| Anno | 2026 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | Corea del sud |
| Durata | 164 minuti |
| Al cinema | 1 sala cinematografica |
| Regia di | Lee Chang-dong |
| Attori | Jeon Do-yeon, Sul Kyoung-gu, In-sung Jo, Yeo-jeong Jo . |
| Tag | Da vedere 2026 |
| MYmonetro | Valutazione: 4,00 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
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Ultimo aggiornamento domenica 6 settembre 2026
Quattro persone che si incontrano mutando profondamente le loro vite.
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Sposati e con un figlio, Mi-ok e Ho-seok sono una coppia che vive una vita modesta ma costruita su fondamenta solide nonostante i recenti problemi di Ho-seok, il quale beve troppo ed è in preda alla depressione dopo essere stato licenziato dalla fabbrica in cui lavorava. Mi-ok incontra poi Ye-ji, documentarista che vuole realizzare un film intervistando i lavoratori rimasti senza impiego dopo l'occupazione della fabbrica e l'intervento della polizia. La donna, che è sposata con il ricco Sang-woo, ha un tenore di vita molto diverso da quello di Mi-ok ma il rapporto tra le due è schietto e sembra promettere bene, coinvolgendo anche i rispettivi mariti in una frequentazione più assidua.
Ciascun ritorno sulle scene di un maestro come Lee Chang-dong è un'occasione speciale; anche stavolta dopo otto anni di attesa, gli stessi che nel 2018 separavano Burning da Poetry, e anche stavolta ne è assolutamente valsa la pena.
Premiato a Cannes
e a Venezia, con trascorsi anche da ministro della cultura e da scrittore, il regista coreano mette
in mostra la consueta lucidità di sguardo e una complessità intellettuale che ha pochi paragoni
nel panorama del cinema contemporaneo.
La nuova opera è una storia a quattro, un gioco di specchi tra due coppie, ma non si tratta di un
melodramma sentimentale come la premessa sembrerebbe suggerire. Rivela anzi un'anima
profondamente politica e attenta alle dinamiche di classe (sempre cruciali nella società coreana,
già magistralmente e sottilmente dipinte in Burning e al centro anche dell'ultimo film
di un'altra grande firma come il connazionale Park Chan-wook in No other choice),
incubando una lenta riflessione su una vicenda realmente accaduta in cui gli scioperi dei
lavoratori di una fabbrica portarono a ripetuti scontri con le forze di polizia.
È un mondo in cui l'identità operaia penetra nel tessuto sociale, in cui la fratellanza con i
colleghi è un legame sacro (e quando lo si vede svanire, nel momento più critico, il trauma è
duraturo), e in cui chi ha la fortuna di non essere stato licenziato viene detto "vivo" mentre gli
altri sono i "morti". Così si sente Ho-seok, che come un revenant invisibile segue un
altro uomo la sera e lo osserva celebrare con la famiglia mentre lui è incapace di raggiungere la
sua. Sul Kyung-gu (che ricordiamo urlare sui binari di fronte a un treno in corsa
nell'inquadratura più iconica di Peppermint Candy) lo interpreta in modo straziante
come un'uomo che affonda, con il piombo nelle vene, ma ancora capace di guardare e di
guardarsi, fino alla possibilità di una catarsi finale.
Il rapporto con la moglie Mi-ok (Jeon Do-yeon, altra veterana del cinema di Lee che fu migliore
attrice a Cannes per la vedova di Secret Sunshine) è straordinariamente
tridimensionale, illuminato da pochi ed efficaci flashback, e indicativo di un amore non
idealizzato ma sempre tangibile, o meglio "possibile" come da titolo: un rapporto che si
costruisce pezzo per pezzo come quel tavolo in marmo in giardino, per resistere alle intemperie
e ritrovarcisi a bere soju dal sapore dolce.
La frequentazione con una coppia tanto diversa come quella composta da Ye-ji e Sang-woo fa
capire subito quanto sia vasto il golfo tra il possibile e l'impossibile. Se Parasite sul
tema ci ha costruito un'allegoria roboante, l'abilità di Lee Chang-dong nel tratteggiare il
privilegio con linee essenziali e al tempo stesso tragiche ha dell'incredibile; nell'interpretazione
di Zo In-dsung e Cho Yeo-jeong si scorge tutto quell'agio distratto (eppure così intenzionale)
che già infiammava il Ben di Steven Yeun in Burning, un rituale ipnotico per chi lo
guarda e che difatti indirizzerà la fascinazione di Mi-ok prima per la sua nuova amica e poi per
suo marito.
La dedica a Kieslowski e Piesiewicz per Decalogo 10 accenna al decimo
comandamento e a quell'increscioso desiderio per la roba d'altri, ma la settima regia di Lee
rifiuta le trattazioni lineari e va ben oltre. È un'opera densa che contiene moltitudini, girata con
un controllo totale dell'inquadratura, che sa quando concedersi degli slanci misurati (una danza
di avvicinamento in spiaggia, un sacchetto che vola dal finestrino, la linea degli operai "come
una marea che si ritira") e che costruisce con pazienza i suoi motivi stilistici, perfino sul volto
dalle smorfie ricorrenti del piccolo Choi Cheol. Il figlioletto è un taciturno osservatore, unico in
grado di scardinare la simmetria impossibile dei quattro adulti. Come noi è testimone perfetto
del cinema di Lee Chang-dong: pericoloso e affascinante, contemplativo e universale.
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