| Titolo originale | Hytti Nro 6 |
| Titolo internazionale | Compartment No. 6 |
| Anno | 2021 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Finlandia, Estonia, Germania, Russia |
| Durata | 107 minuti |
| Regia di | Juho Kuosmanen |
| Attori | Seidi Haarla, Yuriy Borisov, Yuliya Aug, Lidia Kostina, Tomi Alatalo Dinara Drukarova, Vladimir Lysenko, Dmitriy Belenikhin. |
| Uscita | giovedì 2 dicembre 2021 |
| Tag | Da vedere 2021 |
| Distribuzione | Bim Distribuzione |
| MYmonetro | 3,58 su 28 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
|
Condividi
|
Ultimo aggiornamento venerdì 10 maggio 2024
Mentre un treno avanza verso il circolo artico, due estranei condividono un viaggio che cambierà il loro punto di vista sulla vita. Il film è stato premiato al Festival di Cannes, ha ottenuto 1 candidatura a Golden Globes, ha ottenuto 3 candidature agli European Film Awards, ha ottenuto 1 candidatura a Cesar, ha ottenuto 1 candidatura a Satellite Awards, ha ottenuto 1 candidatura a British Independent, ha ottenuto 1 candidatura a Spirit Awards, In Italia al Box Office Scompartimento n.6 ha incassato 487 mila euro .
|
CONSIGLIATO SÌ
|
Laura è una ragazza finlandese che vive a Mosca, dove ha una relazione con la professoressa Irina e si gode di riflesso la sua vita glamour fatta di ricevimenti intellettuali e mondani nel grande appartamento. Irina spesso la delude, come quando decide di non partire con lei per un viaggio verso Murmansk per vedere i petroglifi. Ma Laura non si perde d'animo e parte lo stesso, tutta sola, per un lungo, epocale viaggio in treno attraverso la Russia. Prima di raggiungere Murmansk, avrà tempo di stringere un'amicizia con il suo compagno di cuccetta, Ljoha.
È un film nostalgico e pieno di attenzione verso i sentimenti umani, Compartment no.6. La nuova regia dell'autore de La vera storia di Olli Mäki ha un sapore analogico e rivolto al passato, non soltanto in termini cronologici con una storia ambientata al tramonto degli anni novanta, ma grazie a una celebrazione dei suoi simboli che così tanto ci segnavano il modo di vivere: il treno su tutti, ma anche i telefoni a gettoni, i walkman, la telecamera portatile.
Laura, interpretata dall'attrice finlandese Seidi Haarla che ha la capacità di cambiare completamente il volto con un sorriso, li userà tutti lungo un tragitto che sarà un po' una scoperta di se stessa. E come tutte le scoperte, dovrà passare attraverso momenti difficili, che per il regista Juho Kuosmanen riguardano soprattutto un attento studio della solitudine. Non tragica, né distruttiva; e però a volte amara e buffa, scomoda e formativa. Una poetica dell'imperfetto che Kuosmanen centra in pieno, dando al suo film un fascino un po' sporco e immediato. Decisiva in questo senso la fotografia, morbida e appannata, che sembra guardare gli eventi sempre attraverso un finestrino bagnato di rugiada. La macchina a mano, sempre vicina ai personaggi, abbraccia appieno il caos impacciato e claustrofobico del treno (in sé uno dei protagonisti del film) e cattura bene i dettagli scenografici del periodo. Opera perfetta per omaggiare uno stato d'animo generazionale di un periodo schiacciato dai grandi movimenti della storia, Compartment no. 6 ha il tocco dolce e lieve del "coming of age" ma filtrato attraverso una memoria adulta, che sa come funzionano i road movie e quali sono le insidie della love story, e decide quindi di non fare nessuna delle due.
Sembra quasi di avvertire la nostalgica consapevolezza del disagio cechoviano in Scompartimento No. 6, presentato in concorso al Festival di Cannes 2021 e tratto dal romanzo di Rosa Liksom. Ma se nel narratore russo, il mondo della grande madre patria appariva umanità dolente e rassegnata in uno stallo da cui non pareva esserci una via d’uscita, nel film di Juho Kuosmanen, l’irrequietezza [...] Vai alla recensione »
Scompartimento n.6 è la storia di un viaggio. Un viaggio in treno, che negli spazi immensi e sconfinati della Russia significa trascorrere giorni e giorni in una carrozza angusta, attraversando paesaggi piatti e nevosi, dormendo in cuccette dove la privacy è un’illusione, ogni tanto scendendo per una sosta di qualche ora, bevendo tè e mangiando cibarie vendute dalle immancabili provodnitsa, le severe addette ai vagoni che fanno da controllore, hostess e cuccettiste. Viaggiare in treno, in Russia, oltre che una modalità di trasporto molto amata dalla gente comune perché molto economica, è un’esperienza, un’avventura.
