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Jojo Rabbit: un’identità costruita tra gli ambienti del Male

Il protagonista ricostruisce la propria personalità sullo sfondo di uno dei periodi più bui della storia. Al cinema.
di Leonardo Magnante, Vincitore del Premio Scrivere di Cinema

Jojo Rabbit

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lunedì 20 gennaio 2020 - Scrivere di Cinema

Lo sguardo infantile torna a ripercorrere le zone d'ombra del Male Assoluto del Novecento, accostando al disorientamento tipico dei bambini neorealisti, simboli di una tragicità che raggiunge il suo apice nell'Edmund di Germania anno zero, il fervore di chi ha sostenuto quel male, per poi riconoscersene vittima di fronte al crollo di ogni sua vacuità.
Nel bizzarro mondo messo in scena da Waititi in Jojo Rabbit (guarda la video recensione), l'ironia farsesca dei dialoghi riflette la totale perdita di autenticità di un linguaggio divenuto strumento di alienazione e massificazione, in cui l'"Heil Hitlerare" appare la principale e ridondante forma di contatto e di riconoscimento collettivo e la parola diviene esasperata manipolazione ideologica delle nuove generazioni, private di una cultura destinata a farsi cenere e rieducate, mediante stravaganti interventi didattici, all'esasperata follia del partito.

Il racconto diventa costruzione di uno spazio e scrittura di un corpo emergenti come conseguenze materiali del verbo nazista, condensato nel simbolismo che pervade gli spazi a partire dalla camera di Jojo, santuario dedicato alla figura idolatrata e interiorizzata di Hitler.
Leonardo Magnante, Vincitore del Premio Scrivere di Cinema

Gli ambienti non si rivelano come semplici riflessi del proprio presente, ma si elevano a organismi autonomi, manifestazione del Male, restituito dalle finestre aguzze sui tetti, simili a occhi mostruosi che controllano la libertà dell'individuo, per il quale la morte è divenuta un mero ornamento, parte integrante dello spazio collettivo. La collocazione dei personaggi nell'inquadratura compartecipa alla loro iscrizione nell'ambiente fagocitante del potere, che interessa tanto i sostenitori quanto gli oppositori, come nella prima apparizione di Sam Rockwell in una sub-inquadratura data da un'impalcatura sopra cui si erge uno stemma nazista, o nel momento in cui Scarlett Johansson, perfettamente centrata, appare visivamente circondata da bandiere del partito e soldati sullo sfondo, mentre osserva dei cadaveri appesi.

In questo spazio, devastante e devastato, Jojo è l'emblema di una frammentazione fisica e identitaria, restituita dal rapido montaggio iniziale che disarticola il suo corpo in piani ravvicinati che inquadrano gli stemmi della sua divisa, simboli della sua manipolazione e della futura frammentazione "cubista", paragonato a un quadro di Picasso per le ferite in viso riportate da un'esplosione durante l'addestramento nella Jungvolk.

Introdotto mentre si riflette allo specchio, oggetto associabile alla costruzione dell'Io, Jojo ridefinisce la propria identità in un racconto inaugurato e concluso da due sequenze esemplificative, scandite da binomi conflittuali (interno/esterno, silenzio/musica, riflesso/realtà, solitudine/compagnia, parola/mutismo) ma accomunate dall'incisività del campo controcampo, che avvia e termina la traiettoria di uno sguardo che non rivendica solo se stesso ma si riconosce in un'alterità non più ripudiata, riappropriandosi, mediante la danza, di un corpo e di un'identità infranti.


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