Sicuramente il lavoro migliore della carriera di David O. Russell, con quattro interpreti in grandissima forma. Ora su TIMVISION.
Politica, fantapolitica, corruzione, potere, alleanze, tradimenti, il pubblico e il privato: la tendenza americana di scoperchiare il vaso di Pandora, anche il proprio. È certo un segnale di verità e di giustizia che, idealmente, appartiene alla cultura americana. Segnale che a volte si è evoluto in una autocritica abrasiva, facendo peraltro la fortuna artistica e politica di certi autori, implacabili accusatori del sistema, come Penn e Stone.
Lo strillo della locandina di American Hustle, diretto da David O. Russell, con un cast di vertice – Bradley Cooper, Christian Bale, Ami Adams fra gli altri - recita: Un thriller che racconta la storia di Abscam. Quanti politici corrotti si nascondono dietro l’apparenza di perbenismo del Congresso americano? Negli anni settanta l’FBI smascherò alcuni membri del Congresso giovandosi della collaborazione di professionisti della truffa. Dunque azione benemerita, com’era stato il Watergate, che cambiò la storia, che qui non cambia ma diventa strumento per l’ennesimo ragionamento sulla corruzione, e diventa strumento di cinema secondo il talento di David O. Russell, regista. Russell nasce a New York da padre ebreo. È già un imprimatur che disegna un destino. Allen è ebreo di New York. Significa che le cifre del racconto non saranno mai completamente univoche ma conterranno sempre elementi di quella cultura, come l’ironia, il grottesco e il surreale. All’autore non interessa una pura stesura di una storia, gli interessano le implicazioni e le letture. E naturalmente le invenzioni, o licenze, se servono ad arricchire l’opera. Sempre tenendo d’occhio la verità, sulla quale si può intervenire ma che non deve essere stravolta.
A Bale e Cooper, divi per tutte le generazioni, si affianca un Robert De Niro un po’ stanco. All’interno della trama prevalgono i rapporti fra i vari caratteri, soprattutto fra Irving – Bale, il truffatore, e Richie-Cooper, l’agente. Il nodo centrale è proprio quello dei rapporti, il resto della vicenda scorre di conseguenza. Dunque film di qualità come sono spesso quelli di David O. Russell, dipinto come un dittatore di set: memorabile la lite, con cazzotti, con George Clooney ai tempi di Three Kings. Può essere che la tensione perenne dell’autore derivi, oltre che dalla passione, dal fatto di essere, in un certo senso, un incompiuto. I suoi film hanno ottenuto 6 nomination all’Oscar e 4 ai Golden Globe, senza mai un trofeo. Ma... diamo tempo al tempo.