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Favola, l'amore è il più bello dei crimini

Il regista Sebastiano Mauri racconta a MYmovies.it tutti i segreti per girare una favola moderna. Al cinema il 25, 26 e 27 giugno.
di Marzia Gandolfi

Favola

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Sebastiano Mauri . Regista del film Favola.
venerdì 22 giugno 2018 - Incontri

Il melodramma racconta sovente di prigioni. Prigioni morali. E il fatto che siano lussuose non le rende meno feroci. Imprigionate dentro ci sono delle donne, vittime degli altri e qualche volta di se stesse. Come Mrs. Fairytale, nata dalla fantasia di Filippo Timi, che la incarna dal 2011 a teatro, e portata al braccio (e sullo schermo) da Sebastiano Mauri.

Scrittore e artista italo-argentino, cittadino del mondo con una preferenza per gli Stati Uniti e la letteratura americana, Mauri debutta al cinema con Favola (guarda la video recensione), black comedy transgender che conduce alla passione e rimarca l'eterno peso dell'intolleranza sulle nostre vite. Ma a dispetto delle maschere rassicuranti adottate dal moralismo, Favola ribadisce che l'amore è il più bello dei crimini...
Marzia Gandolfi

Il tuo film è l'adattamento della pièce di Filippo Timi del 2011. Come hai affrontato e risolto i problemi che derivano dalla costruzione teatrale?
Ho iniziato sottraendo dallo spettacolo teatrale quello che chiaramente non poteva esserci. La durata dello spettacolo teatrale ad esempio variava a seconda della città e del pubblico di riferimento. Se il pubblico rispondeva vivacemente, una scena poteva durare più del previsto e viceversa, davanti a un pubblico più introverso, si tirava dritto. A teatro è lo spettatore a fare lo spettacolo, tutto questo non è possibile al cinema, il cinema non può adattarsi al suo pubblico. Un'altra cosa 'rivisitata' riguarda la natura dello spettacolo sempre in equilibrio tra favola realistica e Kabuki. Qualche volta la pièce diventava completamente astratta, nella versione cinematografica ho mantenuto dei momenti di follia, penso al lungo monologo drammatico di Lucia Mascino prima di crollare a terra e iniziare a muoversi come un automa. Alcuni di questi elementi gli abbiamo mantenuti, altri contenuti.

Altra cosa ancora, abbiamo ridotto i monologhi, ce ne sono di lunghissimi nella versione teatrale dove sono evidentemente più fruibili, al cinema è difficile azzerare l'azione e rimanere su un solo attore per tanto tempo, dunque anche quelli sono stati ridimensionati. Viceversa ci siamo permessi però altre cose: la casa ha più respiro e la storia ha più respiro, ci sono due personaggi nuovi oltre al cast originale. A Filippo Timi, Lucia Mascino e Luca Santagostino si sono aggiunti Sergio Albelli e Piera Degli Esposti, madre e marito antagonisti di Mrs. Fairytale. I loro personaggi esistevano già nello spettacolo originale ma a loro ci si riferiva e basta, non venivano incarnati in scena. Altra concessione, quei trucchi che solo il cinema permette, mi riferisco ai cambi di abito di Luca e di Filippo durante il mambo.


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In foto dal set del film Favola.
In foto dal set del film Favola.
In foto dal set del film Favola.

Chi è Lady?
Lady è l'io forte di Mrs. Fairytale. Una sua proiezione come tutto quello che vediamo.

Il décor è una proiezione?
Il mondo che vediamo è per lo più ricreato nella testa della protagonista. La partenza di base è quella che si vede alla fine, una realtà molto punitiva, molto minimal, due o tre persone la vengono a trovare: la mamma, la dottoressa e l'infermiere. Mrs. Fairytale arricchisce la sua stanza bianca, la rende una casa meravigliosa, colma la sua solitudine con oggetti e ammennicoli. L'accessorio più importante è indubbiamente il barboncino impagliato a cui dà addirittura vita. La sua è una casa inconscio. Questo spiega le viste impossibili offerte dalle tre finestre: il Canyon, lo skyline di una città che potrebbe essere New York o Chicago e i sobborghi classici e rassicuranti americani, stile "Desperate Housewives". L'infermiere viene addirittura triplicato dalla protagonista, tre personaggi diversi che diventano per me l'occasione di mostrare diversi tipi di mascolinità.

