Il divertimento del primo Allen è andato perduto e rimpiazzato da un'ironia amara che prende in giro i suoi personaggi, che corrono sulla loro ruota delle meraviglie senza arrivare da nessuna parte. Anche la magia è scomparsa: la wonder wheel di Coney Island prova a rievocarla nel suo sfavillio per mascherare la desolazione della realtà, ma si tratta di un incantesimo superficiale, di un'illusione ottica che si rivela ben presto falsa. C'è insomma l'intera poetica di Allen, riproposta quest'anno in una variazione melodrammatica. Era umoristica in Cafè Society; filosofica in Irrational Man; romantica in Magic in the Moonlight, rumorosa in To Rome with Love e sofisticata in Midnight in Paris. C'è chi dice che la Storia si ripeta e sicuramente si ripete anche Woody Allen, senza chiedere scusa, senza far finta di avere nuove cose da dire. Manca però questa volta il bagliore maturo che si leggeva in Blue Jasmine, tra i tanti il più simile a La ruota delle meraviglie, che ne sembra un rifacimento proletario. Come Jasmine anche Ginny è una donna frustrata nelle sue ambizioni, che non riesce ad ammettere il vuoto della sua vita, che affronta il suo fallimento: ma la sua non è stata una caduta, quanto un lento progredire verso l'insuccesso. Con meno rabbia, meno astio e più pathos.

Anche la trama si spoglia dei personaggi e dell'introspezione per proporre delle macchiette già viste: l'aspirante intellettuale, l'alcolizzato impenitente, la casalinga disperata, la figlia in crisi. Al loro posto si esprimono le luci, passando dal caldo al freddo nell'arco della stessa scena, cercando di raccontare i loro drammi senza parole. Si può allora apprezzare che Allen, anno dopo anno, stia raggiungendo la semplicità: che il suo stile si stia facendo più essenziale e cristallino; che la sua convinzione che la tragedia della vita sia il fallimento si sia ormai fatta così solida da trasformarsi in accettazione. Ma proprio per il ciclico ripetersi dei suoi temi cari, Allen si è condannato da solo al paragone con i suoi capolavori, che oggi ha superato in estetica ma dai quali si lascia superare in contenuto.

   

Pieno di malinconia nascosta sotto il tappeto di un dialogo spumeggiante e arguto, il film di Woody Allen merita il suo posto intatto nella storia del cinema. Ora al cinema nella versione restaurata.

Manhattan: una dichiarazione d'amore, un monumento senza tempo

domenica 14 maggio 2017 - Roy Menarini da FOCUS

Manhattan: una dichiarazione d'amore, un monumento senza tempo Che rivedere Manhattan restaurato su grande schermo faccia tutta la differenza del mondo, diventa chiaro fin dal primo minuto del film. Il celeberrimo skyline newyorkese, commentato dalla "Rapsodia in blu" di George Gershwin, perde immediatamente la polvere di citazione facile che aveva fino a quel momento nel ricordo dello spettatore, e riguadagna una potenza visiva inossidabile. Merito delle luci e dei bianchi e neri di Gordon Willis - qui grande coautore di Woody Allen, quasi a far pensare a una equa suddivisione (Woody il formidabile testo narrativo e Willis il nitore metropolitano). Ma merito anche dell'idea di Allen: immaginare un inno intellettuale e nevrotico per la Grande Mela proprio nel momento della sua massima sporcizia, decadenza, pericolo. La fine degli anni Settanta, infatti, rappresenta uno dei picchi di violenza in città, e sono molti i film del decennio in via di conclusione che ne hanno raccontato la brutalità - primo fra tutti Taxi Driver, certo, ma l'alone di biblica perdizione si allunga sino al 1980 di Cruising, il grande film maledetto di William Friedkin. Nulla di tutto questo in Manhattan, dove i luoghi sacri dell'intellettualità newyorkese - dal Guggenheim a Central Park, dai cineclub al planetario - vengono squadernati come le stazioni di una sacra rappresentazione borghese, bagnata da autoironia e umorismo ebraico. Una dichiarazione d'amore - come si è più volte giustamente detto - che ruota intorno ad alcuni personaggi che si cercano, si trovano, si lasciano, si riprendono, facendo i conti con i propri limiti (principalmente) e con le proprie differenze di età, professione, esistenza. Spiccano le due donne protagoniste del film, Mariel Hemingway (che fors'anche per qualche impaccio recitativo riesce a restituire con candore impensabile la fragilità dei suoi 17 anni) e Diane Keaton, ancora più bella in bianco e nero che nei colori - pur sempre basici, firmati Ralph Lauren - che Allen le aveva donato due anni prima in Io & Annie.