Nel film di Juho Kuosmanen, regista finlandese nato sotto l’egida del Festival di Cannes, che con questo suo secondo lungometraggio ha vinto il Gran Premio della Giuria dopo aver già conquistato nel 2016 il Certain regard con il precedente La vera storia di Olli Mäki, il percorso in treno da Mosca a Murmansk, negli anni ’90 di un paese non ancora uscito dall’era comunista, segna anche il tragitto di una storia d’amore atipica, spigolosa e non del tutto compiuta, e proprio per questo bellissima.
I due protagonista del film, passeggeri di una carrozza di seconda classe e possibili innamorati, sono la finlandese Laura, studentessa di russo che fugge da una relazione incerta con la sua insegnante, e lo scontroso Vadim: si incontrano per caso nello scompartimento che dà il titolo al film e inizialmente si scambiano sguardi ostili e corrucciati. Lei è depressa per essere stata abbandonata dall’amante, lui ubriaco; lei sta andando a Murmansk, città vicina al polo artico, per visitare un sito archeologico, lui per lavorare nelle miniere della zona. Non potrebbero essere più diversi, eppure, un po’ alla volta, passati sia la sbornia di Vadim sia lo spaesamento di Laura (che conosce il russo ma non le abitudini dei russi), nello spazio ridotto della cuccetta, tra i tavolini del vagone ristorante, nei corridoi della carrozza e poi fuori dal treno, in una città innevata e nella casa di un’anziana, qualcosa accade.
Kuosmanen, che ha adattato con Andris Feldmanis e Livia Ulman l’omonimo romanzo della scrittrice finlandese Rosa Liksom (in Italia edito da Iperborea), racconta per piccoli particolari, per accenni e non detti, affidando ai gesti dei personaggi, ai loro sguardi, alle loro mezze parole, il compito di trasmettere un senso romantico struggente e appassionante.
La ricostruzione storica del film è perfetta, malinconica e mai nostalgica: nel film si vedono walkman, telefoni a gettoni, il samovar con le bevande bollenti, gli ambienti trasandati eppure seducenti di ciò che allora rimaneva (e probabilmente ancora oggi rimane, nella Russia più profonda) dell’Urss. Quello di Scompartimento n.6 è un mondo scomparso e rétro che fa da sfondo all’intensa relazione fra Laura e Vadim (lei è l’attrice finlandese Seidi Haarla, lui l’astro nascente del cinema russo, Yuriy Borisov, a Cannes visto anche in Petrov’s Flu e a Venezia in Captain Volkonogov).
Niente nel film è sottolineato, tutto è suggerito: la progressiva vicinanza fra i due sconosciuti; la relazione indefinita fra Vadim e la signora dalla quale si reca con Laura (con il ragazzo un po’ sbruffone che prima di tornare sul treno trova il tempo di tagliare la legna alla donna che forse l’ha cresciuto…); la visita al sito archeologico di Murmansk, in cui la forza impetuosa della natura silenzia, ma non cancella, il legame fra i due innamorati; il biglietto che a un certo punto lei si trova fra le mani…
La relazione fra Laura e Vadim è come il percorso del treno attraverso la Russia: una traccia nella sterminata vastità del paesaggio; un segnale di vitalità, di amore e di tenerezza, in un mondo senza identità, sospeso tra la fine di un impero e l’inizio di un futuro incerto. Nel corso del film i due restano forse sconosciuti l’uno all’altro, eppure riescono a trovare momenti d’intesa che segnano a fondo le rispettive vite e danno a noi spettatori la più bella delle storie: quella di un amore non consumato che vive, e può vivere, solo nel cinema.
In Scompartimento n.6, Yuri Borisov entra in scena come un colpo di sfortuna. Il peggior vicino di posto che potremmo augurarci quando, appena saliti sul treno, apriamo la porta della cuccetta sperando di trovarla vuota, o almeno occupata da qualcuno di calmo e discreto. E invece eccolo lì, un uomo russo molesto, ubriaco e ciarliero, di nome Ljoha: il treno non ha ancora lasciato Mosca che la protagonista Laura sembra già pentirsi di aver intrapreso il lungo viaggio verso nord per vedere i petroglifi di Murmansk.