Una favola contro le apparenze...
Tutta la storia si basa su personaggi che sono totalmente vittime di quello che si dovrebbe fare rispetto a quello che si vorrebbe fare ma poi la storia strappa via il velo di Maya e scopre la verità dietro le apparenze. Il messaggio finale è un invito alla libertà. Io credo fortemente che una società in cui le persone vivono al meglio delle loro possibilità sia destinata a diventare una società più felice, prospera, ricca. La mia idea è che il prossimo Premio Nobel venga scelto tra tutti i cittadini e non tra specifiche categorie, tra i maschi, tra i privilegiati o tra gli italiani, che adesso abbiamo deciso di mettere davanti a chiunque non lo sia, chiunque faccia parte della nostra nazione può partecipare e renderci più ricchi. Il mio film è un invito a riconoscersi e a rispettare gli altri. Anche Mother a un certo punto si apre, quello che lei non riusciva a vedere era che il suo desiderio poteva essere raggiunto ma non per forza alla sua maniera. Alla fine arriva insomma ad ottenere quello che vuole in una versione più aperta e più moderna.


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In foto dal set del film Favola.
In foto dal set del film Favola.
In foto dal set del film Favola.

I colori del tuo film arrivano direttamente dagli anni Cinquanta...
Gli anni Cinquanta, tra le altre cose, rappresentarono il momento dell'esplosione della cultura popolare e di massa, mi sono ispirato perciò a quelle che erano le immagini dell'entertainment. La premessa era che questo mondo americano fittizio ricreato nella testa della protagonista fosse la visione di qualcuno che non avesse mai messo piede negli States. L'America che ho ricostruito passa attraverso i media, il cinema di Hollywood e le riviste patinate. La mia protagonista non ha mai camminato per le strade di New York, magari in quel Greenwich Village dove non c'era splendore ma solo una montagna di spazzatura.

Quanta ironia c'è nel (tuo) melodramma?
L'ironia nel melodramma può esserci o non esserci, Douglas Sirk non ricorreva troppo all'ironia, Rainer Fassbinder, che è stato tra i primi a riconoscere il valore di un autore considerato fino a quel momento regista di film per casalinghe, applicava allo stesso modo i suoi codici in chiave drammatica. Pedro Almodóvar, più avanti nel tempo, ha riscoperto il linguaggio melodrammatico e ci ha aggiunto parecchia ironia, a seguire Todd Haynes che lo fa in maniera più distaccata. Rispetto al mio film, l'ironia era impossibile da evitare, intanto perché la pièce puntava tutto sulla comicità. A teatro si rideva di più di quanto non si faccia adesso al cinema, c'erano meno momenti per fermarti e identificarti, per sentire il personaggio. Partivamo da un testo che se le portava dietro l'ironia e la risata. Ma non è solo questo, l'ironia è qualcosa che mi riguarda da vicino.

Ho scritto un paio di libri e ho fatto l'artista per diversi anni e ho sempre impiegato l'ironia per trattare temi molto seri. Fa parte anche della mia natura e mi trovo molto a mio agio a impiegarla, anche i miei scrittori di riferimento sono scrittori 'comici', più spesso dark ma anche lì può essercene parecchia.
Sebastiano Mauri

Qual è il segreto di Filippo Timi sui tacchi?
Filippo Timi è stato campione regionale di pattinaggio artistico, poi ha fatto uno spettacolo con Giorgio Barberio Corsetti, "Metafisico Cabaret", in cui credo indossasse già dei tacchi, tacchi altissimi. Oggi come allora non ha fatto altro che applicare la leggerezza del pattinaggio artistico alla performance attoriale.


RECENSIONE
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