Un racconto intenso che attraversa epoche e destini, esplorando fragilità, crescita e trasformazione. Premiato a Cannes, candidato dalla Germania agli Oscar 2026 e ora al cinema.
di Giovanni Bogani
Come si può filmare lo sgomento? Come si può filmare la morte? Come si può filmare un’inquietudine sottile che attraversa tutto il nostro essere? Come si può filmare ciò che pensiamo, senza quasi renderci conto di pensarlo?
Mascha Schilinski – al suo secondo film, otto anni dopo Dark Blue Girl, passato alla Berlinale – ci prova. E ci riesce. Con un film attratto dal buio, dalla presenza misteriosa e ineliminabile della morte nella vita. Un film che ha il titolo paradossale di In Die Sonne Schauen: “guardare nel sole”.
Uno stesso luogo, una fattoria nell’Altmark, nel nord della Germania. Tempi differenti: i primi anni del Novecento, il secondo dopoguerra, gli anni Settanta, i giorni nostri. Protagoniste, ragazze. Adolescenti, bambine, donne, vecchie. Gli uomini sono distanti. Possono decidere i destini di queste ragazze, con una stretta di mano. Ma non ascoltano, non capiscono, non amano.
È un film potente, ambizioso. Che cerca di rendere visibile l’indicibile. Che cerca di trovare il buco della serratura dal quale guardare la morte, il vuoto, il buio. Allo scorso festival di Cannes, ha vinto il Premio della Giuria, ed è stato candidato dalla Germania agli Oscar. È un cinema che non spiega, che – specie nella prima parte – è quasi muto. Cinema di sguardi, di attese. Di segnali. Di presagi.
Il segmento più importante, più corposo, quello che sembra alla base di tutto, è quello ambientato nei primi anni del Novecento. Protagonista una bimba biondissima. Che guarda. Guarda anche, in una fotografia, se stessa, in una foto su un cassettone, insieme ad altre persone che non ci sono più. “Chi è?”, chiede. “È Alma”. “Ma non è possibile, sono io Alma!”. È come se vedesse se stessa, morta. Nella stessa foto, sua madre è una presenza fantasmatica, sfocata. Si è mossa, durante l’esposizione all’obiettivo.
Tutto è dialogo con la morte. Un contatto continuo con l’altra dimensione. In un film che ricorda Picnic ad Hanging Rock, e le sue ragazze misteriosamente attratte da un gorgo oscuro di logica e di aldilà. O Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola, con le sue ragazze bionde irresistibilmente risucchiate verso il suicidio. Viene da pensare anche a Ordet di Dreyer, con quel mondo rurale da Nord Europa, e la dimensione dell’aldilà cercata, sfiorata, fugacemente toccata.
Non è un cinema di azioni. È un cinema di pensieri che si insinuano fra le azioni. È cinema che cerca di rendere visibile ciò che pensiamo mentre facciamo qualcosa. È cinema di sguardi: quelli degli uomini sulle ragazze, che ne sono consapevoli. “Spesso facevo finta di non rendermi conto di come mi guardavano”, dice Angelika, la protagonista del segmento ambientato alla fine degli anni ’70. “Ma in realtà, ero io a guardarli di nascosto, mentre loro guardavano me”.
Ragazze che guardano, dal buco della serratura, una sorella che cura un ragazzo amputato. Ragazze che si sentono gli sguardi addosso mentre si sono tolte la maglietta, innocentemente, dopo aver giocato con le sorelle. Noi che guardiamo, cercando di comprendere quello che non sempre è chiaro. Il film stesso che guarda. Si muove verso porte chiuse, verso il legno delle pareti di un fienile, dove una ragazzina sta cercando di uscire, ma si dibatte, perché “risucchiata dalla Morte”. Scopriremo poi che si tratta di uno scherzo, che sta facendo finta. Ma dopo un po’, lo scherzo si rivelerà profetico.
Sguardi. Come quelli che la bimba, in un altro segmento, chiede per sé. “Mamma, guardami!”, mentre si sta tuffando nel fiume Elba. Ma la mamma è distratta, e lei ha pensieri di suicidio. Sguardi di nascosto, a vedere l’orrore che succede di là dal buco di una serratura.
La Storia, con le sue vicende di patriarcato, di potere maschile. Una stretta di mano fra due vicini, e una figlia passa a servizio del vicino, che in cambio ha pagato per il raccolto distrutto dalle piogge. Una cameriera che viene resa sterile, affinché possa lavorare senza interrompersi, a causa di una gravidanza. E i camerieri, da allora, faranno la fila davanti alla sua porta. Due volte violentata.
La Storia, e anche il cinema. Citazioni, come una bellissima sequenza sott’acqua che allude espressamente all’Atalante (guarda la video recensione) di Jean Vigo, quella sequenza divenuta celebre anche come sigla di Fuori orario. Ma tutto il film sembra citare la cifra asciutta e cruda di Michael Haneke, o anche l’affresco infinito di Heimat di Edgar Reitz. E anche in questo caso, la Storia si riverbera come un’eco lontana, nelle storie individuali, dentro un tempo – rurale – che sembra immutabile, da una generazione all’altra.
È un film in cui le ragazze sembrano chiamate da qualcosa che non ha nome. Non è la natura, non è Dio. È una fessura nel reale.
Il tempo? Il tempo non è che un lago senza confini. Non sembrano esserci date precise. Il tempo semplicemente scivola, i corpi si disfano, morti di ieri e morti di oggi sembrano parte di un unico flusso. Le ragazze protagoniste, Alma che vive all’inizio del Novecento, Angelika adolescente inquieta negli anni Settanta, Nelly che vive ai giorni nostri, sembrano parte di uno stesso istante infinito, tutte e tre in relazione con il mistero, con la morte, con il nulla. Perché Il suono di una caduta è un film sulla morte che lega ogni cosa, un film che parla con il vuoto che c’è di là, un film che cerca di mostrarcelo.
É quasi banale dire che la regia di Mascha Schilisnki è notevole, originale, forte: fin dalla scelta del formato, da cinema classico, che oggi ci viene da percepire come formato “chiuso”. Ma Schilinski non ha paura di niente: lavora sulla grana dell’immagine, su inquadrature soggettive che, alla fine, sono soggettive “di nessuno”, del film stesso. Non ha paura di filmare un occhio di donna cucito prima della sepoltura, e del cadavere della ragazza messo in posa, per una foto insieme alle sue sorelle vive.
Crea un affresco possente, che ricorda le fotografie dei tedeschi della prima metà del Novecento scattate da August Sander. Sembra, anche questo film, un enorme catalogo di donne in posa per una fotografia. Dove il punctum, quello di cui parlava Roland Barthes nel suo bellissimo saggio sulla fotografia, è sempre qualcosa che sta fuori dall’inquadratura, un’inquietudine, un buio intravisto, una presenza fantasmatica appena percepita. Il suono di una caduta si avvicina alla morte, la sfiora. Resta lì, sulla soglia.