Nel bel film di Juho Kuosmanen, però, tutto si relativizza tendendo a un agrodolce esistenziale che ci impartisce una gran lezione di vita. Assoluta rimane invece l’impressione lasciata dall’attore, che attraverso la storia (raccontata, adattata e recitata da persone finlandesi) diventa un simbolo di come la Russia venga vista da una cultura vicina. Borisov, neanche trent’anni, ha vissuto un 2021 magico che lo ha reso il volto del suo paese anche nel mondo del cinema in senso lato. Oltre all’ottima accoglienza ricevuta da Scompartimento n.6 (Gran premio a Cannes, candidato finlandese per gli Oscar, e una nomination come migliore attore agli European Film Awards) il cinema russo “arthouse” sembra essersi coordinato per eleggerlo a suo avatar principale.
Magnetico nello sguardo e angolare nei tratti del viso, l’eccesso controllato delle sue performance era già chiaro proprio a Cannes, dove figurava da comprimario anche nel grande ritorno sulle scene di Kirill Serebrennikov, Petrov’s flu. Alla Mostra del cinema di Venezia è poi tornato come assoluto protagonista di Captain Volkonogov Escaped, uno dei film più peculiari dell’ultima edizione. Come Scompartimento n.6 è un’opera di movimento e percorso, ma tarata su registri ipercinetici e brutali. Borisov, nelle mani dei registi Chupov e Merkulova, sembra grosso il triplo e può liberare quell’energia che per Kuosmanen lasciava sopita.
Specialista in personaggi ambigui, da cui non si può non essere attratti ma che al contempo sono spesso definiti da un senso di pericolosità, Borisov ha dato ulteriore dimostrazione del suo stato di grazia in Gerda, che Natalya Kudryashova ha presentato all’ultimo festival di Locarno. Qui Borisov si riaffaccia ai confini del metafisico dopo Petrov’s flu, e torna a un ruolo al servizio di una protagonista femminile come in Scompartimento n.6. Un’altra relazione a metà tra il romantico e il platonico, ma dall’indiscussa e sorprendente solidità. Anche in Mama, I’m home, presentato in Orizzonti a Settembre, deve cavalcare questa identità ambivalente nel ruolo di un presunto figlio tornato dalla madre che lo crede morto, tra tensione sessuale, bugie e cultura del sospetto.
Pazzo e sensibile, dolce e folle, elettrico e pericoloso: l’ascesa fulminea di Borisov non è cementata dalla semplice quantità di ruoli che lo hanno reso così memorabile in questo ultimo anno, ma sembra dovuta al fatto che ognuno di essi dice qualcosa della Russia di oggi, e che ognuno appaia in dialogo con gli altri. Un volto del contemporaneo che però viene da lontano, e che si è formato nel passato ricostruito dai blockbuster dell’epica bellica. Ad esempio vestendo i panni di un mito sovietico come Kalashnikov, l’ingegnere inventore del celebre fucile, in AK-47 del 2020.
La carriera di Borisov è ancora giovane, ma era iniziata con un ruolo al servizio di un autore d’eccezione come Andrey Zvyagintsev (in Elena del 2011), e impreziosita anche prima di un 2021 da protagonista con opere del calibro di The Bull, che gli ha dato spazio da protagonista e un personaggio gangster che ne avrebbe poi indirizzato le caratteristiche future. Quelle che ora lo fanno assomigliare parecchio a una star dell’oggi e del domani.
È tratto dal romanzo omonimo di Rosa Liksom ma in Scompartimento n. 6, Gran Premio della Giuria al 74esimo Festival di Cannes, c’è l’ombra di Anton Cechov e della letteratura russa. Già il titolo richiama un racconto dello scrittore e drammaturgo russo, "La corsia n. 6", scritto nel 1892. Si passa dal reparto di un ospedale di provincia allo scompartimento di un treno. Si respira però la stessa atmosfera di decadenza, nostalgia del passato e di morte.
Nel treno viaggiano una ragazza diretta da Mosca al sito archeologico di Murmansk alla ricerca dei petroglifi e un minatore completamente diverso da lei. Hanno un carattere diametralmente opposto e non hanno nulla da condividere. Durante il tragitto la distanza tra i ‘compagni di viaggio’ diminuisce sempre di più. Una sosta li avvicina sempre di più e si ritroveranno immersi in un paesaggio innevato da dove arriva uno degli scambi più fulminanti del film”. “L’hai visto Titanic?” – “Anche noi moriremo presto?”. In "La corsia n. 6" diventa molto stretto il rapporto tra il medico e il filosofo afflitto da manie di persecuzione. In entrambi i casi, ci si trova davanti a personaggi diversissimi tra loro che, nell’economia del racconto, non possono fare a meno l’uno dell’altro. Anzi, si alimentano a vicenda e si crea un rapporto di sottile e necessaria dipendenza.
