6 statuette per il film di Paul Thomas Anderson in una cerimonia molto misurata che arriva dopo dodici mesi di guerre e macerie.
di Giovanni Bogani
“No alla guerra. E Palestina libera”. Le parole più forti e più chiare le dice Javier Bardem, in questi Oscar in tempo di guerra. Dove, però, non ne parla quasi nessuno. Tutti ringraziano mogli, madri, figli, compagni, cast, troupe. Pochi si prendono la responsabilità di parole chiare, magari anche semplici.
Però, il film che vince parla. Parla dell’America di oggi: mette in scena centri di detenzione per immigrati, suprematisti bianchi, rivoluzionari scombinati e folli, idealisti e pasticcioni, ma che non puoi non amare. E parla di violenze della polizia, di razzismo feroce.
TUTTI I VINCITORI »
Miglior film.
Vince Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson. Vince come miglior film, ma vince anche i premi per la miglior sceneggiatura non originale, per la miglior regia, per il miglior attore non protagonista, per il miglior montaggio. Vince in un confronto fino all’ultimo con I peccatori di Ryan Coogler. Agli altri film resta molto poco: Oscar “tecnici” a Frankenstein di Guillermo del Toro, e l’Oscar al miglior film internazionale per il bergmaniano Sentimental Value, che la spunta in una categoria molto affollata, e affollata di bei film. Ma andiamo con ordine.
Sono gli Oscar che seguono dodici mesi di guerre e macerie, gli Oscar che seguono le violenze dell’ICE. E vince un film che racconta un’America spaccata in due, dove polizia ed esercito usa la stessa violenza che abbiamo visto nei video veri, diventati virali quest’anno. E dall’altra parte, l’opposizione si è radicalizzata, praticando le forme del terrorismo.
Paul Thomas Anderson, per tre volte sul palco – per il miglior film, la miglior regia, la sceneggiatura tratta da un romanzo di Thomas Pynchon – rende omaggio agli altri candidati: “Non avrei potuto trovarmi in una classe migliore”, dice.
È un trionfo per Una battaglia dopo l’altra e per Sinners.
Miglior attrice protagonista
Fuori da questo scontro bipolare c’è Jessie Buckley, che vince come miglior attrice. Fasciata di rosso, in un vestito che è un omaggio alla Grace Kelly hitchcockiana degli anni ’50, Jessie Buckley, premiata per la sua interpretazione in Hamnet di Chloé Zhao, dice “Dedico il premio allo splendido caos che è il cuore di una madre”. E di maternità difficoltosa, tragica, coraggiosa, resiliente è intriso il film di Chloé Zhao.
Miglior attore protagonista
Qui Timothée Chalamet riceve la seconda delusione della sua carriera. La prima l’aveva ricevuta l’anno scorso, quando non vinse per A Complete Unknown, nonostante una ottima interpretazione – e nonostante avesse imparato a suonare la chitarra per il film, e piuttosto bene. Per Marty Supreme, ha imparato a giocare a ping pong allenandosi per mesi e mesi. Le polemiche che lo hanno investito nelle ultime settimane, riguardo alle sue affermazioni sul balletto e l’opera, erano ininfluenti per il voto, perché arrivate a urne già chiuse. Semplicemente, Chalamet ha perso. Vince Michael B. Jordan che interpreta i due gemelli di Sinners. “Mio padre è venuto qui dal Ghana, è da qualche parte nella sala”, dice commosso. E Jordan ricorda gli altri attori afroamericani: “Halle Berry, Jamie Foxx, Will Smith, sono qui insieme ai giganti, per me è un onore immenso”. La performance, pur impressionante, di Chalamet in Marty Supreme – spavaldo, beffardo, nervoso, imprevedibile – non gli è valso l’Oscar.
Miglior film internazionale
Questa categoria, negli anni, diviene sempre più importante: sono le voci del mondo, sono i cinema del mondo che parlano. Vince Joachim Trier con l’ottimo Sentimental Value, e oscura film strepitosi come L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho, o Un semplice incidente di Jafar Panahi, Palma d’oro a Cannes, o La voce di Hind Rajab. Trier li omaggia tutti: “Vorrei ringraziare i film della mia categoria, che riflettono le crisi del presente e del passato”. Poi, mentre dietro di lui fanno festa Elle Fanning e Renate Reinsve, raggianti, Trier cita James Baldwin: “Tutti gli adulti sono responsabili dei bambini. Non votate politici che non tengono in considerazione questa verità”.
