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sabato 12 settembre 2026 - Mostra di Venezia

Venezia 83, chi vincerà?

Le previsioni sui possibili vincitori del Leone d'Oro e degli altri premi. Stasera alle 19.00 la cerimonia di premiazione.
di Paola Casella

In un’edizione della Mostra del cinema di Venezia con molti titoli interessanti in concorso, alcuni fuoriclasse possono aspirare a un posto nel palmarès, o addirittura al Leone d’Oro. Wild Horse Nine di Martin McDonagh ha conquistato da subito pubblico e critica, perché è uno di quei rari film in cui tutto funziona: regia, recitazione, trama, ambientazione, riferimenti alla politica di ieri e di oggi. Se la giuria non volesse dargli il Leone d’Oro (che merita), potrebbe assegnare al protagonista, uno strepitoso John Malkovich, la Coppa Volpi maschile, o il premio per la sceneggiatura (sempre di McDonagh) che aggiunge strati di senso ad ogni svolta. Fra i papabili per il Leone d’Oro c’è senz’altro anche Possible Love del regista sudcoreano Lee Chang-dong, che riesce a muoversi su molti piani diversi: denuncia sociale, lotta di classe, arte e vita, e storia d’amore (possibile). Ma anche il regista giapponese Hirokazu Kore-eda figurerebbe bene in zona premio con il commovente e lirico Look Back, basato sull’omonimo manga già trasformato in anime prima di approdare a questo live action: una favola sull’amicizia, la creatività e il potere dell’arte.

La presidentessa d giuria Maggie Gyllenhaal non si lascerà sfuggire la valenza simbolica nel premiare l’unica regista in concorso, l’egiziano-danese May el-Toukhy, per Woman Unknown, straziante resoconto della vita di una donna che vive nel terrore di perdere ogni sicurezza, e forse di vedere smascherato un suo peccato. Quel premio non sarebbe solo uno schiaffo morale ad una Mostra povera di talenti femminili in gara nella sezione principale, ma soprattutto la consacrazione di un talento reale, poiché Woman Unknown è potente e serrato, e anche l’attrice protagonista, l’intensa Mathilde Arcel, potrebbe aspirare alla Coppa Volpi femminile.

La giuria potrebbe voler risarcire Nanni Moretti per la mancata partecipazione di Palombella rossa in concorso a Venezia ben 37 anni fa: il suo Succederà questa notte è una piacevole sorpresa, una storia d’amore delicata e struggente, ma i fan della prim’ora di Moretti potrebbero rimanere spiazzati dalla sua uscita dall’agone politico e dall’indignazione radicale. Ma una scelta più inattesa sarebbe in riconoscimento a Dau di Ilya Khrzhanovskiy, biopic sui generis su un genio della fisica ambientato nella Russia dagli anni Venti: visivamente è il film più sorprendente della Mostra, e la sua sperimentazione formale potrebbe piacere a Francesco Casetti, l’esperto di cinema che (finalmente) potrà rappresentare in giuria il punto di vista di un critico invece che di un rappresentante dell’industry. 

In tema di personaggi femminili importanti c’è Un Bon Petit Soldat del francese Stéphane Brizé, che come suo solito tocca l’argomento del lavoro ma questa volta lo fa attraverso una figura combattuta e controversa molto ben interpretata da Alba Rohrwacher (altra possibile Coppa Volpi femminile).  Ma se parliamo di Coppe Volpi ad attrici sarà difficile ignorare la prova di Vanessa Scalera nei panni della madre debordante e collerica di Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis, soprattutto se si vorrà dare un premio all’Italia che ha partecipato in concorso con ben cinque film (e Adriano Giannini, sofferto protagonista di Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis e marito tormentato in L’estranea, potrebbe aspirare alla Coppa Volpi maschile qualora Wild Horse Nine dovesse vincere il massimo riconoscimento, che escluderebbe il premio come Miglior attore a Malkovich).

Il premio Mastroianni potrebbe andare tranquillamente all’intero cast di 15/18 (A Place to Heal) del francese Cédric Kahn, ambientato in un reparto di neuropsichiatria per giovanissimi con problemi  psicologici, ma anche alle due bambine protagoniste di Look Back o ad Atticus Affleck, figlio di Casey, che lo dirige nel (molto sottovalutato) Company

Ma in gara c’è un possibile asso pigliatutto: Naza, l’intenso e sconvolgente film codiretto dai registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor che fa spiegare ai militari e tecnici dei servizi segreti israeliani il trattamento disumano (e deumanizzante) verso le vittime civili (in ebraico appunto “naza”) a Gaza e in Cisgiordania. Un Leone d’Oro a questo titolo sarebbe un segnale politico forte, ma rischierebbe di dire meno sulla qualità cinematografica del documentario, che non manca ma non è prioritaria: non dimentichiamo che in giuria c’è la regista tunisina Kaouther Ben Hania, che l’anno scorso sconvolse Venezia ’82 con The voice of Hind Rajab ma non conquistò il Leone d’oro, a dispetto dei pronostici. Ed è davvero impossibile prevedere le scelte di una giuria che, oltre a Gyllenhaal, Casetti e Ben Hania, comprende anche il regista francese Xavier Giannoli, il mago dei thriller giapponese Johnnie To, la regista e sceneggiatrice afghana Shahrbanoo Sadat e il compositore inglese Daniel Blumberg. Non ci resta che aspettare il verdetto, scommesse a parte.

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