La Gomera - L'isola dei fischi

Film 2019 | Drammatico, +13 97 min.

Regia di Corneliu Porumboiu. Un film con Vlad Ivanov, Catrinel Marlon, Rodica Lazar, Antonio Buíl, Agustí Villaronga. Cast completo Titolo originale: La Gomera. Titolo internazionale: The Whistlers. Genere Drammatico, - Romania, Francia, Germania, 2019, durata 97 minuti. Uscita cinema giovedì 27 febbraio 2020 distribuito da Valmyn. Consigli per la visione di bambini e ragazzi: +13 - MYmonetro 2,85 su 39 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

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Ultimo aggiornamento giovedì 27 febbraio 2020

Cristi, ispettore di Polizia, e Gilda, donna scaltra e irresistibile, si troveranno a dover risolvere un puzzle di imprevedibili inganni e tradimenti. In Italia al Box Office La Gomera - L'isola dei fischi ha incassato 19,6 mila euro .

Consigliato sì!
2,85/5
MYMOVIES 2,50
CRITICA 3,25
PUBBLICO 2,79
CONSIGLIATO SÌ
Godibile e intelligente riflessione sul linguaggio del cinema, ma il codice del noir pesa sull'insieme.
Recensione di Marianna Cappi
lunedì 20 maggio 2019
Recensione di Marianna Cappi
lunedì 20 maggio 2019

Cristi, un ispettore di polizia di Bucarest, s'imbarca per l'isola di Gomera, nelle Canarie, per imparare in fretta il Silbo, un linguaggio fischiato che i contadini del luogo utilizzavano tradizionalmente per parlarsi da un luogo isolato all'altro. Ma il poliziotto è determinato a utilizzare quel codice, segreto ai più, per ben altro scopo: liberare un mafioso rumeno dalla prigione ed entrare in possesso di un'ingente somma di soldi sporchi.
Uno sbirro corrotto, una manciata di milioni, una superiore algida e rossa di capelli, che sospetta di Cristi e non vede l'ora di entrare nella truffa per avere la sua parte, un criminale da favorire e una femme fatale fatta apposta per scombinare tutti i piani.

Sono questi gli ingredienti di La Gomera - L'isola dei fischi, ultima fatica di Porumboiu e, fino ad ora, la più filtrata attraverso modelli cinematografici altrui, americani in particolare, da Ford a Tarantino passando per Hitchcock, con tanto di citazioni eccellenti, che nel cinema del rumeno assumono un'aura pop ma anche un po' spaesante.

L'ironia, si sa, è sua compagna fedele, ma in questo caso è il genere noir a fungere da faro e a dettare volti e ruoli dei personaggi: tutti vittime di un gioco che sfugge al loro controllo, e li rende tanto più ridicoli quanto più sono convinti di reggere le redini (coerentemente, i protagonisti diverranno "veri, al termine di un percorso di cambiamento, nel luogo più finto di tutti).

Porumboiu riflette dunque sul linguaggio e sul cinema per mezzo di un linguaggio terzo, arcaico e strumentale, che precede l'articolazione della parola così come il linguaggio delle immagini è spesso più diretto, eloquente e istintivo del dialogo verbale. La comunicazione, con le sue insidie e le sue sottigliezze, è sempre stata materia del suo discorso cinematografico, così come la corruzione, con l'eco che si porta necessariamente appresso della Romania che è stata, ma questa volta il "codice" s'impone, spersonalizzando parzialmente l'approccio del regista e imponendo una serie di twist e doppi giochi che Porumboiu è costretto a enfatizzare con l'uso di flashback e di una modalità narrativa frammentata.

Godibile e intelligente (il frammento, la scena breve, il dialogo essenziale sono anche il controcanto del Silbo gomeriano: una forma filmica imposta dal contenuto del racconto), La Gomera - L'isola dei fischi non è probabilmente al livello dei film precedenti, ma è il segnale - un fischio forte e chiaro- di una ricerca in corso e di un cinema dinamico che non teme di esplorare nuovi stili, nel nome della libertà.

