Apri le opzioni
domenica 13 settembre 2026 - Mostra di Venezia

Mostra di Venezia, la 83ª edizione si conclude con una premiazione dal sapore politico

Dal Leone d'oro al film Woman Unknown al Premio speciale della Giuria per Naza, ecco tutti i premi consegnati. 
di Roberto Manassero

I premi di questa 83° edizione della Mostra di Venezia hanno avuto un sapore decisamente politico. La giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal ha consegnato il Leone d’oro all’unico titolo del concorso diretto da una donna, Woman Unknown di May el-Toukhy, e se il genere dell’autrice non è la principale ragione del premio, lo è sicuramente il tema che il film affronta. Ambientato a Copenaghen all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale, la vicenda ha come protagonista una donna del popolo (interpretata da Mathilde Arcel, Coppa Volpi per la migliore attrice) in procinto di sposare un ricco imprenditore e disposta a fare di tutto, anche macchiarsi di un gesto ignobile e disperato, per difendere il privilegio che ha conquistato e nascondere il segreto che si porta dietro. In un Paese dove i regolamenti tra partigiani e collaborazionisti creano un clima di delazione e terrore, May el-Toukhy mostra soprattutto le ritorsioni collettive sul corpo delle donne, violentate, umiliate e degradate nei contesti sia pubblici sia privati.

GLI ALTRI PREMI
La lotta di classe è ancora al centro del vincitore del Leone d’argento - Gran premio della giuria, Possible Love di Lee Chang-dong, in cui il grande regista coreano, impegnato come Asghar Farhadi nel recente Histoires paralleles a rielaborare temi e storie del Decalogo di Kieslowski (qui siamo al decimo comandamento: «Non desiderare la roba d’altri»), racconta con la consueta complessità psicologica la relazione tra una famiglia proletaria e una altolocata, con il cinema e le riprese di un documentario su un gruppo di operai licenziati ad accentuare e sbilanciare ancora di più rapporti di forza e gelosie. Il lavoro contemporaneo, osservato però dalla prospettiva dei piani alti del potere finanziario, è anche il tema del film di Stéphane Brizé Un bon petit soldat, premiato per la miglior sceneggiatura e capace come altri film del regista (La legge del mercato, In guerra (guarda la video recensione), Un altro mondo: ormai un vero e proprio sottogenere, quello dei film sul lavoro) di rappresentare le irrappresentabili dinamiche del capitalismo contemporaneo.

Il Leone d’argento per la miglior regia è andato invece al russo Ilya Khrzhanovskiy, che con il fluviale DAU ha finalmente messo la parola fine a una delle più monumentali e ambiziose operazione della storia del cinema: vent’anni di lavoro, più di 24 ore di durata complessiva, per una serie di film e serie che raccontano, dalla fine degli anni ’20 alla fine dei ’60, la parabola umana e politica di Lev Landau, scienziato che lavorò al progetto della bomba atomica in Sovietica. Questo ultimo tassello, lungo poco più di tre ore, riassume l’intero progetto, e lo fa con uno stile brutale, visivamente travolgente, capace di restituire - con non pochi rimandi al presente, anche in riferimento alle riprese effettuate in buona parte in Ucraina, a Charkiv, prima dello scoppio della guerra - il clima di paura e paranoia in uno stato totalitario. 
 

