È un oggetto difficile da trattare, questo Valley of the Gods. Una sontuosa esperienza visiva, ma sconcertante, disorientante. Un critico, non degli ultimi arrivati, ha scritto: “Mi sarebbe piaciuto vederlo proiettato in una sala, per vedere le facce degli altri spettatori ai titoli di coda”. In Italia potremo fare l’esperimento. Valley of the Gods esce al cinema, dal 3 giugno. E certo è un punto in più, per i paesaggi e gli interni che mostra, per il senso di meraviglia, di vertigine che ogni inquadratura del film di Lech Majewski provoca. Una vertigine nella quale si sprofonda, si cade in una specie di caduta infinita. Difficile aggrapparsi a qualcosa di concreto, magari uno spuntone di roccia, come fanno i protagonisti del film.
Il film si apre sulle immagini di un uomo – Josh Hartnett – che arriva nella Valley of the Gods, la valle degli dei, un’area non lontana dalla Monument Valley, altrettanto spettacolare, meno cinematograficamente abusata. È lì che vivono gli spiriti delle divinità Navajo, nelle enormi rocce che modellano quel paesaggio.
Capiamo, poco a poco, che l’uomo è un pubblicitario, che la sua vita è devastata da quando sua moglie lo ha abbandonato. Il suo terapista gli ha suggerito, come cura, quella di fare cose folli: scalare a mani nude una montagna, tenendosi attaccate a una caviglia pentole e coperchi, come in una versione oscena e dannata della partenza degli “Oggi sposi”, l’auto con tutta la stoviglieria dietro a rumoreggiare. Oppure, camminare nelle strade bendato, e camminando all’indietro.