Miglior documentario
Vince Mr. Nobody Against Putin, un film che esplora come nelle scuole russe, da dopo l’invasione dell’Ucraina, i libri stiano già riscrivendo la storia, cancellando l’Ucraina. Ma il regista David Borenstein non sembra parlare solo della Russia: “Il film parla di come si perde il proprio paese. Accade attraverso mille piccole complicità. Quando il governo uccide la gente nelle strade e stiamo zitti, siamo complici”.
Miglior cortometraggio documentario
Vince All the Empty Rooms di Joshua Seftel e Conall Jones. “Le stanze vuote del titolo sono quelle di bambine e bambini uccisi per sparatorie avvenute nelle scuole”, dice il regista Joshua Seftel. E la madre di uno di quei bimbi dice: “Speriamo in un’America diversa, in un mondo senza più stanze vuote”.
Miglior fotografia
La direttrice della fotografia di Sinners, Autumn Durald Arkapaw, è la prima donna e la prima persona di colore premiata per la miglior fotografia all’Oscar. La fotografia di Sinners è stata particolarmente complessa: il film è stato girato in pellicola 65 mm, usando cineprese Imax e Ultra Panavision.
Miglior sceneggiatura non originale
Paul Thomas Anderson sale sul palco ed è molto chiaro: “Ho scritto questo film per i miei figli. Per dire loro: mi dispiace, mi dispiace per il casino del mondo che vi abbiamo lasciato. Sarete voi a rendere il mondo un posto migliore”.
Colonna sonora
Vince la colonna sonora di Sinners composta da Ludwig Goransson, già autore degli score per Black Panther (guarda la video recensione) e Oppenheimer. “Ero solo un ragazzo, in Svezia: questo mondo era lontanissimo”, dice. “Ma una chitarra mi ha cambiato la vita”.
Casting
È una premiazione storica. Per la prima volta si assegna l’Oscar per il miglior casting. Cercare facce, facce buone a creare un mondo: facce credibili, per i ruoli importanti come per i passanti. Vince la caasting director di Una battaglia dopo l’altra, Cassandra Kulukundis. È lei che ha scovato il talento di Chase Infiniti, la tostissima ragazzina figlia di DiCaprio nel film.
Attore non protagonista
Vince Sean Penn, per Una battaglia dopo l’altra, in assenza. Non è venuto: un silenzio assordante, si dice con formula abusata. Ma in questo caso, è vero. Sean Penn dice molto di più così, manifestando il suo dissenso alla grande macchina spettacolare, ma forse ancor più all’America di questi giorni. Nel film di Anderson, Sean Penn – nella vita, convinto liberal – interpreta in maniera grandiosa un militare razzista, misogino, violento, suprematista bianco.
Attrice non protagonista
Vince Amy Madigan per Weapons, il film horror di Zach Cregger. Amy Madigan, 75 anni, dedica la statuetta al marito, l’attore e regista Ed Harris.
Cortometraggio
Vince ex aequo per il miglior cortometraggio Two People Exchanging Saliva, che vede coinvolta la bolognese Valentina Merli come coproduttrice. Il corto narra l’amore fra due donne in un mondo dove baciarsi è punito con la morte. “Vi ringraziamo per aver premiato un film così internazionale e così queer”, dicono i registi.
In memoriam
Come ogni anno, la lista più dolorosa: quella di chi ha lasciato il set della vita. C’è anche Claudia Cardinale, così come c’è Giorgio Armani, che ha firmato i costumi di film importanti. E c’è lo scenografo Gianni Quaranta. Billy Crystal ricorda Rob Reiner, che lo diresse in Harry ti presento Sally. Fra gli altri ricordati, Terence Stamp, Béla Tarr, Udo Kier, Michael Madsen, Val Kilmer. Uno spazio speciale è dedicato a Diane Keaton. Robert Redford chiude la lunga carrellata. Viene ricordato da Barbra Streisand che incede incerta sul palco. “Robert era attento e coraggioso: difendeva la libertà di stampa, lottava per l’ambiente, incoraggiava talenti col suo Sundance Institute”, dice la Streisand. E canta, con una voce fragile che mette addosso tutta la tenerezza del mondo, The Way We Were, la canzone di Come eravamo, che fu premiata con l’Oscar nel 1974.