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PUBBLICO
RECENSIONI DALLA PARTE DEL PUBBLICO
giovedì 12 marzo 2020
FabioFeli

Cristi (Vlad Ivanov) è un poliziotto rumeno, avvicinato da Gilda (Catrinel Marlon) con un piglio disinvolto: il suggerimento che la bella donna gli sussurra nell’orecchio è di fingere mentre lei gli stampa baci sulle labbra, perché sono sorvegliati. L’arrivo di Christi a Gomera è necessario per insegnargli il Sylbo, una lingua fatta di fischi praticata dai [...] Vai alla recensione »

FOCUS
FOCUS
giovedì 27 febbraio 2020
Tommaso Tocci

Corneliu Porumboiu, maestro delle perplessità linguistiche e comunicative, raggiunge nuove vette di stranezza con il suo ultimo thriller-noir europeo La Gomera, con cui si lascia alle spalle la patria rumena e come il suo protagonista, l’ispettore Cristi, cerca di ricomporre il senso del linguaggio dalle Canarie a Singapore, dal citazionismo all’originalità.
 

La Gomera è molte cose, e non sembra identificarsi a fondo con nessuna di esse; alla sua base c’è una metafora di spaesamento, la stessa di una persona che decide di abbandonare una vita di certezze in un sistema però oppressivo per trasferirsi all’estero e studiare una nuova lingua.

Nel trattamento di Porumboiu, questa ossatura si arricchisce però di livelli sempre nuovi.

La prima è quella del genere, un neo-noir contemporaneo strapieno di ogni cliché - come il materasso traboccante di soldi che dà il via a una trama fatta di traffici mafiosi internazionali, corruzione, evasioni e quella lingua sopracitata, un antico codice “fischiato” in uso nelle Canarie, trasformato in moderno sotterfugio di comunicazione anti-sorveglianza.

Nello snocciolare queste vignette di genere una dopo l’altra, però, Porumboiu adotta una cadenza titubante e un po’ sconnessa, come quella di un parlante neofita in una nuova lingua. Tutto è recitato, e il regista chiede allo spettatore di distinguere tra il recitato volontario e quello semplicemente incerto. Il citazionismo è l’altra faccia di questa performance continua, ed è prima di tutto un citazionismo interno.

Cristi non solo ha le caratteristiche di imperturbabile e a volte incomprensibile dedizione a una causa bizzarra tipiche del cinema del regista rumeno (simile anche alla figura centrale del film precedente, il documentario Infinite Football sull’uomo che vuole cambiare le regole del calcio) ma segna l’effettivo ritorno del personaggio di Police, Adjective, che dieci anni fa era attanagliato da interrogativi linguistici all’interno del sistema e ora ne scopre di nuovi lontano da casa.

Attorno a lui, un microcosmo di ruoli più che di personaggi, funzioni più che individui. Dalla femme fatale Gilda, che richiama l’archetipo del 1946 interpretato da Rita Hayworth, ai gangster insegnanti e ai poliziotti segretamente loschi. E poi le allusioni e le finte musicali, anch’esse appena accennate (come "The Passenger" di Iggy Pop). Le suggestioni, troppo ingombranti per non essere volontariamente fuori posto, di Psyco e Sentieri Selvaggi (evocazione che in italiano si snoda tra il titolo originale di un film e quello internazionale dell’altro: searchers e whistlers).

Da regista di superbo acume, e in qualità di autore più sperimentale e giocoso della New Wave del cinema rumeno, Porumboiu sa trarre da questa strana raccolta di tracce slegate un film sempre in bilico tra il serio e il faceto, “irrintracciabile” sull’una e sull’altra frequenza, alla maniera dei suoi protagonisti che finiscono per usare il linguaggio dei fischi - pensato per confondersi nel canto degli uccelli tropicali - tra i tetti spogli di Bucarest.