Il suo cinema è riconoscibilissimo, i suoi temi noti, la sua intelligenza pazzesca. Con Irrational Man è in sala dal 16 dicembre.
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E se i film di Woody Allen fossero un genere?

lunedì 21 dicembre 2015 - Roy Menarini da FOCUS

E se i film di Woody Allen fossero un genere? C'era una volta un autore, Woody Allen, in grado di cambiare per sempre la comicità americana, e non solo quella di cultura ebraica. Firmò alcuni capolavori della New Hollywood, poi la sua commedia malinconica e intellettuale, capace di raccontare New York e un'intera classe socioculturale, fu copiata spudoratamente da centinaia di registi e produttori. Allen proseguì la sua carriera, non saltando mai un anno di uscita, girando con una regolarità mostruosa, un film dietro l'altro, senza mostrare di bloccarsi di fronte a rovesci personali, scandali biografici, problemi di salute, matrimoni, divorzi, lutti, oltre che mutamenti dell'America e del mondo, terremoti nell'industria del cinema, trasformazioni tecnologiche e mediatiche.
Non esiste nessun altro regista nell'universo (è un dato, non una interpretazione) che abbia mostrato questa continuità. Il suo cinema, pur oscillando tra frequenti commedie e rari drammi, è riconoscibilissimo; i suoi temi noti; la sua intelligenza pazzesca; i suoi personaggi brillanti. Eppure da un certo momento in poi alcuni critici si stancarono, perché volevano qualcosa di nuovo, o di rivoluzionario come agli inizi, o di sorprendente. Volevano di più. Ma che cosa volevano di più?

   

Le grandi trasferte dell'uomo di Manhattan.

Woody, il magnifico cosmopolita

lunedì 1 agosto 2011 - Pino Farinotti da FOCUS

Woody, il magnifico cosmopolita In Manhattan, che è, insieme a Tutti dicono I Love You, l'opera assoluta del newyorkese, Woody Allen all'inizio, con voce fuori campo, accredita se stesso come cittadino della grande mela. È uno scrittore e deve affrontare un incipit, e fa vari tentativi.

"Capitolo primo, adorava New York, la idolatrava smisuratamente... No, è meglio: la mitizzava smisuratamente. In qualunque stagione questa era una città che esisteva in bianco e nero e pulsava dei grandi motivi di George Gershwin... No fammi cominciare da capo. Capitolo primo: era troppo romantico riguardo a Manhattan, come lo era riguardo a tutto il resto, trovava vigore nel febbrile andirivieni della folla e del traffico. Per lui New York significava belle donne, tipi in gamba che apparivano rotti a qualsiasi navigazione... stantio, roba stantia... di gusto... Insomma, impegnati un po' di più. Capitolo primo, adorava New York, per lui era la metafora della decadenza della cultura contemporanea, la stessa carenza di integrità individuale che porta tanta gente a cercare facili strade, stava rapidamente trasformando la città dei suoi sogni in ... non sarà troppo predicatorio? Guardiamoci in faccia, questo libro lo devo vendere. Capitolo primo, adorava New York anche se per lui era una metafora della decadenza della cultura contemporanea. Com'era difficile esistere in una società desensibilizzata dalla droga, dalla musica tutto volume, televisione, crimine e immondizia... Troppo arrabbiato, non voglio essere arrabbiato. Capitolo primo, era duro e romantico come la città che amava, dietro ai suoi occhiali dalla montatura nera acquattata ma pronta al balzo: la potenza sessuale di una tigre... No, aspetta, ci sono. New York era la sua città, e lo sarebbe sempre stata.

   

L'attore-regista-scrittore-musicista è uno degli intellettuali più apprezzati del nostro tempo.

5x1: il divertente fascino di Woody Allen

5x1: il divertente fascino di Woody Allen Lo smalto dei tempi d'oro non c'è più, anche se sarebbe difficile per chiunque tenere il confronto con una filmografia densa e intensa come quella di Woody Allen ed i propri capolavori del passato. Le epiche commedie degli anni Sessanta e Settanta (Prendi i soldi e scappa e Amore e guerra) hanno presto lasciato il passo ad un'ironia raffinata e delicata (Io e Annie), per poi subire le suggestioni bergamiane che hanno fatto di Woody Allen l'interprete più convincente dei dubbi, gli amori e le idiosincrasie della medio – alta borghesia a stelle e strisce (Interiors e Stardust Memories).
Esaurito anche il filone impegnato, il regista nato a New York ha cominciato a esplorare i generi, tornando in parte alla commedia (La dea dell'amore), spaziando nel musical (Tutti dicono I Love You) fino al successo di Match Point.
Torna con Sogni e delitti, in cui dirige due tra i migliori attori dell'ultima generazione, Ewan McGregor e Colin Farrell.

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Rivkin's Festival

Regia di Woody Allen. Genere Commedia, produzione USA, Spagna, 2020.
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