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martedì 14 luglio 2020

Articoli e news Roberto Minervini

Data nascita: 1970, Fermo (Italia)

Roberto Minervini racconta come riesca a girare i suoi documentari.

Nelle realtà che filmo ci sono dentro fino al collo

Nelle realtà che filmo ci sono dentro fino al collo Succedono molte cose nel bosco della Lousiana, c'è un uomo nudo che dorme nell'erba per effetto di metanfetamina e poi torna a casa placidamente al tramonto, come dei guerriglieri in mimetica che provano manovre, fanno tiro a bersaglio e argomentano con discorsi altisonanti l'esigenza di difendersi. Sono due realtà parallele che Minervini riprende in modi che sembrano appartenere al cinema di finzione, i personaggi paiono messi in posa, le scene preparate e gli ambienti illuminati a dovere ma, come tipico del suo stile, non è mai così.
"Solo perchè fai un documentario non vuol dire che tu debba essere sciatto" racconta Minervini in un incontro con la stampa a poco dalla prima proiezione del suo film. "A proposito, ci sono stati fischi in sala?" No, nessun fischio, anzi ci sono stati applausi. "Ah bene, quando faccio i film penso sempre che non mi interessa minimamente dei fischi, faccio tanto il forte. Poi arrivo qua e ho timore".

In che senso non vuoi essere sciatto?
"Io non lavoro con videocamere e attrezzature leggere, ma con macchinari pesanti, faccio scelte estetiche, manipolo la profondità di campo. Il documentarista che più amo, Allan King, passava mesi e mesi con i suoi protagonisti e poi non usava per nulla uno stile sciatto".

Ogni volta davanti ad un tuo film c'è l'impressione che qualcosa sia costruito, anche per Louisiana alcune scene si fa fatica a credere che siano frutto di osservazione documentaristica...
"Invece è tutto così. Il mio intervento è tutto in postproduzione, è lì che elimino le inquadrature in cui qualcuno guarda in macchina".

Ma come ottieni di filmare scene che altri non riescono a filmare? Come ottieni di essere presente durante un atto sessuale o mentre una donna incinta compra e si fa iniettare una dose di droga?
"Ci vuole molto tempo ma spesso anche per gli esempi che fai sono loro a chiedermi di riprenderli. Sanno di essere parte di un documentario e vogliono essere visti in quella veste, magari c'è anche dell'esibizionismo, ma di certo vogliono apparire come esseri sessuali, attivi e vivi. Quando mi hanno invitato a riprenderli di notte è stato uno dei momenti più belli. Ovviamente non va dimenticata nemmeno la componente disinibitrice della droga.
Per loro l'occasione unica di essere ripresi e avere qualcosa che li inorgoglisca è forte. Sono persone magari con una condanna pendente, un marito latitante, con storie incredibili e in un quadro del genere avere la possibilità di emergere ed essere ritratti, avere in buona sostanza il beneficio del dubbio, li umanizza. Per questo per loro è fantastico".

Li avete invitati qui a Cannes?
"Si tutti. Mark e Lisa non possono perchè sono pregiudicati ma hanno mandato un messaggio dicendo: "Anche se Mark è in fuga, adesso è anche ingrassato e sta meglio, il film ci ha cambiato per sempre, ci ha fatto sentire vivi e utili e ti ringrazieremo per sempre"".

Fin qui la comunità di tossicodipendenti, l'altra metà del film invece riguarda dei guerrafondai...
"Sì sono dei soldati che vivono con la speranza di difendere le famiglie dalla legge marziale imposta dall'ONU, una cosa assurda. Hanno un fanciullezza universale, perchè quando perdi tutto ritrovi per l'appunto una certa fanciullezza. Il fanciullo non gestisce la paura, la paura fa sì che esistano solo vita o morte, il fanciullo sopravvive con l'amore e vive nella paura e così loro. Ogni cosa è questione di vita e morte, dunque innamorarsi, rimanere insieme, sposarsi e proteggere la famiglia per questi soldati di quartiere è questione di vita o morte.
Ma intendiamoci, esiste per tutti la paura, tutti ci sentiamo con le spalle al muro, per me è la paura di non riuscire a tirarmene più fuori, la paura di coinvolgermi troppo a fondo e le conseguenze di presentare un lavoro del genere o crescere i figli in quest'ambiente. Eppure io senza di loro non avrei voce e loro non l'avrebbero senza di me. Ci mettiamo gli uni nelle mani degli altri".

