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L'altro volto della speranza, Kaurismaki inventa l'Europa Unita

Il film del maestro finlandese sembra ritrarre ciò che la politica e le società non stanno riuscendo a compiere. Al cinema.
di Roy Menarini

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Sherwan Haji . Interpreta Khaled nel film di Aki Kaurismäki L'altro volto della speranza.
domenica 9 aprile 2017 - Focus

È facile dire che L'altro volto della speranza è un film a suo modo politico. Meno evidente chiedersi perché. Ebbene, il nuovo lavoro di Aki Kaurismäki sembra un esempio di Europa unita, una specie di utopia cinematografica di ciò che la politica e le società non stanno riuscendo a compiere. Ciò che infatti sfugge a chi imposta il dibattito in termini rigidi (cultura nazionale contro dimensione continentale) è che in nessun momento ai fondatori dell'idea di Europa unita - Altiero Spinelli sopra tutti - era venuto in mente di invitare all'oblio delle singole identità. Ciò è perfettamente compreso da Kaurismäki, di cui l'amico Peter von Bagh (cinefilo e critico scomparso cui il film è dedicato) diceva che "ha descritto una Finlandia marginale, un mondo di sfortunati e di perdenti, di cui coglie la luce magica, la sofferenza autentica, la compassione profonda e l'umorismo, con un fantastico senso dello stile, sorretto dalla coscienza ingenua del proprio valore".

Questa Finlandia di brave persone (ma anche di skinhead e di brutali aggressori, che accoltellano il profugo siriano chiamandolo "sporco ebreo", dall'abisso della propria ignoranza) è rappresentata anche in L'altro volto della speranza.
Roy Menarini

Lì si apre un tessuto di solidarietà internazionale, che giunge fino alla lontana Lituania, e si estende agli altri profughi, come l'amico irakeno che aiuta Khaled in tutte le sue peripezie. E d'altra parte, anche l'aspetto più rigidamente burocratico dell'Europa sembra transnazionale, come i protocolli per le richieste dei rifugiati, che magari vengono rispediti nel proprio paese proprio quando la guerra nei loro territori si intensifica e giusto nel momento in cui avrebbero maggior bisogno di protezione.


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In foto una scena del film L'altro volto della speranza.
In foto una scena del film L'altro volto della speranza.
In foto una scena del film L'altro volto della speranza.

Ovviamente, non si trattasse di Kaurismäki, ci troveremmo di fronte a un classico esempio di cinema della migrazione e della denuncia solidale, come ce ne sono stati tanti in questi anni, da Welcome di Philippe Lioret a Verso l'Eden di Costa-Gavras, ma qui intervengono la poetica e lo stile del regista di Helsinki. Ritroviamo forme ben note, dall'ironia surreale ai tableaux lunari (ce ne sono di formidabili, come l'inquadratura fissa del ristorante appena riaperto, con un assurdo poster di Jimi Hendrix alle pareti e un cliente addormentato sul tavolo in primo piano).

Eppure, l'approccio keatoniano del cineasta e la sua cinefilia non vanno considerate semplici strizzate d'occhio o meri espedienti per far contenti i fan. Si tratta, piuttosto, di una chiave per scardinare sia le aspettative del cinema politico più tradizionale sia per indagare da nuovi punti di vista le forme di solidarietà spontanea, squisitamente umana, che emergono tra i personaggi.
Roy Menarini

La clandestinità, per Kaurismäki, è una dimensione esistenziale: Khaled è alienato dall'aver perso i propri cari nella carneficina siriana e ha assoluto bisogno di ritrovare la sorella per poter trovare un senso a una vita di cui non capisce più il valore (afferma infatti di aver sepolto il Profeta e Allah insieme ai suoi famigliari). Al tempo stesso, nuove famiglie si tanno creando nella maniera più impensata, grazie alla piccola imprenditoria di un uomo stufo della moglie ma intelligente abbastanza per distinguere tra valori dell'umanità e esigenze professionali. La scazzottata che apre il rapporto di rispetto e conoscenza reciproca tra Wilkstrom e Khaled è dichiaratamente fordiana (nel senso di John Ford) e rappresenta una scheggia virile e hollywoodiana nell'universo straniato di Kaurismäki.

Ecco perché la cinefilia, in questo caso, è combustibile vivo per una commedia politica: il miglior cinema ci aiuta sempre a comprendere il mondo e a emanciparci dalle schiavitù ideologiche.


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