Il film del cineasta finlandese Juho Kuosmanen sembra firmato da un regista russo. S’impregna infatti delle sue atmosfere, dei suoi paesaggi, dei suoi personaggi letterari che vanno incontro al proprio destino. Dopo La vera storia di Olli Mäki, il regista realizza un altro viaggio. Quello precedente era attraverso il tempo. Questo invece è una specie di percorso on the road. Da Mosca a San Pietroburgo fino alla tappa finale di Murmansk. C’è la notte, il gelo, la neve. Ma soprattutto la necessità di raccontare la vicenda mentre accade, di scoprire i personaggi: le loro paure, emozioni, desideri. Cechov lo faceva attraverso la scrittura, Laura con la sua telecamera che è, insieme, il suo blocco per gli appunti e il diario privato.Nei video che ha registrato rimbalza ancora l’eco della sua vita a Mosca: risate, gente, festicciole, appartamenti e musica. Sono gli stessi suoni e voci che, sensorialmente, potrebbero arrivare anche dallo Zio Vanja o Il giardino dei ciliegi. Sono voci presenti e, contemporaneamente, echi lontani.
Oltre ai riferimenti diretti, sono proprio le atmosfere del teatro e della letteratura di Cechov ad essere dentro ogni inquadratura. Negli sguardi, negli occhi, nei silenzi. L’irrequietezza sentimentale e l’infelicità di Laura richiama anche l’angoscia d cui era assalita Nadja in "La fidanzata", un racconto del 1903, ma anche di Maša e Irina in "Tre sorelle", il dramma teatrale scritto nel 1900. In quest’ultimo caso Mosca diventa la meta desiderata per scappare alla monotona vita di provincia. Per Laura invece c’è, forse, il desiderio di una stabilità sentimentale ma anche la sua impossibilità.
Voyage voyage, il brano del cantante francese Desireless, che ritorna nel corso del film, segna in modo netto il nomadismo della protagonista così come quello delle figure femminili di ?echov, chiuse nella loro provincia e nella loro proprietà ma che con la testa e il cuore sono da tutt’altra parte.
Il treno è al centro di un altro racconto dello scrittore, "Il viaggiatore di prima classe", del 1886. Due passeggeri, che non si conoscono, viaggiano in un vagone di prima classe. Non c’è la diffidenza e il fastidio che si percepisce, inizialmente, nel rapporto tra Vadim e Laura. Emerge al contrario un’apparente cordialità ma alla fine resta la distanza tra i personaggi.
Kuosmanen, probabilmente, ha catturato anche frammenti da Tolstoj in "Anna Karenina". Lì il treno ha un ruolo fondamentale. Non c’è l’epilogo tragico, ma il film condivide anche l’impeto di un amore appassionato, forse non corrisposto. La tragicità è più sfumata. Laura, rispetto ad Anna, guarda avanti in quell’auto che la porta in un altro viaggio senza meta. Quegli stessi viaggi che nella letteratura russa possono durare un attimo o anche essere infiniti, da quello di Il dottor Zivago di Boris Pasternak a un altro racconto di Cechov del 1888, La steppa, in cui emerge soprattutto la percezione soggettiva del paesaggio. In ogni caso bisogna tornare all’inizio di Scompartimento n. 6 per rintracciare i legami più o meno diretti con i romanzi russi. Durante la serata festosa nell’appartamento di Mosca, viene fatto un gioco dove bisogna indovinare il titolo del libro basandosi su alcuni frammenti del testo. Il primo romanzo dichiaratamente citato è "Chapaev e il vuoto" di Victor Pelevin. Nel film di Kuosmanen questa sfida potrebbe andare avanti anche a oltranza.
Il nuovo film del regista finlandese Juho Kuosmanen è, tra le altre cose, costruito sulle limitazioni tecnologiche di un ventesimo secolo in rapido esaurimento. Centrali nella storia di Laura, ragazza in viaggio per la Russia, sono le frustrazioni del telefono a gettoni, del walkman, delle telecamere d’epoca, che la rendono a volte più sola e a volte più presente a se stessa. Nessun simbolo è però più grande del treno, mito fondativo della modernità a cui Scompartimento n.6 fa un bellissimo omaggio.
