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Gli italiani lo fanno peggio

La delusione di To Rome With Love: qualche riflessione.
di Roy Menarini

Woody Allen (Allan Stewart Konigsberg) (83 anni) 1 dicembre 1935, New York City (New York - USA) - Sagittario. Regista del film To Rome With Love.

domenica 22 aprile 2012 - News

Sono pochi i critici disposti a difendere l’ultimo film di Woody Allen con la foga che giustamente è stata utilizzata per l’ottimo Midnight in Paris o per il beffardo Basta che funzioni. Stavolta, la sensazione è quella di un’opera in cui qualcosa è andato decisamente storto, e dove i requisiti minimi di intelligenza, brillantezza, ingegno di scrittura sembrano annegare in una sabbia mobile dove l’espertissimo regista newyorkese non immaginava certo di finire. Ma, al di là di queste innegabili e condivise sensazioni, si può provare a ragionare nel dettaglio sulle cause del disastro? Anzitutto, per noi italiani il pasticcio viene enfatizzato dall’effetto di straniamento dato da doppiaggio e attori nostrani. Scamarcio o Albanese non sembrano affatto naturali nel mondo di Allen, e tutta l’amalgama tra volti noti del nostro cinema, comparse imposte dagli agenti (Ornella Muti, Giuliano Gemma, Dolce e Gabbana per fare alcuni esempi) e attori americani pare inconciliabile fin dalla prima inquadratura. Persino Benigni sembra straniero in casa sua, quasi trattenuto dalla trama di un episodio che ha già esaurito la sua idea principale dopo i primi minuti.
Il problema linguistico/culturale è triplice. Per prima cosa, la convivenza tra doppiaggio e presa diretta denuncia gravi problemi tecnici. In secondo luogo, tutti i dialoghi tra americani e italiani vengono resi solamente nella nostra lingua, con grottesche conseguenze per cui tutti i personaggi parlano un esperanto italofono e sembrano non capirsi. Terza ragione: per gli spettatori italiani il gioco sugli stereotipi diventa irricevibile.
E qui si cela il problema di fondo di To Rome With Love. Detto che quando il cinema americano gira in Italia il cliché è sempre in agguato (si pensi al caso più umiliante: Mangia prega ama), nel caso di Allen si poteva pensare che avrebbe saputo fare, invece che un film stereotipato, un film “sugli” stereotipi. Tali erano, infatti, Vicky Cristina Barcelona e Midnight in Paris, dove i protagonisti erano tutti turisti americani e Allen riusciva al tempo stesso a mostrarne con sarcasmo la pochezza intellettuale e a farceli comunque amare. Qui il progetto sembra simile, almeno nei segmenti con Alec Baldwin e Woody Allen stesso, che in effetti sono gli unici a rianimare talvolta il battito cardiaco del film. Tuttavia, tanto l’episodio di Benigni quanto quello dei due pordenonesi a Roma (sic), non possono più ambire a questa lettura interpretativa, immersi come sono in storie del tutto italiane e dunque piene di situazioni socioculturali imbarazzanti. E a nulla vale la parodia di Lo sceicco bianco, tristemente fine a se stessa.
Da ultimo, però, vale la pena fare un po’ di autocritica. Il film di Allen è brutto anche per colpa nostra. Quasi tutti i nostri attori sembrano pesci fuor d’acqua, persino quelli che passano sullo sfondo per pochi secondi. Il product placement (che Woody ha accolto, sia chiaro) è pesante e invadente come nei cinepanettoni di Neri Parenti, e anzi molte marche sono le stesse. E in generale le maestranze e le location fanno venire il sospetto di una correità nei difetti di impalcatura di To Rome With Love. Non rimane dunque che archiviare in fretta questo infortunio, e attendere Woody Allen al suo annunciato ritorno cinematografico su suolo americano.

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