Ci vivi così tanto con queste persone, le segui per così tanto tempo che poi quando tutto finisce rimani in contatto?
"Sì ci sentiamo sempre. Io da questo materiale non ne esco più, è una scelta di vita, in queste realtà ci sono dentro fino al collo, porto i miei figli con me, vivo ogni giorno tra drogati e fondamentalisti. Non è facile".

A questo punto Roberto Minervini ha un attimo di commozione, si ferma, chiede scusa e poi ricomincia con più decisione.
"Io ho voluto ritrovare nel cinema il lavoro del fotoreporter di guerra. Queste persone si sentono abbandonate dalla politica e qualcuno li deve riprendere per quello che sono, qualcuno li deve raccontare. Un prezzo per tutto ciò esiste chiaramente. Io sono molto stanco, non ce la faccio più davvero. Sto pensando di prendermi un anno sabbatico o girare un film di finzione".

Girato in un bianco e nero incandescente, il documentario conferma il metodo empatico e la cifra stilistica unica del suo autore. Ora al cinema.

Che fare quando il mondo è in fiamme?, un'opera a più voci che canta la miseria, l'esclusione, la dignità

lunedì 13 maggio 2019 - Marzia Gandolfi da FOCUS

Che fare quando il mondo è in fiamme?, un'opera a più voci che canta la miseria, l'esclusione, la dignità Una delle testimonianze più pertinenti sugli Stati Uniti di Donald Trump la scoprirete al cinema. Riflessione intensa sulla comunità nera del Sud del Paese, Che fare quando il mondo è in fiamme? è il nuovo documentario di Roberto Minervini, autore italiano trapiantato negli States. Sempre in prima linea, l'autore consacra il suo lavoro all' "America del sottosuolo", abitata dai declassati e dagli emarginati che Hollywood e i media estromettono dalla rappresentazione. Il carattere empatico dei suoi film deriva da una maniera singolare di lavorare che prevede un'assidua frequentazione delle persone che Minervini desidera filmare al fine di creare una relazione di intimità, di fiducia e di affetto. La sua disponibilità, la sua propensione all'ascolto, la sua capacità di 'sentire dentro' gli altri, gli hanno permesso film dopo film di integrarsi in ambienti resistenti e ripiegati su stessi. Dai paramilitari texani ossessionati da un'infondata invasione "dall'interno" (Louisiana - The Other Side) alle pugnaci Black Panther decise a contrastare i suprematisti bianchi (Che fare quando il mondo è in fiamme?), Minervini li convince tutti con un paziente lavoro di approccio, raccoglie le confidenze nei lunghi mesi di permanenza presso le loro comunità, guadagnandosi con la considerazione una prossimità senza la quale i suoi documentari mancherebbero di quell'intimità profonda e palpabile a ogni fotogramma. Successivamente, lascia che sia la macchina da presa ad agire dentro lunghissimi piani sequenza che registrano il quotidiano, la collera, l'impegno, le riflessioni di uomini e donne che la paura non abbandona mai ma che il coraggio sostiene.

Nel suo quinto documentario, Roberto Minervini incontra gli afroamericani di New Orleans e di Baton Rouge, la cui storia è marchiata a fuoco da secoli di razzismo. In risonanza con la politica di Donald Trump e le politiche di 'accoglienza' dei migranti in Europa, firma un film politicamente impegnato sui luoghi caldi degli Stati Uniti dove la tenerezza dei personaggi è l'unico riparo contro i pericoli reali che gli affliggono.

