Possible Love

Film 2026 | Drammatico 164 min.

Anno2026
GenereDrammatico
ProduzioneCorea del sud
Durata164 minuti
Al cinema1 sala cinematografica
Regia diLee Chang-dong
AttoriJeon Do-yeon, Sul Kyoung-gu, In-sung Jo, Yeo-jeong Jo .
TagDa vedere 2026
MYmonetro Valutazione: 4,00 Stelle, sulla base di 1 recensione.

Regia di Lee Chang-dong. Un film Da vedere 2026 con Jeon Do-yeon, Sul Kyoung-gu, In-sung Jo, Yeo-jeong Jo. Genere Drammatico - Corea del sud, 2026, durata 164 minuti. Oggi tra i film al cinema in 1 sala cinematografica Valutazione: 4 Stelle, sulla base di 1 recensione.

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Ultimo aggiornamento domenica 6 settembre 2026

Quattro persone che si incontrano mutando profondamente le loro vite.

Consigliato assolutamente no!
n.d.
MYMOVIES 4,00
CRITICA
PUBBLICO
ASSOLUTAMENTE SÌ
Un'opera densa che contiene moltitudini, girata con un controllo totale dell'inquadratura.
Recensione di Tommaso Tocci
giovedì 23 luglio 2026
Recensione di Tommaso Tocci
giovedì 23 luglio 2026

Sposati e con un figlio, Mi-ok e Ho-seok sono una coppia che vive una vita modesta ma costruita su fondamenta solide nonostante i recenti problemi di Ho-seok, il quale beve troppo ed è in preda alla depressione dopo essere stato licenziato dalla fabbrica in cui lavorava. Mi-ok incontra poi Ye-ji, documentarista che vuole realizzare un film intervistando i lavoratori rimasti senza impiego dopo l'occupazione della fabbrica e l'intervento della polizia. La donna, che è sposata con il ricco Sang-woo, ha un tenore di vita molto diverso da quello di Mi-ok ma il rapporto tra le due è schietto e sembra promettere bene, coinvolgendo anche i rispettivi mariti in una frequentazione più assidua.

Ciascun ritorno sulle scene di un maestro come Lee Chang-dong è un'occasione speciale; anche stavolta dopo otto anni di attesa, gli stessi che nel 2018 separavano Burning da Poetry, e anche stavolta ne è assolutamente valsa la pena.

Premiato a Cannes e a Venezia, con trascorsi anche da ministro della cultura e da scrittore, il regista coreano mette in mostra la consueta lucidità di sguardo e una complessità intellettuale che ha pochi paragoni nel panorama del cinema contemporaneo.

La nuova opera è una storia a quattro, un gioco di specchi tra due coppie, ma non si tratta di un melodramma sentimentale come la premessa sembrerebbe suggerire. Rivela anzi un'anima profondamente politica e attenta alle dinamiche di classe (sempre cruciali nella società coreana, già magistralmente e sottilmente dipinte in Burning e al centro anche dell'ultimo film di un'altra grande firma come il connazionale Park Chan-wook in No other choice), incubando una lenta riflessione su una vicenda realmente accaduta in cui gli scioperi dei lavoratori di una fabbrica portarono a ripetuti scontri con le forze di polizia.

È un mondo in cui l'identità operaia penetra nel tessuto sociale, in cui la fratellanza con i colleghi è un legame sacro (e quando lo si vede svanire, nel momento più critico, il trauma è duraturo), e in cui chi ha la fortuna di non essere stato licenziato viene detto "vivo" mentre gli altri sono i "morti". Così si sente Ho-seok, che come un revenant invisibile segue un altro uomo la sera e lo osserva celebrare con la famiglia mentre lui è incapace di raggiungere la sua. Sul Kyung-gu (che ricordiamo urlare sui binari di fronte a un treno in corsa nell'inquadratura più iconica di Peppermint Candy) lo interpreta in modo straziante come un'uomo che affonda, con il piombo nelle vene, ma ancora capace di guardare e di guardarsi, fino alla possibilità di una catarsi finale.

Il rapporto con la moglie Mi-ok (Jeon Do-yeon, altra veterana del cinema di Lee che fu migliore attrice a Cannes per la vedova di Secret Sunshine) è straordinariamente tridimensionale, illuminato da pochi ed efficaci flashback, e indicativo di un amore non idealizzato ma sempre tangibile, o meglio "possibile" come da titolo: un rapporto che si costruisce pezzo per pezzo come quel tavolo in marmo in giardino, per resistere alle intemperie e ritrovarcisi a bere soju dal sapore dolce.
La frequentazione con una coppia tanto diversa come quella composta da Ye-ji e Sang-woo fa capire subito quanto sia vasto il golfo tra il possibile e l'impossibile. Se Parasite sul tema ci ha costruito un'allegoria roboante, l'abilità di Lee Chang-dong nel tratteggiare il privilegio con linee essenziali e al tempo stesso tragiche ha dell'incredibile; nell'interpretazione di Zo In-dsung e Cho Yeo-jeong si scorge tutto quell'agio distratto (eppure così intenzionale) che già infiammava il Ben di Steven Yeun in Burning, un rituale ipnotico per chi lo guarda e che difatti indirizzerà la fascinazione di Mi-ok prima per la sua nuova amica e poi per suo marito.

La dedica a Kieslowski e Piesiewicz per Decalogo 10 accenna al decimo comandamento e a quell'increscioso desiderio per la roba d'altri, ma la settima regia di Lee rifiuta le trattazioni lineari e va ben oltre. È un'opera densa che contiene moltitudini, girata con un controllo totale dell'inquadratura, che sa quando concedersi degli slanci misurati (una danza di avvicinamento in spiaggia, un sacchetto che vola dal finestrino, la linea degli operai "come una marea che si ritira") e che costruisce con pazienza i suoi motivi stilistici, perfino sul volto dalle smorfie ricorrenti del piccolo Choi Cheol. Il figlioletto è un taciturno osservatore, unico in grado di scardinare la simmetria impossibile dei quattro adulti. Come noi è testimone perfetto del cinema di Lee Chang-dong: pericoloso e affascinante, contemplativo e universale.

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