All’orecchio di chi cerca una storia calata interamente nel noir, La Gomera suonerà stonato, o si interromperà sempre una nota prima del dovuto. Agli occhi di chi scruta il lavoro di uno dei simboli del cinema rumeno contemporaneo, apparirà invece un’allegoria che porta ancora i segni profondi del contesto socio-politico del paese, ma sotto una buffa maschera incapace di ingannare fino in fondo. In quale lingua, sembra chiedere Porumboiu, vogliamo interrogarci sui linguaggi?

INCONTRI
giovedì 20 febbraio 2020
Ilaria Ravarino

Più che un’affermazione è un tabù: la bellezza, qualche volta, può essere un fardello. Lei, Catrinel Marlon, si guarda bene dal dirlo. Nata atleta (è tradizione di famiglia), le passerelle sono state la strada per emanciparsi dalla provincia rumena – la città di Iasi, nella Romania moldava - e scoprire la città.
 

Volto di Armani, ambassador per Chopard, ne La Gomera – L’isola dei fischi di Corneliu Porumboiu (in sala dal 27 febbraio), Catrinel è una femme fatale coinvolta in un intrigo hitchcockiano a base di fischi, segreti e doppi giochi sotto al sole delle Canarie. 

Ma per arrivare fin qui l’attrice ha affrontato un viaggio molto lungo, iniziato cinque anni fa con una telefonata, proseguito attraverso Parigi e Cannes, speranze e illusioni, film svaniti nel nulla e provini saltati. Perché – succede anche questo – Catrinel è troppo bella. Troppo bella per recitare senza soffrire (almeno un po’).

Come è arrivata sul set di Porumboiu?
Tutto è iniziato con una telefonata di una vecchia conoscenza, Cristian Mungiu. Siamo originari della stessa città e da bambini eravamo i due giovani talenti locali: io una campionessa di atletica, lui un regista. Poi le nostre strade si sono separate, lui ha lasciato la Romania e io ho cominciato a lavorare nella moda. Insomma: cinque anni fa Mungiu mi chiama e mi invita a Cannes. Altre volte mi avevano offerto di andare al festival, pagata per indossare gioielli o vestiti, ma avevo sempre rifiutato. Non volevo bruciarmi l’esperienza. Lui, che quell’anno a Cannes era in giuria, insistette moltissimo. Disse che voleva parlarmi di un progetto. Allora sono andata.

E com’è andata?
Ci siamo incontrati sulla croisette, ero emozionata ma anche incerta, perché non lo vedevo da anni e non sapevo più che faccia avesse. Lui, per il nostro appuntamento, mi aveva chiesto tre cose: non truccarmi, non mettere i tacchi e non portare macchine fotografiche. Abbiamo proseguito insieme fino al Palais e da là al suo ufficio. “Bussa”, mi disse. E ad aprirmi la porta si presentò Steven Spielberg: “Welcome Catrinel”. Mi sentii svenire. Ricordo che Nicole Kidman si tolse le scarpe per presentarsi, non voleva essere più alta di me. Mungiu quel giorno mi regalò un sogno.

Sì, ma il progetto? Il film?
A fine giornata disse che ero troppo bella per il film che stava scrivendo. E che parlavo rumeno con accento italiano. Ci sono rimasta male. Per tre anni è sparito. Poi finalmente mi ha richiamata, per avvertirmi che aveva fatto il mio nome a Corneliu Porumboiu e che sarei stata contattata da lui.

È andata così?
Sì, ma quando mi ha chiamata Corneliu io ero in Francia, a girare con Abdellatif Kechiche. Declinai l’offerta. Poi, a giugno, Luca Barbareschi, che era il mio compagno in Mektoub, my love: Intermezzo, abbandonò il set. Kechiche si mise alla ricerca di un altro attore ma nessuno sembrava compatibile con me. E così a ottobre è scaduto il mio contratto, mi hanno pagata e rimandata a casa. Nel frattempo avevo detto di no non solo a Porumboiu ma anche a Gabriele Salvatores, per un ruolo piccolo ne Il ragazzo invisibile 2. Venivo da un anno in cui mi ero rotta la gamba sciando, e a quel punto ero davvero giù di morale. Ho pensato di smettere. Allora ho fatto una pazzia. Ho richiamato Porumboiu, anche se sapevo che il film era partito. E invece no. Il film non era iniziato proprio perché non trovava la protagonista. Sono saltata su un aereo e mi sono precipitata al casting. Il provino è durato tre giorni.  

