| Anno | 2021 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Islanda |
| Durata | 106 minuti |
| Regia di | Valdimar Jóhannsson |
| Attori | Noomi Rapace, Björn Hlynur Haraldsson, Hilmir Snær Guðnason, Ingvar Eggert Sigurðsson Ester Bibi, Arnþruður Dögg Sigurðardóttir, Theodór Ingi Ólafsson, Sigurður Elvar Viðarson. |
| Uscita | giovedì 31 marzo 2022 |
| Tag | Da vedere 2021 |
| Distribuzione | Wanted |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,33 su 19 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 28 marzo 2022
Una coppia aiuta una pecora a partorire. Si sentono da subito connessi all'esserino appena nato e lo portano in casa come fosse loro figlio. Il film è stato premiato agli European Film Awards, a National Board, In Italia al Box Office Lamb ha incassato 63,6 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Maria e Ingvar sono una coppia di agricoltori e allevatori che vive in una fattoria isolata da qualunque altro insediamento e qualunque altra creatura umana. La loro vita è scandita dalle necessità del lavoro nei campi e della cura di un nutrito gregge di pecore. Tutto sembra procedere tranquillamente, ma fra Maria e Ingvar c'è troppo silenzio e intorno alla fattoria incombe una presenza oscura che visita il gregge incustodito. Un giorno i due coniugi aiutano una pecora a partorire un esserino del quale si innamorano a prima vista, e che iniziano ad accudire in casa propria, sottraendolo alla madre naturale. È l'inizio di una deriva che ha le sue radici in un vuoto che attraversa il passato della coppia, e che aprirà la porta alla tenerezza e al mistero.
Lamb, opera prima del regista sceneggiatore islandese Valdimar Johannsson, ha a che vedere tanto con lo svedese Border, nella sua rappresentazione di un sovrannaturale concreto e materico all'interno di ambienti nordici in cui la natura è dominante, quanto con il francese Ricky nel raccontare la genitorialità in una veste tenera e surreale, con un tocco di magia. Ma Lamb ha molto a che vedere anche con le leggende folk del Nord Europa piene di creature mitologiche e con il genere horror, non tanto a causa di quelle creature, quanto della tensione che sottende tutta la narrazione, sempre intrisa di minaccia.
Noomi Rapace nel ruolo di Maria è straordinaria per intensità e pathos, e incarna una determinazione speculare alla sua disperazione.
Lamb può essere letto come una metafora di quella determinazione disperata, pronta a superare qualsiasi limite e a trasgredire ogni legge di natura. Johannsson incastona i suoi personaggi in una natura incontaminata e indifferente agli esseri umani che cercano di dominarla attraverso l'agricoltura e la pastorizia, e si rifiutano di accettare il suo dominio. Anche il silenzio che circonda Ingvar e Maria (contrastato dalle musiche potenti del tappeto sonoro) si innesta in quella legge naturale che impedisce agli animali di esprimere verbalmente le proprie emozioni e rivendicare attraverso la parola i propri diritti.
Ingvar e Maria non sono due "ignoranti zappaterra", leggono libri e ascoltano musica, conoscono la raffinatezza del pensiero alto e dei sentimenti più puri, come quello che li lega l'uno all'altra. Ma allo stesso tempo sono animali dagli istinti primordiali e ferini, pronti a prendere il sopravvento. La loro storia è divisa in tre capitoli che sono in realtà gli atti teatrali di una drammaturgia necessaria perché deve compiersi ad ogni costo, e il modo in cui ogni personaggio, umano o animale, entra in scena dà la misura dell'originalità narrativa e visuale del regista-sceneggiatore, che ha meditato a fondo ogni inquadratura, ogni quadro desolato, ogni spazio immenso oppure rigidamente delimitato, così come ogni luce accecante o invece carica di ombre.
Lamb ti porta a credere all'incredibile, come fanno i suoi protagonisti, e allo stesso tempo ti accompagna verso un finale che rivela la profondità di certe ferite e l'irrimediabilità di certi percorsi umani.