Le donne, gli uomini e i bambini che Minervini frequenta e coglie nel loro quotidiano acquistano progressivamente una profondità toccante e una dimensione emblematica. Personalità differenti ma tutte impressionanti, parlano spontaneamente della condizione dei neri in America, dalla schiavitù fino agli abusi della polizia, o disegnano la loro traiettoria personale, piena di caos e di soprusi. Il film, che beneficia di un superbo bianco e nero, impressiona per la sua sensibilità, per la comprensione delicata delle situazioni e delle persone, esprimendo una sensazione epidermica di forza e di paura.

Minervini può guardare con lo stesso sguardo benevolo due Americhe incompatibili: quella dei bianchi poverissimi della Louisiana e del Texas, pateticamente alla deriva verso il suprematismo (Louisiana - The Other Side), e quella nera della Louisiana pesantemente vessata e abbattuta dalle forze dell'ordine. Louisiana - The Other Side, realizzato nel 2015, è in fondo il ritratto premonitore di questa America, su cui Minervini svolge oggi la storia lunga e tragica degli afroamericani. Dal ghetto di Tremé all'uragano Katrina, dalle violenze dei poliziotti alla miseria, senza dimenticare la gentrificazione che avanza e sfratta gli abitanti dai loro quartieri, Che fare quando il mondo è in fiamme? frequenta i luoghi più vulnerabili rimanendo ipersensibile alle presenze e agli ambienti, alle voci e ai gesti, ai riti istituiti e ai codici della protesta civica e della commemorazione che tessono un intreccio di segni fisici e concreti.
Una combattente irriducibile e proprietaria di un bar che è costretta a chiudere, una madre sola che alleva i suoi figli sul filo di un quotidiano pericoloso e di un senso di urgenza e ingiustizia a fior di pelle, due ragazzi alle soglie dell'adolescenza su cui incombono minacciosi tutti i mali endemici della società (traffico di droga, violenza, incarcerazioni di massa), gli Indiani del Mardi Gras, sincretismo di eredità (il genocidio dei nativi americani e della schiavitù) che si traduce in rituali festivi e commemorativi, le New Black Panther Party, nuovi attivisti in uniforme nere e allure marziale che reclamano giustizia per le vittime della polizia, sono e fanno il cinema di Roberto Minervini, un lampo di sensazioni vitali anche nelle situazioni più buie e inaccettabili.

Ancora una volta l'autore converge una serie di personalità e situazioni differenti ma coerenti in un film corale, un documentario a più voci che canta la miseria e la dignità, la rabbia di vivere e la volontà di vivere. La scrittura documentaria, impressionista e intima, centrata sul potere di attrazione dei personaggi, ribadisce la passione per un'"antropologia condivisa" e la vocazione di Roberto Minervini a documentare il reale e a dispiegarne la complessità.

Il regista gira in silenzio lasciando che che il suono più assordante sia quello del cuore di una comunità destinato a spezzarsi, giorno dopo giorno. Al cinema dal 13 maggio e oggi in anteprima.

Che fare quando il mondo è in fiamme?, Minervini racconta la privazione e il desiderio di riscatto

giovedì 9 maggio 2019 - Paola Casella da FOCUS

Che fare quando il mondo è in fiamme?, Minervini racconta la privazione e il desiderio di riscatto A fare la differenza, in un documentario d'autore, è l'originalità dello sguardo, perché l'obiettività assoluta, a conti fatti, non esiste: il vissuto di un regista, il suo background culturale hanno sempre un'importanza. Quel che si può fare è cercare di penetrare la realtà che si intende filmare rendendosi il più possibile invisibili, e assorbendo senza pregiudizi l'atmosfera che si vuole documentare. Che fare quando il mondo è in fiamme? procede esattamente così: Roberto Minervini, che è italiano ma vive ormai da tempo negli Stati Uniti, entra nel microcosmo di Tremé, quartiere prevalentemente afroamericano di New Orleans, e si mescola ai suoi abitanti, scegliendone alcuni per raccontarlo da diverse angolazioni, che però convergono su alcuni temi: l'esclusione, la marginalità, la mancanza di opportunità e di orizzonti della comunità black.

