La versione 'per ragazzi' di Rocky, una storia di emancipazione e realizzazione, traguardi da acquisire attraverso impegno e dolore. Uno dei tanti aspetti del sogno americano.
Il regista John Avildsen è quello che si può definire un “autore”, significherebbe, in termini semplici, che la sua attenzione è rivolta più alla cultura che allo spettacolo. In questo senso va citato La guerra privata del cittadino Joe, del 1970, un pronunciamento contro il razzismo che ebbe grande riscontro.
Avildsen (1935-2017) era nato a Oak Park, Chicago, come Hemingway, e può darsi che ne sentisse la responsabilità culturale. Che poi, in parte disattese, quando decise di dirigere Rocky nel 1976, uno dei titoli più popolari della storia del cinema, che probabilmente sorpassò, per tutto ciò che avrebbe rappresentato, nelle successive riproposte, tutte le previsioni dell’autore e della produzione, e del protagonista.
Otto anni dopo, nel 1984 il regista diresse Per vincere domani, l’inizio di un’altra serie fortunata. Come Rocky era una storia di emancipazione e realizzazione, traguardi da acquisire attraverso impegno e dolore. Uno dei tanti aspetti del sogno americano.
Daniel, sedicenne timido arriva a Los Angeles, viene iscritto a una scuola dove viene preso di mira dai bulli più aggressivi e violenti. Daniel, interpretato da Ralfh Macchio, non possiede i bicipiti e la grinta di Rocky-Stallone, è un ragazzo del tutto normale, magari apparentemente più fragile degli altri e questa è un’altra peculiarità, che tocca il mito di Davide e Golia. A soccorrerlo c’è Kesuke Miyagi, l’attore Morita, un anziano e, in apparenza, pacifico giapponese, maestro di vita e di arti marziali.
Comincia così l’indottrinamento, la formazione fisica e mentale, espressione di dottrina orientale, con tanto di simboli: “...prima lava tutte le macchine. Poi le lucidi, con la cera. Devi dare la cera con la mano destra e la devi togliere con la sinistra. Dai la cera, togli la cera. Il respiro lo prendi con il naso e lo emetti dalla bocca. Dai la cera, togli la cera. Non dimenticare il respiro: è molto importante...”.
Come Rocky, Daniel completerà il suo percorso, diventando un modello forte e buono. Sì, l’eroe americano.
Il grande successo al botteghino generò, in automatico, un sequel, titolo Karate Kid II (1986), sempre per la regia di Avildsen, dove Daniel e Miyagi espatriano – come Rocky - e in Giappone liberano un villaggio dominato da un cattivo.
Nell’89 arriva Karate Kid III, ancora di Avildsen, e l’antagonista è l’antico nemico della prima avventura.
La serie era ormai molto provata e Daniel era troppo grande, così ecco l’ultimo sussulto Karate IV, nel 1994: altro regista, Christopher Cain, e altro protagonista, una ragazza. Sarà lei l’allieva del vecchio maestro giapponese, a vedersela coi prepotenti.