Tra incubo scientifico, speculazione filosofica e parodia dell’esistenza si dipana una trama su due piani,quello realistico e quello immaginario (“chimerico” nello specifico), che si avvicendano e si sovrappongono. Gli ordini di significato qui sono svariati (pure troppo forse), ma questo non è un difetto necessariamente. È proprio grazie alla sua ricchezza di simboli [...] Vai alla recensione »
Il rapporto tra uomo e natura è stato molte volte oggetto di trattazione in ambito cinematografico, cercando spesso di evidenziare come l’elegia bucolica ne sia un aspetto idealizzato ed estraneo alla realtà concreta. Ciò in particolare nel cinema di genere, soprattutto in quello con ambizioni autoriali. Un esempio tra i più noti è Un tranquillo week-end di paura che prende in prestito (o magari piuttosto contribuisce a creare) la struttura del thriller survivalista per mostrarci come la natura non sia una buona maestra per lo spirito degli esseri umani e talvolta possa generare mostri in relazione ai quali l’uomo civilizzato si trova in chiara difficoltà.
Ambientato in Islanda, Lamb, interessante opera prima di Valdimar Jóhannsson con una apprezzata carriera in ruoli tecnici alle spalle, è una ambiziosa riflessione su come l’umanità tenda a sopraffare la natura e ad approfittarne, anche con buone intenzioni e buoni sentimenti, ma sempre con spirito egoistico ed egocentrico.
Come già avveniva con un’opera per certi versi analoga, Border - Creature di confine (guarda la video recensione), il film flirta, si potrebbe quasi dire, con stilemi e situazioni proprie dell’horror senza mai abbracciarle compiutamente, ma traendone comunque linfa per fornire di suggestioni anche visive la propria storia, irrobustendone così le linee narrative senza venire però sopraffatto dagli effetti tipici del genere.
La storia è molto lineare e verte sul desiderio di maternità, o meglio di genitorialità, che spinge una coppia ad allevare come una propria figlia un curioso e quasi mitologico ibrido animalesco che nasce all’improvviso da una pecora nell’isolata fattoria nella quale la coppia, solitaria, vive un’esistenza fatta di lavoro e di silenzi. E anche di mancanze, come rivela la croce sopra una tomba vicina alla fattoria; croce su cui è iscritto proprio il nome di Ada, che la coppia impone alla “figlia”.
Il confronto tra la “madre” umana e quella animale, quella vera cioè, è non solo metaforico, ma anche concreto, con quest’ultima che non si rassegna a perdere la sua pargoletta. E nella risoluzione del confronto - che avviene quasi subito - si rivela in modo evidente la natura predatoria e sopraffattrice dell’essere umano.
Ma l’animale non è il solo esponente della natura a contrapporsi agli esseri umani, perché, oltre ai pochi personaggi che popolano la storia (la coppia più il fratello del marito che arriva, incongruamente, a portare un po’ di scompiglio ed è dapprima un po’ perplesso dalla situazione che trova per poi rimanere anche lui in parte soggiogato dalla presenza della creaturina), un vero e proprio personaggio che domina la scena è il paesaggio nel quale i personaggi si trovano ad agire. Un paesaggio che sovrasta gli esseri umani ed è aspro, ostile, freddo e inospitale, in rappresentanza di una natura che sembra voler espellere da sé quegli esseri che cercano superbamente di dominarla andando contro, appunto, all’ordine “naturale” delle cose.
La messa in scena è austera, rigorosa. I dialoghi sono asciutti e trasmettono il senso di estraneità e di solitudine che sovrasta marito e moglie e si disperde solo in parte - e non in modo necessariamente positivo - quando arriva il terzo personaggio a turbare la strana quiete familiare e a introdurre, momentaneamente, un elemento di labile razionalità. L’allegoria finale è forse un po’ forzata e tende a enfatizzare oltre modo l’aspetto simbolico del racconto, ma rappresenta comunque una chiusa adeguata alla rappresentazione dello scontro tra la “civiltà” e la Natura.
Pur con i suoi difetti e con qualche semplicismo concettuale di troppo, il film vanta un’originalità di fondo e un’azzeccata atmosfera di realismo magico che lo rendono un’esperienza da non perdere.
Valdimar Jóhannsson è un regista islandese che ha avuto modo di frequentare i set delle major americane come elettricista (Oblivion di Joseph Kosinski) e tecnico degli effetti speciali (Prometheus di Ridley Scott) e queste esperienze le ha con successo portate all'interno del suo primo film da regista, Lamb, che ha vinto il Prize of Originality. Se lo meritava, perché Lamb è una storia surreale che [...] Vai alla recensione »