La scelta di girare in un bianco e nero contrastato è estetica ma anche narrativa, poiché negli Stati Uniti di oggi, come in quelli della schiavitù (che in Louisiana ha visto una delle sue roccaforti più dure a morire) la differenza si vede e si sente, ed è una differenza radicale che spinge gli esclusi verso la radicalità: quella delle Pantere Nere come quella dei Nativi Americani, ma anche quella minima di una donna che cerca di valorizzare la propria cultura e di una mamma che cerca di tenere i suoi figli lontani dalle gang e dai proiettili vaganti.
Ma Minervini è italiano, è arrivato da straniero nel Nuovo Mondo, e dunque conserva una prospettiva "altra", che qui si manifesta soprattutto nella capacità di depurare il proprio sguardo da quella rabbia che è la naturale conseguenza di una marginalità perpetuata volontariamente. Così il peregrinare di casa in casa della militante Black Panther, non a caso anche lei una donna, non è aggressivo ma solidale, ed è la fatica di Sisifo di chi combatte ogni giorno contro un'Idra dalle teste sempre pronte a ricrescere e a rivelarsi letali. Così, nella lotta impari della madre contro le statistiche che vogliono i suoi due giovani maschi neri destinati a soccombere, c'è un'ostinazione per cui "tutti i mezzi necessari" sono la forza della disperazione e un sentimento universalmente materno, quello che non guarda al calcolo della probabilità ma alla luce alla fine del tunnel.

Anche il ritmo di Che fare quando il mondo è in fiamme? non è un crescendo con un climax finale da Avengers, ma un procedere insistito e ripetitivo che segue il flusso lento di esistenze zavorrate dalla frustrazione e dall'impotenza. Le invettive della barista sono volutamente teatrali perché non sono sfoghi risolutivi, ma lamenti da blues metropolitano, grida contro il cielo: "Oh Lord, won't you listen, won't you give me justice?" Allo stesso modo i tamburi della cerimonia "pellerossa" sono un rituale di resistenza che non ha vere speranze di riscatto, solo un dovere di ricordo.

Il regista assume il suo ruolo di testimone camminando insieme alle Pantere Nere, seguendo come un angelo custode i due ragazzini per strada senza la pretesa di poterli difendere davvero, e non vanta l'incazzatura militante di uno Spike Lee, o di un Melvin Van Peebles, o di James Baldwin nel meraviglioso documentario I Am Not Your Negro. Perché Minervini non dimentica di essere incontrovertibilmente bianco, europeo, italiano, maschio, armato di una cinepresa che può raccontare il mondo dalla sua prospettiva anche quando a parlare sono gli afroamericani. Sa che la gente di quel quartiere dovrà continuare ad inventarsi la vita anche dopo che le cineprese se ne saranno andate. E dunque si mette in un angolo - quello giusto, secondo la sua esperienza di documentarista - e gira in silenzio, lasciando che il suono più assordante sia quello del cuore di una comunità che, collettivamente e individualmente, è destinato a spezzarsi ogni giorno.

Il regista italiano di adozione texana torna con Che fare quando il mondo è in fiamme?. Dal 9 maggio al cinema.

