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Ultimo aggiornamento mercoledì 3 ottobre 2018
La vicenda del pilota Sullenberger, detto Sully, che riuscì a salvare tutti i passeggeri a bordo del suo aereo in avaria planando nell'Hudson. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Premi Oscar, 1 candidatura a David di Donatello, 4 candidature a Critics Choice Award, Il film è stato premiato a AFI Awards, In Italia al Box Office Sully ha incassato 7,1 milioni di euro .
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Il 15 gennaio 2009 un aereo della US Airways decolla dall'aeroporto di LaGuardia con 155 persone a bordo. L'airbus è pilotato da Chesley Sullenberger, ex pilota dell'Air Force che ha accumulato esperienza e macinato ore di volo. Due minuti dopo il decollo uno stormo di oche colpisce l'aereo e compromette irrimediabilmente i due motori. Sully, diminutivo affettivo, ha poco tempo per decidere e trovare una soluzione. Impossibile raggiungere il primo aeroporto utile, impossibile tornare indietro. Il capitano segue l'istinto e tenta un ammarraggio nell'Hudson. L'impresa riesce, equipaggio e passeggeri sono salvi. Eroe per l'opinione pubblica, tuttavia Sully deve rispondere dell'ammaraggio davanti al National Transportation Safety Board. Oggetto di un'attenzione mediatica morbosa, rischia posto e pensione. Tra udienze federali e confronti sindacali, stress post-traumatico e conversazioni coniugali, accuse e miracoli, Sully cerca un nuovo equilibrio privato e professionale.
Che cos'hanno in comune gli eroi di Clint Eastwood? Sono quasi sempre personaggi destabilizzati dal destino, da un crimine, da un'ingiustizia, dalla marginalità. Tutti, ciascuno a suo modo, sono alla ricerca dell'unità perduta. Non si tratta di una semplice risorsa narrativa, destinata a suscitare l'adesione del pubblico, per l'autore americano quella ricerca riflette l'esplorazione filosofica e artistica del suo cinema, producendo una felice coincidenza tra forma e contenuto.
Quello che innerva la sua filmografia e gli conferisce una rimarchevole coerenza è il raggiungimento, la restaurazione e la formalizzazione estetica di una nozione sostanziale per l'uomo: l'equilibrio. Abilmente dissimulata sotto la vernice della narrazione, la ricerca del giusto mezzo si manifesta essenzialmente nella relazione che l'individuo intrattiene con la società e le istituzioni, l'insieme delle strutture politiche, giuridiche ed etiche che la cultura ha imposto alla natura. Sully, ritratto di un eroe della working class 'processato' da una gerarchia senza cuore e troppi cavilli, corrisponde alla perfezione questa relazione che Eastwood affronta sempre in maniera risolutamente conflittuale.
Tom Hanks, everyman umanista del cinema classico, incarna in faccia alla commissione d'inchiesta, obbligatoria in caso di incidenti, il fattore umano, la scintilla dell'esperienza, l'essenza nobile del lavoro fatto semplicemente come dovrebbe essere fatto. Non per denaro, non per gloria, non per vanità, non per approvazione. Eroe ordinario alle prese con la realtà della sua situazione, Sully è fedele al giuramento prestato e alle conoscenze acquisite con la sua professione.
Girato con la tecnologia Imax, che offre allo spettatore un'immersione piena nell'azione, accomodandolo nella cabina di pilotaggio a 'vivere' letteralmente l'esplosione dei motori, il silenzio che segue e le turbolenze dell'aereo che plana sul fiume, Sully resta nondimeno un film intimo, svolto nella testa del suo protagonista. Quello che ha fatto 'in emergenza' è inseparabile da quello che immagina, sente, conosce. Eastwood ricostruisce con lucidità l'esperienza e le attitudini del suo eroe, l'esordio giovanile, gli anni nella Air Force, perché è su quella pratica e su quella competenza che Sully decide di prendere la via del fiume. Lo sguardo dell'autore e l'interpretazione dell'attore trovano in Sully intimi cedimenti, confrontando il capitano eroico che ha gestito in volo crisi e destino con l'uomo a terra a disagio nel ruolo di eroe e in conflitto con quello che avrebbe potuto essere.
Ammarando, il film emerge i flussi di coscienza del suo protagonista, interrompendo coi sogni angosciosi la linearità della rotta, scivolando nel passato per mettere l'incidente in prospettiva con la vita di Chesley Sullenberger. Con Sully e dopo Flags of Our Fathers e American Sniper, il regista interroga di nuovo la nozione ambivalente di eroismo che è al cuore dell'immaginario americano. Ma se il primo procede alla destrutturazione dell'eroicità e il secondo contraddice la missione del 'primo violino' dell'esercito americano in Iraq, Sully riconfigura l'eroe. Eastwood ne distilla l'essenza andando oltre la sua rappresentazione mediatica e riabilitandone la natura tragica attraverso la paura incombente della morte. Con quella paura il protagonista fa i conti dal principio, il film si apre su un aereo che scivola lungo lo skyline di New York e si schianta contro il paesaggio urbano deflagrandolo. Prima di distinguere l'oggettività della vicenda, l'aereo di Sully è realmente ammarato, Eastwood mostra allo spettatore la visione ipotetica, l'enunciato condizionale, l'incubo di Sally, l'incognita mortale connessa con l'atterraggio. Come Zemeckis (The Walk) prima di lui, recupera la gravità dell'iconografia storica US, l'immagine depositata nella coscienza collettiva e la compensa, risvegliando Sully dall'incubo e suturando le ferite di New York. Al rigore geometrico dell'uomo che cade, fotografato da Richard Drew e allineato alla verticalità della Torre Nord, Sully replica la geometria orizzontale e variabile delle ali di un airbus che galleggiano e sorreggono la vita. Quella che Sully ha garantito con un gesto solerte, abile, puro. Eppure una sorta di inerzia scorata, prodotta da una società che ha estinto l'afflato leggendario dietro a regole, protocolli, simulazioni e statistiche, prova a trascinarlo sul fondo. Certo il National Transportation Safety Board pone domande legittime e cerca la risposta giusta (ne esiste una?) ma il processo è viziato da un'accusa tacita, uno scetticismo tenace, un'idea di colpevolezza poi smentita dai fatti. Sully ha preso una decisione, probabilmente l'unica possibile. Ed è quella decisione a determinare la misura del suo eroismo, il carico di responsabilità che il protagonista ha condiviso con l'equipaggio, il co-pilota, i controllori di volo, gli agenti di polizia, i soccorritori. Insieme hanno realizzato il "miracolo dell'Hudson", ribadendo la natura etica del lavoro (di ogni lavoro) e provando l'inscindibilità ineluttabile dei destini umani.
