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Zalone disorienta e divide Valutazione 2 stelle su cinque

di concettos


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sabato 11 gennaio 2020

 Ci siamo fermati per qualche istante, tutti, rimanendo perplessi davanti al grande schermo mentre scorrevano i titoli di coda di “Tolo Tolo”, ponendoci una domanda dalla risposta non immediata: cosa abbiamo visto? Cosa voleva dirci Zalone (Virzì) in questo groviglio da montagne russe della metafora, intinte in sprazzi di battute “autoreggenti” disseminate qua e là dal comico ex Zelig, e indorate da non pochi dubbi? E dov’è finito quell’iniziale canovaccio di storia di emigrazione/ immigrazione dispersa tra mille rivoli ingrossati d’altri contenuti? 

Garantito che sorprende, e non poco, l’ultimo film di quella macchina d’incassi milionari che è Luca Medici, con questo suo “Solo Solo”, un inaspettato e disarticolato caleidoscopio di tutto (ma proprio tutto) ciò che un paese, come “l’Italietta”, poteva offrire al regista barese su un piatto d’argento per coglierne mille e più spunti da trascrivere in una sceneggiatura a volte parossistica, a volte quasi da scenette da cabaret, di certo non lineare e che non convince proprio del tutto. 
Un film “inzuppato” in un incessante scorrere di una pletora di metafore da cogliere all’istante, dove non è permessa nessuna distrazione, dentellate metafore che ti inducono a un’analisi, al microscopio elettronico, delle moderne problematiche sociali e della nostra (mala) politica, quella becera, di pancia, degli slogan ad effetto e chiusi su sé stessi. Ma il vero problema per lo spettatore, abituato a film “più semplici” come: “Quo vado?” o “Sole a catinelle”, è comprenderne i giusti riferimenti, legarli, in pochi istanti, a questo o a quel personaggio del teatrino della politica o dell’evento di cronaca. Così diventa tutto un inevitabile susseguirsi di: chi l’ha detto? Questa battuta mi sembra di averla già sentita (che è colpa mia se sei nato in Africa?). Quel personaggio chi mi ricorda? Toh, guarda chi c’è! 
E in questo ordinato caos, proviamo a chiarire qualcuno di questi rifermenti anche se presentati sotto il pesante, e onnipresente, maglio dell’allegoria, riportando quelli che, più di altri, ci sono rimasti dentro. 
Su tutti il mito di noi italiani “malati” di acido ialuronico, l’anti-age per antonomasia, assillante la sua presenza tanto da diventare, nell’immaginario collettivo, più importante del denaro, della libertà, della vita reale. E poi giù, giù, con il problema degli immigrati e il reiterato concetto dell’integrazione entrambi proposti, alternativamente, sottotraccia o in primo piano, in forma retorica o semi seriosa, dove, al loro interno, fanno capolino più di una guerra dimenticata, la corruzione, i massacri nei villaggi africani sperduti, il tentativo di stupro e… il furto del copyright(?).
E ancora, la kafkiana burocrazia made in Italy che preoccupa di più di un attacco armato, e rigurgiti di fascismo che emergono in tutta la loro fuorviante correlazione di fronte al “vedo nero”. E come se ciò non fosse più che sufficiente, ti ritrovi anche il drammatico naufragio dei migranti ma in chiave allegorica e…cantata (ma era proprio il caso?) con l’immancabile stop agli sbarchi con il nostro paese diviso tra pro e contro dove, all’improvviso, si erge un Niki Vendola in versione di…sé stesso.

Prendete fiato, perché si continua con le canzoni, tante, a volte persino a tema, ma che sembra che ti tele trasportino in una sorta di musical alla (perdonateci il confronto) “La La Land” o per i più canuti in una reminiscenza di Yuppi Du. Per finire, anche alcune scene che, vagamente, fanno corsare scorribande in ciò che potrebbe ricordare il format di un doc film. In sintesi, si è provato a miscelare la drammatica realtà africana e i problemi tipici degli italiani attraverso l’ironia: come cercare di mischiare l’acqua con l’olio. Vi basta? No? Ok, allora vi raccontiamo anche della presenza dell’esaltazione del mito del griffato e la sua perfetta contraffazione e l’extracomunitario che ci da lezioni di cinema e di…italiano e siamo certi che chissà cos’altro ancora ci siamo dimenticati strada facendo. 
Perché Zalone ha esagerato mettendo in un calderone di solo un’ora e mezza tutto ciò che poteva starci in tre film e anche più, comprimendolo per poi fallo deflagrare con la forza dell’esplosione di una supernova ma senza generare nulla di veramente concreto: forse appena un piccolissimo asteroide chiamato riflessione. Da segnalare alcune cadute di stile nella trappola del banale che alterano, annacquandolo, l’iniziale, nobile, scopo di alcune scene create per indurre a far pensare. Pertanto, non è per nulla facile il giudizio finale da parte nostra e degli spettatori in quello che possiamo definire: un tentativo di dare originalità a diverse tematiche dal facile déjà vu. Forse, se analizzato nel valore assoluto dell’allegoria qualcosa si salva, ma se doveva essere un “serio” esperimento di atipicità d’analisi dei non pochi mali della nostra società opulenta, attraverso il filtro (e gli occhi) di chi sta molto peggio di noi, profondi e concreti dubbi emergono e di non semplice risposta. Il finale, che non sveleremo, di certo è quello che più disorienta, in meglio o in peggio anche qua starà a voi decidere, anche perché chi l’ha visto ne sta ancora parlando e provando a capire se è un film che meriti il tutto esaurito in contemporanea in ben quattro sale di un multisala catanese e il nuovo record d’incasso nella prima giornata in tutta la storia del cinema italiano, record che, guarda caso, apparteneva sempre allo stesso Zalone. Esagerato anche questo.

di Concetto Sciuto 

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