Roberto Minervini, una visione poetica dell'umanità

Roberto Minervini, una visione poetica dell'umanità C'è una sfumata e sottilissima linea narrativa di confine tra finzione cinematografica e realtà. Un sentiero lungo il quale si possono plasmare documentari non convenzionali, costituiti da una visione poetica dell'umanità, ma senza la volontà di graziarla da analisi sociopolitiche. Spesso sono opere a basso budget, raramente finanziate attraverso contributi statali, e realizzate con attori non professionisti. E spesso si basano sull'abilità di costruzione dell'autore che, se da un lato procede con un lavoro meticoloso di morfologia filmica, dall'altra conquista la fiducia e l'amicizia dei soggetti del documentario, durante tutto il processo di ripresa, alla ricerca di una veridicità profonda e dissoluta tanto quanto pericolosa per lo spettatore.
Roberto Minervini è uno di quei registi che percorre maggiormente queste vie del cinema contemporaneo. Le sue divagazioni hanno scelto gli angoli più profondi del backwoods americano e hanno come protagonisti tossicodipendenti della Louisiana o allevatori del Texas. Tutti descritti in modo intimo e lirico, molto vicino alle meravigliose sequenze di Terrence Malick, ma che per contenuti non si vogliono privare della crudezza e dell'apatia del reale.
Un reale che non si tira indietro quando questa gente di palude e di polverose radure, ai margini più estremi della società nordamericana, compie aberranti atti di violenza. VAI ALLA BIOGRAFIA COMPLETA

   

Dal freak-show al ritratto famigliare in Louisiana (The Other Side).

La tenerezza dell'escluso

martedì 2 giugno 2015 - Roy Menarini da APPROFONDIMENTI

La tenerezza dell'escluso Le poche voci scettiche nei confronti dell'ultimo film di Roberto Minervini, Louisiana (The Other Side), sembrano tutte concentrarsi su quello che il regista italiano ha deciso di mostrare delle comunità rurali povere ed emarginate del sud degli Stati Uniti. Gli si rimprovera (ma solo da parte di alcuni) l'insistenza verso il dettaglio sordido, l'enfasi su personaggi simili a freak, l'aver selezionato - delle numerose ore girate - un montaggio focalizzato sulla parte più sconvolgente e lunare del tessuto sociale di riferimento.

   

Louisiana in Un certain regard a Cannes.

Roberto Minervini, il talento italiano che viene dal Texas

lunedì 18 maggio 2015 - Mauro Gervasini da APPROFONDIMENTI

Roberto Minervini, il talento italiano che viene dal Texas Lo scrivevo già tempo fa: il miglior "nuovo" talento del cinema italiano vive in Texas. Si chiama Roberto Minervini, marchigiano, classe 1970, laurea in economia, specializzazione in Spagna poi la passione per la musica (in una band hard core) e il cinema. Sghembi percorsi di vita che l'hanno portato a risiedere prima a Manila, nelle Filippine, e ora negli Stati Uniti, a Houston. Dove ha trovato i colori per la sua tavolozza, ispirato da cineasti affamati di reale come D. A. Pennebaker, Chris Hegedus e dal fotografo premio Pulitzer David Turnley.

Minervini però non è uguale a nessun altro. Prima di tutto per le cose che racconta. I suoi lungometraggi, la Trilogia del Texas e ora Louisiana (The Other Side), hanno tutti la medesima ambientazione "white trash", il sottoproletariato bianco degli stati del sud la cui pseudo cultura ha avuto una prima codificazione letteraria (a coniare il termine è Sherwood Anderson nel romanzo "Il povero bianco", 1920) poi fotografica, e i cui valori si concentrano nel motto Dio, patria, famiglia e nell'identità razziale (ovviamente "ariana"). Nel primo film The Passage (2011) Minervini entra in contatto con la famiglia texana tutta Holy Bible e «Get your guns up!» al centro anche di Stop the Pounding Heart (2013). Ana ha un tumore, Jack, ex galeotto, parte con lei per raggiungere un curandero sulle montagne, per strada raccolgono Harold: comincia così un road movie casuale, seppure con una meta precisa. Un Verso il sole senza l'epica di Michael Cimino, che per quanto formidabile è comunque artefatta. Continua»

   

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