In aula e in fondo al film, Clint Eastwood rimette in quota il suo eroe e trasmette la medaglia da veterano ai soli eroi che la valgono: non più quelli che sparano ma quelli che si espongono. Non più quelli che scaricano coi colpi la responsabilità ma quelli che l'assumono mani alla cloche.
I, I will be king And you, you will be queen We can beat them, just for one day We can be heroes, just for one day (David Bowie) La filmografia di Eastwood è costellata da eroi, come anche l'immaginario americano. Eroi positivi celebrati in tutto il mondo (Invictus), eroi controversi (American Sniper), antieroi (Gran Torino), eroi sconfitti (The Millon dollar baby), autoironici (Space [...] Vai alla recensione »
Un uomo avanza a passo lento dentro un poncho. Mastica tabacco e poi lo sputa. Il cappello abbassato sullo sguardo azzurro, farfuglia qualcosa che non comprendiamo ma non importa, lo amiamo già. Non ha nome. O almeno non ne ha uno per ottanta minuti e lo scopriremo in fondo a Per un pugno di dollari. Lo straniero senza nome si chiama Joe. Nasce lì, nei campi lunghi di Sergio Leone, la leggenda di Clint Eastwood. Il poncho, che l'attore giura di avere comprato prima delle riprese in un grande magazzino di Santa Monica Boulevard, nasconde la Colt e rivela il mito del cavaliere solitario. Giustiziere anni dopo per Don Siegel (Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo), Clint Eastwood è l'uomo d'azione che scarica la pistola sul criminale di turno, insediando per sempre cuore e immaginario collettivo.
Sprezzante della pavidità e delle gerarchie, rimette ordine nel mondo con una Magnum 44 e rimedia il biasimo della critica che lo bolla come 'fascista' ma who cares, il cowboy metropolitano si converte progressivamente in grande autore, volgendo il pregiudizio ideologico in ammirazione, sovente incondizionata.
A quarantacinque anni passa dietro la macchina da presa indagando le zone d'ombra dell'America, sperimentando tutti i generi, confondendo le certezze ideologiche e l'immagine dell'eroe americano. L'America e i valori americani, dissimulati sotto il poncho, emergono in superficie e si dispongono criticamente sul ring (Million Dollar Baby), su un campo di rugby (Invictus), nella battaglia (Lettere da Iwo Jima), nel bureau dell'FBI (J. Edgar), dietro a un fucile in Iraq (American Sniper), nel cielo sopra New York (Sully). Clint Eastwood, che il tempo rende definitivamente imprevedibile, cerca le radici intime del suo soggetto, gli Stati Uniti, di cui Hoover è l'immagine più nera, un labirinto di nevrosi, ossessionato dalla gloria pubblica e incapace di prendersi un rischio. Autore impavido del cinema classico hollywoodiano, inesauribile narratore di un mito di cui non cessa di ravvivare la fiamma, Clint Eastwood è interprete o autore di eroi afflitti, uomini e donne in carne e sangue sul limitare dell'abisso. Personaggi la cui la grandezza avanza l'epoca che li contiene e li giudica.
Clint Eastwood è il tipo di regista che si può permettere qualsiasi cosa. Per quanto controverse possano apparire le sue posizioni extracinematografiche, egli parla principalmente attraverso i suoi film.
I personaggi cocciuti ed eroici sono prima di tutto dei "giusti". Se c'è una cosa che disgusta Eastwood è l'ingiustizia, il cinismo essendone precondizione naturale.
È per questo che - domandandosi ogni volta che spazio c'è per l'eroismo nel mondo contemporaneo - Eastwood riesce ad apparentare i suoi personaggi.
Proprio quest'anno, insieme all'uscita di Sully, si festeggiano i trenta anni di Gunny - film quant'altri mai equivocato e ideologicamente attaccato da chi non ha mai capito che Clint riesce a costruire e insieme decostruire i suoi protagonisti proprio mentre sembra cancellare ogni ambiguità.
Eppure, persino in una filmografia coerente e a suo modo conchiusa come quella del regista californiano, non ci si deve esimere da confronti esterni, e con il resto del cinema contemporaneo.
Dovremmo avercela con Clint per la sua sponsorizzazione di Trump? Pazienza, se la sua tensione creativa - a 86 anni - si conferma tanto forte, personale, ispirata. Nessuno è perfetto. L'episodio, documentato nella realtà dalle immagini finali con il vero comandante, il vero equipaggio e i veri passeggeri che sorridono sollevati festeggiando increduli la sopravvivenza e ringraziando il loro schivo eroe [...] Vai alla recensione »