Quello tra treno e cinema è del resto un rapporto lungo e proficuo che si è spesso intrecciato, anche se oggi sa di desueto (e il film di Kuosmanen, nel regno del teneramente e malinconicamente desueto, si sente a casa). Entrambi vessilli del progresso e dell’innovazione tecnologica, sono nati più o meno negli stessi anni e sono accomunati da un senso di spaesamento; quella confusione sensoriale che non ha accompagnato nessuno degli altri salti in avanti tecnologici dell’ottocento. Tutti sanno come Dickens, scrittore popolare che quella modernità ha provveduto a raccontarla, abbia un legame indiretto con il cinema. Meno noto è il suo rapporto con il treno, di cui ha scritto spesso (compreso un incidente in tarda età che lo scosse molto) e che potrebbe adattarsi bene anche a descrivere l’esperienza nel buio della sala: “sulle rotaie non sono mai certo del tempo o dello spazio. Non riesco a leggere, non riesco a pensare né a dormire - soltanto sognare.” Una “lussuosa confusione” la definisce poi il romanziere, che lo porta a sapere di provenire da qualche parte e di dirigersi ancora altrove, ma nulla più: “per quanto ne so, potrei venire dalla Luna.”
Treno che va e cinema che viene, uniti in matrimonio nella coscienza comune dalle leggende sugli spettatori nel panico di fronte alla proiezione di L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat, dei fratelli Lumière. Non importa che non sia vero, perché è troppo suggestivo il rapporto tra le due invenzioni capaci di alterare la percezione degli occhi. Dal 1986, il sodalizio prosegue con The Great Train Robbery nel 1904, che introduce e cementa molte delle situazioni narrative che per un secolo avremmo visto utilizzate laddove si mescolavano treni e genere western. Come, per citarne giusto uno, avviene poi in C’era una volta il West di Leone: non solo per l’utilizzo davvero granulare del “mostro di ferro” e di tutto ciò che gli sta attorno (dai rumori della stazione nel celebre incipit ai silenzi “letali” del vagone in corsa più tardi), ma soprattutto per la valenza elegiaca della ferrovia come forza inarrestabile che cancella e riscrive la storia, separando le terre senza legge del passato da quella che in futuro diventerà una bella città, Sweetwater.
Quando il treno, superato in velocità da tecnologie ancora più mirabolanti, ha smesso poi di rappresentare il progresso, è diventato al cinema una costrizione romantica, un modo di ingabbiare le storie in una prossimità forzata. Piattaforma ideale per intrighi e fughe, nonché di suspense: si veda l’uso che ne fa il maestro Hitchcock, prima in La signora scompare con il suo viaggio a tappe, poi con Intrigo internazionale, in cui Cary Grant, braccato dalla polizia, è impegnato in una peripezia dopo l’altra ma fa in tempo a incontrare la bella Eva sul vagone ristorante del 20th century limited in direzione Chicago.
Ancora più classica è l’ambientazione tipica del giallo di Agatha Christie, del cui Assassinio sull'Orient Express sono stati tratti due adattamenti per il grande schermo nel 1974 e nel 2017. Una traccia, quella di un delitto e di un colpevole da identificare sul treno in corsa, che arriva fino ai giorni nostri, con il fantascientifico Source code di Duncan Jones e l’ennesima variazione sul “one-man-genre” Liam Neeson impegnato in L'uomo sul treno. Sempre nel thriller, le mani sicure del Tony Scott dell’ultimo periodo di carriera hanno regalato addirittura un’accoppiata a tinte ferroviarie, con due titoli basati sull’idea del treno fuori controllo: Unstoppable e Pelham 1-2-3 (ma qui si sconfina nel territorio della metropolitana).
E se il treno si presta a sequenze memorabili, come nel “testacoda” tra l’inizio di Indiana Jones e l’ultima crociata e la conclusione del primo Mission Impossible, il meglio lo dà sempre quando viene adottato come set e metafora completa, allo stesso modo di Scompartimento n.6. Kuosmanen si mette in scia di precedenti illustri, come la magia dell’animazione di Zemeckis in Polar Express, e più ancora in modo degno di due film diversissimi ma perfetti nel centrare l’idea del treno come condizione esistenziale: Il treno per il Darjeeling di Wes Anderson e Snowpiercer di Bong joon-ho. Meditativo e familiare uno, furibondo e politico l’altro. In entrambi il treno si fa società, orizzonte dell’esistenza, costante temporale. E il cinema contento sale a bordo.
Sapete che cosa sono i petroglifi? Francamente ignoravo che si chiamassero così le incisioni rupestri, insomma su roccia; la Treccani le definisce "manifestazioni dell'arte dei popoli preistorici e di alcune popolazioni primitive". Nel film "Scompartimento n. 6 - In viaggio con il destino" un'aspirante archeologa finlandese, Laura, si mette in viaggio alla volta della remota Murmansk, nell'estremo [...] Vai alla recensione »