Nel film parla il silbo, una lingua fischiata. È stato difficile impararla?
Una tortura. Credevo che i fischi fossero doppiati, invece Porumboiu ha assunto un insegnante che per cinque mesi, a Bucarest, ci ha allenato otto ore al giorno. Il silbo è una lingua protetta dall’UNESCO, la parlano in pochissimi. Ricordo la bocca sempre umida, gli sputi, la frustrazione e l’imbarazzo tra di noi mentre provavamo. Le dita, che usavamo per modulare i suoni, ci procuravano lividi sul volto. Lo scottex con cui ci asciugavamo le labbra ci feriva. Un inferno. E la difficoltà non era tanto nel fischiare, quanto nel riformulare il suono dentro la testa.

Nel film è una femme fatale. A chi si è ispirata?
Hitchcock. Non a caso il mio personaggio si chiama Gilda. Ho cercato la sua eleganza. Qualcosa che, da ex sportiva, riesco a modulare bene attraverso il corpo.

Come sceglie oggi i copioni?
Venendo dalla moda ho sempre cercato di fare un salto di qualità, anche se mi offrono spesso ruoli da bella ragazza con la maglietta bagnata. Tutte commedie. Ho sempre rifiutato. Vorrei essere scelta per quello che so fare, non per la mia bellezza. E nemmeno perché sono straniera. Ho iniziato in Italia otto anni fa con La città ideale di Luigi Lo Cascio e vorrei continuare così, con il cinema d’autore.

INCONTRI
mercoledì 27 novembre 2019
Ilaria Ravarino

Un poliziotto ambiguo, una femme fatale, una lingua misteriosa e criminale parlata dagli abitanti di un'isola selvaggia, al largo delle coste spagnole. Sono questi gli ingredienti de La Gomera, il film di Corneliu Porumboiu che - dopo il passaggio al Festival di Cannes e quello al Torino Film Festival - arriverà in Italia il 6 febbraio 2020 con il titolo La gomera - L'isola dei fischi.
Un film dalla preparazione lunga e faticosa, spesa in prove dettagliatissime e in vere e proprie lezioni di fischio (il silbo gomero, la lingua delle Canarie) per gli attori principali, Vlad Ivanov e Catrinel Marlon.

"Ci ha seguiti un insegnante certificato UE, perché quella dei fischi è una lingua protetta e riconosciuta dall'UNESCO nel 2014 - ha spiegato Marlon - L'abbiamo studiata per sei mesi a Bucarest, otto ore al giorno. E sempre all'alba, tra le cinque e le sei del mattino, perché l'insegnante poteva seguirci solo prima di andare al lavoro. Le prime due settimane è stata una tragedia. Ci sentivamo frustrati, imbarazzati, avevamo le guance e le labbra irritate per le prove. La prima volta che sono riuscita a fischiare in quel modo ero felice. È stata dura". Una preparazione che per il regista, tuttavia, era "più che necessaria. La gomera - L'isola dei fischi è un film il cui protagonista si trova ad apprendere un linguaggio del tutto nuovo. Parlare quel linguaggio era fondamentale per la storia".

Però ha torturato i suoi attori durante la preparazione...
In Romania abbiamo un'industria cinematografica povera, e siamo abituati a lavorare molto sui dettagli sin dalle prove. Non abbiamo budget per giorni extra di riprese, quindi arrivare sul set preparati è fondamentale. Puoi improvvisare uno o due giorni, magari. Ma per il resto devi essere preciso. 