IL PREMIO PIÙ POLITICO
Ritirando il premio sul palco del Palazzo del cinema, Khrzhanovskiy, figlio del grande regista d’animazione sovietico Andrej, ha dichiarato che il suo film «s’interroga su ciò che accade a un essere umano quando la paura lo spinge a scendere a compromessi». L’eco delle sue parole non può non riverberare nella riflessione sul riconoscimento più politico, e giusto, di tutta la Mostra: quello Speciale della giuria andato al film israeliano NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor, già registi dell’acclamato No Other Land. Ci sarà tempo e modo per tornare su questo lavoro, quando uscirà nelle sale e, si spera, verrà visto da più persone possibile, al netto delle polemiche che susciterà e che già sta suscitando (sul palco i due autori hanno detto come già nel loro Paese siano partiti gli attacchi, anche se ancore nessuno l’ha visto). Per il momento, si resta ancora sconvolti dalle parole di cui il film è composto, che sono quelle di una ventina di membri dell’IDF e dei servizi segreti israeliani che, sotto copertura e al riparo dagli occhi nella notte di Tel Aviv, raccontano i metodi scientifici e tecnologici con cui viene perpetrato il genocidio del popolo palestinese. I NAZA sono le vittime collaterali, famigliari di presunti membri di Hamas, persone ritenute erroneamente sospette da app d’intelligenza artificiali, semplici numeri, mai vite umane. «È genocidio quello che fate», chiede Yuval Abraham a uno degli intervistati: «Sì», risponde quello. Serve altro?

IL PREMIO AL MIGLIORE
Se qualcuno era a Venezia e ha visto tutti o buona parte dei film del Concorso, non si sarà stupito del riconoscimento più scontato e inevitabile: la Coppa Volpi per il miglior attore a John Malkovich (assente alla cerimonia, purtroppo), straordinario protagonista di Wild Horse Nine di Martin McDonagh, magistrale commedia sulle ingerenze della Cia nel colpo di stato in Cile del ’73. Crepuscolare, ironico, terminale, Malkovich (che torna su un ruolo simile di qualche anno fa, quello di un altro agente della Cia fuori controllo in Burn After Reading - A prova di spia dei Coen) è semplicemente un gigante, aiutato dalla spalla altrettanto perfetta Sam Rockwell.

GLI ITALIA NON PROTAGONISTA
Nonostante i cinque in concorso, il cinema italiano se ne va da Venezia a mani vuote. Troppo utopistico, forse, per le intenzioni evidenti di Gyllenhaal e colleghi, il sogno morettiano della storia d’amore inseguita, agognata, e infine tenacemente realizzata, di Succederà questa notte, e troppo imbevuta d’italianità – ripensando all’unico altro titolo potenzialmente in grado di gareggiare per un premio, nonostante i toni esagerati e caricaturali, o forse proprio grazie a essi – la rappresentazione “edoardiana” di Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis, che potrebbe comunque avere ottime possibilità di farsi amare dal pubblico, in particolare proprio da quello straniero. 

I FIGLI DELLA SCIMMIA
L’unica soddisfazione per l’Italia è arrivata da I figli della scimmia di Tommaso Landucci, premiato per la miglior sceneggiatura e il miglior interprete (Riccardo Scamarcio) nella sezione Orizzonti. Un piccolo film capace di compiere un grande miracolo: rappresentare la disabilità in modo amorevole, diretto, mai ricattatorio. A pensarci bene, un modo autenticamente politico di fare cinema anche questo.
 

VAI ALLO SPECIALE DELLA MOSTRA DI VENEZIA
LEGGI ANCHE ...
Vai alla home di MYmovies.it »
Home | Cinema | Database | Film | Calendario Uscite | Serie TV | Dvd | Stasera in Tv | Box Office | Prossimamente | Trailer | TROVASTREAMING
Copyright© 2000 - 2026 MYmovies.it® Mo-Net s.r.l. P.IVA: 05056400483 Licenza Siae n. 2792/I/2742.
Società soggetta all'attività di direzione e coordinamento di GEDI Gruppo Editoriale S.p.A. Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione anche parziale.
Credits | Contatti | Normativa sulla privacy | Termini e condizioni d'uso | Riserva TDM | Dichiarazione accessibilità | Cookie Policy

Il riesame e il controllo editoriale dei contenuti del presente sito sono affidati al team di MYmovies e al direttore responsabile.
Per contatti, scrivere al seguente indirizzo email: live@mymovies.it