Quanto pesa l'influenza di Tarantino e dei fratelli Coen? Qual è il suo rapporto con questi registi?
Li amo. Amo tutti i film dei Coen. Tarantino mi piace, sono entusiasta di C'era una volta a Hollywood (guarda la video recensione) e Bastardi senza gloria. Ma l'ispirazione è involontaria, è arrivata con la storia. Era la storia a guidarmi. Ho giocato molto con la tensione, usando la macchina da presa come strumento per raccontare e per spiare i protagonisti. È la storia di personaggi che si nascondono, che cercano di essere chi non sono. Una partita a scacchi. Un noir contaminato. 

Ci sono altri riferimenti cinefili nel suo film?
Gilda di Charles Vidor. E La finestra sul cortile di Hitchcock, chiaramente. Ho chiesto inoltre a Catrinel di giocare con uno stile alla Marlene Dietrich.

Le donne nel suo film hanno caratteri fortissimi. Più degli uomini.
Da una parte è un topos del noir, quello della donna dark e fatale. Dall'altra mi piaceva l'idea di raccontare un uomo che viene travolto da un mondo femminile potentissimo, di fronte al quale non può fare nulla. 

La colonna sonora mescola Iggy Pop alla musica classica. Perché questo mix?
"The Passenger" di Iggy Pop era perfetta per stabilire il tono. E poi le parole di quella canzone sono lo specchio ideale del viaggio del mio protagonista. Ho giocato molto con la musica, ogni motivo musicale era per me come un personaggio a parte. Sapevo che avrei concluso il film in una specie di giardino, un paradiso. La musica di quella scena l'ho trovata solo dopo aver scelto la location.

Nel film il controllo esercitato delle telecamere è ossessivo. È una metafora sociale?
Viviamo in un mondo governato dal denaro, in cui le persone cercano di prevaricare il prossimo, di imporsi. I miei personaggi, attraverso il fischio, reagiscono a un vizio della nostra società: quello di non ascoltarsi.

Che reazione si aspetta dal "popolo del fischio" delle Canarie?
Credo che sosterranno il film anche per via del linguaggio. È un tema molto dibattuto da loro, quello della sopravvivenza del silbo nella nostra epoca tecnologica. I bambini non vogliono più parlare con i fischi, purtroppo, anche se li studiano a scuola.

STAMPA
RECENSIONI DELLA CRITICA
lunedì 3 febbraio 2020
Paola Zonca
La Repubblica

Chi ha visto A est di Bucarest, satira amara ma anche spassosa del Paese post Ceausescu, il documentario Futbol Infinit su un pazzo che vorrebbe trasformare il campo di calcio in un ottagono, e Il tesoro su due tizi che scavano nel giardino di una villa alla ricerca di un malloppo sotterrato ai tempi del comunismo, sa che Corneliu Porumboiu è, tra i registi della vitalissima nouvelle vague romena ( [...] Vai alla recensione »

NEWS
GUARDA L'INIZIO
martedì 25 febbraio 2020
 

Su MYmovies.it i primi 11 minuti di una godibile e intelligente riflessione sul linguaggio del cinema. Dal 27 febbraio al cinema. Guarda l'inizio »

TRAILER
mercoledì 22 gennaio 2020
Massimiliano Carbonaro

Un noir classico intriso di ironia dove suoni, fischi e musica sono fondamentali quanto i dialoghi. Dal 27 febbraio al cinema. Guarda il trailer »

POSTER
venerdì 17 gennaio 2020
 

Cristi, un ispettore di polizia di Bucarest, s'imbarca per l'isola di Gomera, nelle Canarie, per imparare in fretta il Silbo, un linguaggio fischiato che i contadini del luogo utilizzavano tradizionalmente per parlarsi da un luogo isolato all'altro.

NEWS
martedì 7 gennaio 2020
 

Un uomo si trova ad imparare improvvisamente una nuova lingua. Vai all'articolo »

TRAILER
lunedì 18 novembre 2019
 

Una godibile e intelligente riflessione sul linguaggio del cinema. In anteprima al TFF37 e dal 27 febbraio al cinema. Guarda il trailer »

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